«Donato detto Donatello, fiorentino, restauratore della scultura» nel racconto tratto dalle «Notizie de’ professori del disegno da Cimabue in qua» di Filippo Baldinucci

Donato di Niccolò di Betto Bardi nacque a Firenze nel 1386, dove morì nel 1466.

«Fino dalla sua fanciullezza fu allevato, comecché molto spiritoso fosse, con molta cura da Roberto Martelli, Gentiluomo Fiorentino, e de’ belli ingegni ottimo discernitore e liberalissimo mecenate, appresso al quale libero dal nojoso pensiero, che il bisogno di sovvenire alle proprie necessità suole apportare, poté darsi con grn fervore al disegno, nel quale s’approfittò con Lorenzo di Bicci pittore, e ad esso ajutò a dipignere, essendo ancora di tenera età. Si diede poi alla Scultura, alla quale era così portato dal genio, che fino ne’ primi anni scolpì molte figure tanto belle, che lo fecero tenere per singulare in tal professione. E fu il primo che non solamente uscisse in tutto dalla maniera vecchia, che pure avevanlo fatto altri avanti a lui, ma che facesse opere perfette e di equisito valore, emulando mirabilmente la perfezione degli antichissimi scultori Greci, e dando alle sue figure vivezza e verità mirabile. Fu ancora il primo che ponesse in buon uso l’invenzione delle storie ne’ bassi rilievi ne’ quali fu impareggiabile».

Crocifisso di Santa Croce

Nel 1407, «scolpì in legno un bellissimo Crocifisso, il quale fu poi collocato nella Chiesa di Santa Croce nella Cappella de’ Bardi».

San Giorgio (Museo Nazionale del Bargello, Firenze)
San Maro Evangelista (Chiesa di Orsanmichele, Direnze)

Nel 1415, attese al lavoro del San Giorgio per la chiesa di Orsanmichele (oggi presso il Museo Nazionale del Bargello) e al San Marco Evangelista, «collegata all’Arte de’ Linajuoli e costata ventiotto fiorini di marmo».

Nel 1421, produsse il Sacrificio d’Isacco per il Campanile di Giotto, oggi conservata presso il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

Il monumento funebre per l’antipapa Giovanni XXIII

Cinque anni più tardi, lavorò alla Tomba per l’antipapa Giovanni XXIII, «che rappresenta esso pontefice; e vi lavorò due figure di marmo, cioè la Speranza e la Carità, essendoche la figura terza che è la Fede, fosse scolpita da Michelozzo scultore fiorentino e suo discepolo».

In collaborazione coll’allievo Michelozzo, nel 1428, realizzò il pergamo del Duomo di Prato, «nel quale si mostra la Sacra Cintola di Maria Vergine»

Pergamo del Duomo di Prato

Nel 1431, «fu opera dello scarpello di Donato la bella statua rappresentante la Dovizia posta sopra la Colonna di Mercato Vecchio, la quale era opinione comune che fosse una di quelle di granito, che reggono l’ordine di dentro dell’antico Tempio di S. Giovanni di Firenze».

La dovizia (Piazza del Mercato, Firenze)
San Giovanni Battista (Chiesa dei Frari, Venezia)

Nel 1438, in Venezia lavorò presso la Chiesa dei Frari, per realizzare il San Giovanni Battista.

Nel 1445, si trasferì a Padova, per realizzare il Monumento equestre ad Erasmo Gattamelata, «nella quale opera superò se stesso».

Nel 1453, scolpì Giuditta ed Oloferne per la Loggia de’ Lanzi, oggi presso Palazzo Vecchio, «della quale esso tanto si compiacque che vi pose il suo nome con queste parole: Donatello opus». Nel libro delle Memorie spettanti a’ Laici, sarebbe indicata la collocazione dell’opera, fino al 1495 in casa di Piero de’ Medici, quindi fu posta, nel 1503. Quindi, nello stesso anno, la Maddalena penitente (presso il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze).

Monumento equestre ed Erasmo Gattamelata (Padova)
Giuditta ed Oloferne (Palazzo Vecchio, Firenze)
Maddalena penitente (Museo Nazionale dell’Opera de Duomo

«Lavorò in molte città e il mondo tutto sia pieno delle sue opere tutte a maraviglia belle. Ed è sua gran lode, che al suo tempo non erano sopra la terra scoperte le più belle antichitadi, salvo che le colonne, i pili, e gli archi trionfali; onde potesse portarsi coll’ajuto di quelli a quel segno di perfezione nell’arte, alla quale si portò col suo ottimo suo gusto; e dicono essere egli stato potissima cagione che a Cosimo de’ Medici, suo e di ogni altro virtuoso gran protettore, si svegliasse il desiderio d’introdurre, com’e’ fece in Firenze, l’antichità che erano e sono in quell’augustissima Casa, le quali tutte di sua mano restaurò.

Fu Donatello uomo allegro, modesto, e niente interessato e de’ guadagni che fece, poco a sé e molto ad altri profittò. Teneva egli il suo danaro in una sporta, per una corda al palco appiccata, ed ognuno de’ suoi lavoranti senz’altro dire, ne pigliava pel proprio bisogno».

Piero de Medici, padre del Magnifico, gli donò un «bel podere in Cafaggiolo, acciocché con esso potesse sostentare nella cadente età», ma dopo un anno gli restituì il donato asserendo che avrebbe preferito «morir di fame piuttosto che arrendersi e non lavorare più». Restituito il podere, Donatello si vide conferì dal de’ Medici una cospicua «annua entrata in contanti, la quale egli poi quietamente godé fino alla morte.

Fu ancora bizzarro e vivace nelle risoluzioni, e sempre tenne l’arte in gran pregio. Ad un mercante, che stiracchiava a mal modo il prezzo di un’opera fattagli fare apposta, disse esser egli avvezzo a mercantar fagiuoli e non statue e precipitata da alto la sua statua, e quella in mille parti spezzata, non volle pel doppio più del domandato, farne un’altra al Mercante, tuttoché lo stesso Cosimo de’ Medici in persuaderlo a ciò si adoperasse».

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