L’Astrologia e l’Astronomia nel mondo greco – romano

La codificazione astrologica con la stesura dei segni zodiacali fu opera del mondo culturale greco. Nel corso dei secoli, a seguito dello spostamento dell’asse terrestre, provocato dalle precessioni degli Equinozi, la relazione tra la Terra e le costellazioni si modificò, cosicché oggi il Sole, all’Equinozio di Primavera, si leverebbe nella costellazione dei Pesci e non dell’Ariete.

Posidonio di Rodi (135 a. C. – 50 a. C.)

L’astrologia si espanse nel mondo greco per il fascino, che esercitò sulla filosofia stoica, in cui il λόγος cedette il posto alla γνῶσις, la conoscenza  per mezzo della rivelazione e della visione. Grazie all’opera di Posidonio di Rodi, l’astrologia raggiunse il suo apice. L’apertura alla scienza astrologica avrebbe influenzato anche il mondo mitologico, dove il culto per la capricciosa e volubile dea della fortuna, τύχη, si sarebbe unito ad ἀνάγκη, a rappresentare l’inesorabile destino, a cui nessuno avrebbe potuto ribellarsi.

Aristarco di Samo (310 a. C. – 230 a. C.)

Negli astri, gli uomini iniziarono a vedere la presenza degli dei, i quali, attraverso i pianeti, avrebbero influenzato gli affari umani. Attraverso l’analisi di numerosi testi letterari e credenze filosofiche del periodo ellenistico, alcuni intellettuali greci, tra cui Aristarco di Samo, introdusse la teoria astronomica eliocentrica, assai ostacolata dal mondo greco, poiché in netto contrasto con le concezioni religiose nel considerare il carattere sacro della Terra, pianeta privilegiato dagli dei. Aristarco teorizzò che la terra avesse un moto di rotazione diurna attorno ad un asse inclinato rispetto al piano dell’orbita attorno al Sole, che avrebbe giustificato l’alternarsi delle stagioni.

Claudio Tolomeo (100 – 175)

Nel I secolo d. C., il filosofo Dercillide confermò la teoria geocentrica, poiché la terra avrebbe rappresentato la casa degli dei; l’astrologo Claudio Tolomeo contestò l’ipotesi eliocentrica.

Nel mondo romano, l’astrologia trovò facile riparo grazie alla tolleranza politeistica. Rammentiamo che la vaticinazione trovava sicuro apporto nella casta politica, la quale prendeva decisioni importanti in base al responso degli aruspici. I Romani erano preoccupati dalla paura del fato trascendentale, che esorcizzavano attraverso la conoscenza dei fenomeni naturali ed astronomici nell’incontro delle arti divinatorie.

Marco Tullio Cicerone – (106 a. C. – 43 a. C.)

Cicerone, Orazio, Properzio derisero la scelta di rivolgersi ad astrologi e cartomanti, pratica assai diffusa nei strati bassi della popolazione, salvo mostrarsi favorevoli alla consultazione, che avveniva normalmente presso la classe politica. Cicerone fu comunque nominato, nel 53 a. C., augure e nell’opera De divinatione contrastò le opinioni stoiche, traendo un giudizio sommariamente negativo di tali pratiche. Nel De natura deorum, immaginò un dialogo tra un epicureo, sostenitore dell’ateismo, ed uno stoico, sostenitore della provvidenza quale ragione universale. Lo scrittore intervenne, confutando entrambe le idee e dichiarando tutta la sua convinzione che gli dei davvero esistessero e governassero il mondo.

Caio Plinio Secondo, Plinio il vecchio (23 – 79)

Plinio il Vecchio (23 – 79), nella Naturalis historia, definì vaghe ed insensate le pratiche astrologiche e magiche, lodando l’imperatore Tiberio per averne proibito l’esercizio in Gallia ed in Italia.

Il poeta Marco Manilio, vissuto a cavallo tra il II secolo a. C. ed il I secolo d. C., nell’Astronomica, dedicata ad Augusto, scrisse che i diversi influssi astrali operavano una selezione sugl’individui, grazie alla corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo, figli di una stessa entità divina, il pneuma, il soffio vitale che anima il tutto. Descrisse dettagliatamente l’origine dell’universo, da cui sarebbe derivata una mirabilis ratio, della natura delle stelle e dei pianeti. Egli intese trasmettere le più profonde dottrine della filosofia stoica ed invitò l’uomo ad indagare le cause attraverso la ragione, riflesso della divinità, che regola l’universo. Mostrò tutta la sua rassegnazione di fronte alle leggi naturali, la cui conoscenza non avrebbe cambiato le sorti assegnate agli uomini.

«Liberate i vostri animi, o mortali, alleviate gli affanni, svuotate la vita di tanti inutili lamenti. I fati reggono il mondo, tutto è determinato da leggi precise e le lunghe età sono segnate da vicende prestabilite. Nascendo moriamo e la fine dipende dall’inizio».

Gaio Giulio Cesare (101 a. C. – 44 a. C.)

La cultura romana non fu particolarmente dedita, al contrario dei Greci, – almeno ufficialmente – allo studio degli astri, anche se, colla riforma del calendario, operata nel 46 a. C., da Giulio Cesare, si evidenziarono profonde conoscenze astronomiche. L’antico calendario romano, istituito nel 753 a. C. da Romolo, era discordante con quello astronomico – solare, essendo in ritardo di circa tre mesi. L’astronomo alessandrino, Sosigene, preparò la riforma, che si realizzò con l’adozione di un anno di 365,25 giorni, introducendo un giorno ogni quattro anni come ulteriore sesto giorno prima delle calende di marzo e chiamato quindi giorno bis – sextus, da cui bisestile.

Marco Porcio Catone, Catone il vecchio (234 a. C. – 149 a. C.)

Astronomia e astrologia negli autori latini. Catone il Vecchio reagì fermamente all’invadenza delle filosofie greche, che avrebbero – a suo dire – minacciato la tradizione romana, tanto da chiedere al Senato romano di espellere dall’Urbe tre filosofi ateniesi: Diogene, Carneade e Critolao. Catone lasciò diversi interessanti manuali sull’agricoltura, sulla salute ed il diritto. Purtroppo a noi è giunto solo il De Agricoltura, un testo di utili consigli sulla conduzione di una fattoria.

Tito Lucrezio Caro (98 a. C. – 55 a. C.)

Tito Lucrezio Caro, uno dei massimi esponenti epicurei di Roma, nel De rerum natura, invitò alla meditazione filosofica, ispirato al pensiero di Empedocle ed Epicuro. Egli ingiunse serenamente ad abbandonare le superstizioni religiose, a favore di un approccio dominato dall’uso della ragione. Lucrezio immaginava la terra immobile al centro dell’universo di forma arrotondata e piatta. Il Sole e la Luna apparivano di diametro esatto a ciò che appariva all’occhio umano, quindi non più grandi di un pollice ed il movimento del Sole era causato dallo spostamento di grandi masse di aria, che seguivano il cambiamento delle stagioni, trascinandolo al Tropico del Cancro e del Capricorno. Esso si spegneva all’Occidente, per riaccendersi all’Oriente grazie all’opera dei fuochi celesti. Cercò di trasmettere, attraverso l’analisi del cosmo, una nuova etica di vita, in cui, grazie al progresso culturale, si potessero liberare gli uomini dall’oppressione e dalla degradazione morale.

Anche Cicerone, come è stato precedentemente scritto, s’interessò di astronomia, avendo in gioventù tradotto i Phaenomena di Arato di Soli e successivamente la Repubblica e il Timeo di Platone. Egli scrisse il De Repubblica, in cui, per descrivere i cieli, usò l’artificio di un sogno raccontatogli da Scipione Emiliano, il Somnium Scipionis, che Macrobio, nel V secolo, avrebbe ripreso, parlando della sfericità della Terra. Cicerone vede, con gli occhi di Scipione l’Emiliano, l’Universo ordinato in nove sfere concentriche, che attraverso la rotazione, producono dei suoni, inascoltati dagli uomini, ma non dai trapassati verso la dimensione celeste.

Lucio Anneo Seneca (4 a. C. – 65 d. C.)

Lucio Anneo Seneca, morto suicida sotto l’imperatore Nerone, scrisse molte opere letterarie e filosofiche. Tornato nel 26 d. C. da un viaggio in Egitto, dove si era recato per motivi di salute, riassunse le conoscenze acquisite nel Naturales quaestiones, dove affrontò temi riguardanti i vari fenomeni meteorologici ed astronomici. Anche secondo Seneca, per liberare l’uomo dalle false credenze, egli si sarebbe dovuto volgersi allo studio dei fenomeni naturali, liberandosi sempre più del suo lato fisico per assumere una dimensione, che si avvicinasse al divino. Allora, la condizione trascendentale avrebbe indotto l’uomo a staccarsi dalla dimensione terrena.

Publio Ovidio Nasone (43 a. C. – 17 d. C.)

Publio Ovidio Nasone fu autore prolifico; tra le sue opere di carattere astronomico, troviamo i Fasti, ispirati agli Aitia di Callimaco. In quest’opera, la sequenza calanderiale si fonde in una sapiente miscellanea di astronomia, aneddoti, favole e miti. Egli descrisse le credenze religiose romane ed illustrò i relativi riti ed i fenomeni astronomici.

Igino l’astronomo (I secolo d. C.) nelle Fabulae, ripercorse i miti; nel De Astronomia commentò sulle nozioni riguardanti la Terra e le costellazioni zodiacali. Presso i suoi contemporanei, ebbe facile successo il racconto sulla mitologia celeste, in un periodo in cui l’astrologia era di gran moda in Roma e che influenzò anche l’arte figurativa, come dimostrano il gran numero degli affreschi di Pompei.

Nel II secolo d. C., la letteratura latina declinò un minor numero di trattati, mentre crebbe l’interesse per i compendi di opere estese, alleggerite dei passi più impegnativi.

Macrobio (385 – 430) si distinse nei Saturnalia, dove descrisse dei dialoghi tra alcuni amici, durante i festeggiamenti del dio Saturno, a proposito di opere antiche andate perdute; e nel Commentarium in Somnium Scipioni, che trae spunto dal De Repubblica di Cicerone, per esporre un trattato di cosmologia neoplatonica. La terra sarebbe stata una sfera di piccole dimensioni al centro dell’universo. Essendo stato considerato – stranamente – un cristiano, godette di buona reputazione nel Medioevo, sicché gli amanuensi copiarono i suoi lavori.

In conclusione, pur mostrando evidenti limiti cognitivi, le opere latine ebbero soprattutto il merito di tramandare la grandezza della cultura greca, traghettandole verso il Medioevo. La cultura moderna deve riconoscere un debito nei loro confronti.

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