«Educare alla vita» di Jiddu Krishnamurti. «Intelletto, autorità, intelligenza»

Il filosofo indiano indica che nell’alfabetizzare l’uomo non si risolverebbero i problemi del mondo, poiché l’educazione dovrebbe mirare a «risvegliare l’intelligenza, incoraggiare una vita integra», al fine di costituire «una nuova cultura e un mondo pacifico». L’uomo dovrebbe essere risvegliato attraverso l’uso dell’«intelligenza creativa», che porterebbe ad una «profonda rivoluzione interiore», capace di cambiare tutti i non – valori, «autoprotettivi ed aggressivi» della nostra società corrotta, in cui i numerosi problemi dovrebbe essere risolti «ora, nel presente». Il singolo, e non la massa, potrebbe davvero influenzare la storia, attraverso la propria azione nelle relazioni quotidiane, che influirebbero «su un gran numero di persone, ma solo se non si bramano i risultati». Krishnamurti insiste nell’individuare l’azione personale quale unica azione possibile, al fine di cambiare il mondo. L’uomo dovrebbe essere consapevole delle sue relazioni, «non solo con gli altri, ma anche con le cose che possediamo, con le idee e la natura». Invece, c’insegnano che i grandi cambiamenti si possano avviare con le rivoluzioni politiche, le quali «portano sempre a massacri e a disastri».

«Per trasformare il mondo dobbiamo rigenerarci interiormente», ripudiando la violenza e dedicando del tempo a conoscerci reciprocamente, al fine di risolvere ogni conflitto e sanare ogni dispiacere.

L’educazione fabbrica dei buoni specialisti, i quali, al fine di sostentarsi, sono costretti a svolgere anche un lavoro poco piacevole, dimenticando di scoprire la vera vocazione: avere «una comprensione completa della vita e dell’amore». Invece siamo divisi tra «l’io ed il non – io, tra l’io e l’ambiente o la società», generante la separazione, l’inizio del conflitto interiore ed esteriore. Krishnamurti indica nella meditazione un mezzo, attraverso il quale trascendere l’io, laddove avviene «la liberazione dalle influenze e dai valori che danno rifugio al nostro io».

Ogni uomo è intrappolato dal sistema educativo sin dalla nascita, il quale non lascia spazio a pensieri o sentimenti indipendenti; egli preferisce conformarsi, al fine di guadagnare per sé sicurezza, favorendo il giogo dei potenti di turno, i quali «ci dominano in maniera subdola o evidente». L’uomo deve cercare la sua indipendenza interiore, al fine di essere libero dalla potente morsa della tradizione, la quale ci rende degli «imitatori mediocri, semplici ruote nell’ingranaggio di una crudele macchina sociale».

La paura. La paura c’impedisce di pensare, di rispondere con creatività, e ci adagia su schemi vecchi e vetusti, impedendoci «la comprensione di noi stessi e della nostra relazione con le cose della vita». Aderiamo allora ad un sistema idee, col fine di proteggerci, mascherando solo provvisoriamente le difficoltà, le quali torneranno più cariche ed intense. Scatta allora il meccanismo della dominazione da parte di un guru o del potere politico, invece dovremmo definitivamente liberarci dell’idea del potere sugli altri. Per liberarci dalla paura, dovremmo liberarci di ogni tradizione ed evitare il triste passaggio da un guru all’altro, per capire l’essenza dell’autorità, falso rimedio alla paura ed al nostro desiderio di essere protetti ed appagati. L’io genera la paura nel desiderare «certezze e sicurezza», esso «è molto forte in quasi tutti noi» e genera il meccanismo dei dogmi e delle credenze, «proiezioni della mente», che si rifugia «nelle parole, nelle frasi ripetute all’infinito», le quali «non liberano la mente dall’io e dalle sue attività; poiché l’io è essenzialmente il prodotto delle sensazioni». L’uomo nel corso dei secoli ha inventato le religioni per sicurezza interiore, per sedare inutilmente «paure» e generare «speranze».

L’intelligenza. Attraverso l’intelligenza, l’uomo può capire le «modalità della vita – e – la percezione dei valori giusti», unirsi al «processo totale dell’esistenza – integrando – mente e cuore nell’azione». L’intelligenza è sinonimo d’amore ed è assai diverso dall’intelletto, il quale «è il pensiero che funziona indipendentemente dalle emozioni». La conoscenza intellettuale non comporta la saggezza «e non può essere paragonata all’intelligenza», che è «rinuncia dell’io». Dovremmo liberarci da ogni condizionamento educativo, al fine di liberare l’amore, quale «assenza di odio, avidità, senso dell’io, causa dell’antagonismo.

Senza un cambiamento del cuore, senza benevolenza, senza la trasformazione interiore che nasce dalla consapevolezza di sé, non potrà mai esserci pace, né felicità per gli uomini».

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