Quattro lettere giovanili di Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio ebbe ad esprimere sin da bambino la sua naturale attrazione per le coetanee; sin dal 1870, mostrò vago interesse per Teodolinda, figlia del marchese Carlo Pomarici, capitano dell’esercito borbonico e di Grazia Palmerini. Sembra che interpellasse il cugino quale ambasciatore, al fine d’informare la piccola di provare amore. Col trascorrere degli anni, quella piccola fiammella divampò in vampa e così, raggiunta l’età di 17 anni, scrisse alla sua Linda il 18 novembre 1880, il giorno precedente la sua partenza per il Convitto di Prato.

«Mia gentile amica, credo che siano le undici. Ho guardato lungamente la tua finestra baciata dalla luna ed ho fantasticato. Mi è parso di vedere la tua testa bruna tra le persiane, qualche cosa si muoveva…ma…erano le piante dei vasi agitate dal vento; me ne sono accertato col binocolo. Tu non potevi essere. Dove eri? Dove sei in questo momento? Dormi? Leggi la mia «febbre»? Dici l’Ave Maria per me come ti ho pregato stasera? Ti ho qui nella fantasia tutta intera cogli occhi umidi (tu li hai quasi sempre umidi e lucenti, vi hai badato? Colle guance rosse, con il busto sganciato, alta, flessuosa come un giunco. Ed io ti scrivo. Perché ti scrivo? Perché ti dico queste cose? Tu non sei una donna volgare e non hai bisogno di adulazioni, di frasi fatte, di complimenti, di reticenze. Fra me e te fino ad una settimana fa, non è mai passata relazione intima alcuna; sempre il freddo saluto, il gelido lei, qualche volta la punta delle dita da stringere, anzi da toccare; niente di più. Tu mi stimavi (non sono mica troppo superbo?); io nudrivo per te una specie di reverenza affettuosa, gentile. Spesso ho guardato il tuo corpo con ammirazione di artista. Questo una settimana, due settimane fa. Ora c’è un mutamento: tu te ne sei accorta certissimamente. Non ci siamo visti più da vicino per le frequenti, scambievoli visite. Hai mai contemplata una farfalla svolazzante intorno ad un lume? L’hai mai vista abbrucolarsi le ali? A me è accaduto su per giù lo stesso: io ti ho voluto bene ed ora il bene è cresciuto, cresce e crescerà, ne sono sicuro. Tu non sei una donna come le altre, te lo ripeto: sei colta, di animo gentilissimo, di modi cortesi, assai bella. Mi vuoi bene? Dimmelo, mi vuoi bene? Vedi, per esempio, quando io sono lontano, avrò mille volte un bisogno prepotente di piangere; mi sentirò mille volte una dolcezza, una mollezza insolita nel cuore. In quei momenti ti scriverei, ricostruirei la tua immagine, parlerei con te- mi sarebbe di conforto, lo sento. Tu saresti la mia cinny, la mia ombra adorata; t’inseguirei nel verso ed a te direi i sogni più voluttuosi, le immagini più rosee. Linda… tu ti chiami Linda. Mi vuoi bene come a un fratello? No no…come ad un fratello no! Il nostro amore deve essere diverso dagli altri. Come? Lo sento, ma questa penna maledetta si ribella ad esprimerlo. Domani l’altro partirò, non saprò forse neanche se avrai letta questa lettera con piacere, ma mi scriverai a Prato, non è vero? Scrivi liberamente; le lettere vengono alle mie mani direttamente, senza pericolo. Ma io a te? Oh! Io scrivo, scrivo; faccio castelli in aria, e poi? Se non senti nulla per me, Linda, dimmelo francamente. Addio: ti bacio la manina bianca cento, mille volte. Addio – Gabriele».

La seconda lettera è datata 23 dicembre.

«Mia gentile amica. Non le ho risposto prima d’ora a quella carissima lettera del 14 perché temevo di noiarla troppo spesso colle mie ciance. Temevo di abusare della sua pazienza e della sua cortesia. Ora le scrivo, prima per ringraziarla di quelle espressioni delicatissime da cui sono rimasto tutto confuso, e poi per augurarle, giacché ci sono, buon Natale. Buon Natale! E lo ripeto con tutta l’anima; con un po’ di melanconia. Ella capisce il perché di questa malinconia. Io amavo il Natale con una intensità di affetto strana; l’aspetto tutto l’anno con desiderio, con una specie di nostalgia incomprensibile, e me lo vedo sfuggire dinanzi come una persona cara, come un sogno gentile di giovinezza…come ho visto fuggire via, ora, quella povera vecchia di mia nonna! E’ strano: in questo giorno ho nel cuore un po’ di mollezza; ho molte lagrime che non mi escono dagli occhi, ma per questo mi sono più care. Perdo quella vivacità, quella fierezza, quelle parole dure, quello slancio irrefrenabile di gioventù…ma mi sento più buono, più affettuoso; abbraccerei il primo poveretto che mi stendesse la mano. Lo crede? Ohi se fossi costì, fra i miei, accanto a quell’angelo della mamma! Scriverò intanto dei versi; crede ella che saranno belli? Le piace la neve? Oh! come piace a me! Ho fatto un’altra figurina abruzzese intitolata: «Totò». La stamperanno sul «Fanfulla», credo. Là c’è della neve. Sentirà, mi vedrà. Ed ora smetto di parlare di me, perché l’avrò annoiata e le parlo di…lei. Sa che ella scrive già bene? Ella ha l’intuizione della forma, e si persuada che in arte la forma è tutto o quasi tutto. La sua si può chiamare senza dubbio una bella lettera. Ci sono soltanto delle lievi intemperanze che spariranno presto, ne sono sicuro. Intanto, se le sue faccende di casa sono molte, legga pure le mie lettere senza rispondere. Io rinunziò al piacere di una risposta, quando questa sia a lei di incomodo. E dico questo non per complimento, badi. Tanti auguri per parte mia ai suoi, specialmente alla mia buona comare Grazia, e sempre suo umilissimo servitore: Gabriele D’Annunzio».

La terza lettera ha un carattere più marcatamente letterario:

«Mia gentile amica, sente il fascino dei versi? Talora non le sono passati davanti agli occhi come dei lembi di mondi strani, inviluppi di colori, delle strisce fosforescenti? Non ha mai inseguito colla mente una parvenza luminosa sentendo vivo il desiderio di rinchiuderla come avrà fatto di qualche canarino? Se lei ha seguito con la mente quei colori e quelle parvenze, ella ha in sé la scintilla dell’artista, l’«afflatus vivendi», quel «quid» che fa gustare il bello in modo differente dagli altri. E’ un fuoco sacro di cui Ella è la Vestale. Per carità non la lasci consumare e spegnere! Ella ora legge la «Vita dei campi» del Verga e sono sicuro che ella gusterà per istinto, per quel famoso «quid». Ma se ella la rileggerà dopo vari anni di studio, vi troverà delle «nuances» di sentimenti e tante nuove bellezze che prima le eran sfuggite del tutto o quasi. E’ questione di educazione, legga, legga molto ed attentamente, e non soltanto romanzi e racconti. Io le manderò fra non molto qualche altro libro parlante di arte e di letteratura. Gabriele D’Annunzio».

La quarta ed ultima lettera è forse la più interessante; in essa si evidenzierebbero delle affermazioni incongrue con l’opera, che svilupperà.

«Mia gentile amica: «Un liseron adore une fauvette»…Ella probabilmente non l’ha letta quella malinconica «Presque une fable» di François Coppée. E’ nel «Cahier rouge». Un libro di versi che a lei piacerebbe di certo. Dunque, un liseron adore une fauvette. Vuole che glie ne racconti in italiano la favola? E’ pietosa, badi, ella potrebbe soupirer et baisser la tète come quella signora a cui fu raccontata la prima volta dal poeta. Meglio lasciarla andare. La leggeremo insieme nell’autunno venturo; allora anche il «fondo» ci sarebbe. Ella sarà impressionata e gusterà di più i soavissimi «alessandrini« del gentile francese, glie lo assicuro. Ora parliamo d’altro. Ella ha letto le mie due marine e mi dice che sono stupende cose: io abbasso il capo ed arrossisco un po’. Se le dicessi che tranne qualche buona pennellata sono due quadri degni di tutt’altro che dell’Hobbema e del Ruysdael? Sia un po’ severa. Si contenti meno. Ha capito? Ed intanto, vede? Ella mi costringe  a benedire quel povero Guerrazzi, che mi è un poco antipatico come scrittore. Quella «corona di rose», «…Ah quella «corona di rose»…Ah quella «Corona di rose». E quel verso santissimo che viene prima della Corona? Anche  io…Uh! Che dicevo ora! Comme vous soupirez et baisser la tète. Ella mi parla. Ah! Se sapesse come mi secca questo Ella, ella, ella, ripetuto tante volt! Si rammenta i bei tempi lontani, in cui ci davamo del tu? Allora eravamo commarella e comparuccio! Se ne rammenta? Dunque, ella mi parla ancora con una gentilezza piena di grazia dei miei dolori di artista? E’ vero sono tormenti terribili, troppo forti, terribili appunto perché bruciano l’animo senza pietà. Mi vede? Io non vorrei che Ella, anche avendone il potere, me ne liberasse. Capisce? Non si è Prometeo se un avvoltoio non ci roda le viscere. Il mio «Totò» uscirà in uno di questi numeri, mi scrive Mancini. Ritarda ad uscire perché siamo parecchi a scrivere bozzetti per il Fanfulla e bisogna, secondo giustizia, fare posto anche agli altri. La notizia della guarigione di Giselda mi ha fatto proprio bene al cuore, lo creda: mi hanno commosso le affettuosissime parole con cui Ella me l’ha data, che cara Zizì.

Ed eccomi all’ultima domanda. Ora che cosa sta dipingendo? Col pennelloldico…oh? L’arte dei complimenti delicatissimi ella sa molto bene. Lasciamo fare… adesso dipinge un paesaggio graziosissimo, un pascolo con dei bovi sotto un gruppo di querci. Il cielo è azzurro in alto. Verde e diafano in basso, di dietro ai querci esce un paio di nuvole violette…verà…Ed ora? Un liseron adore une fauvette. – Suo GABRIELE D’ANNUNZIO».

Durante le vacanze estive, la gentile Teodolinda rispose al giovane poeta con gentilezza e soave dignità, ma Gabriele interpretò tale comportamento come segno di un’indubbia volontà di preparare  il campo solo ed esclusivamente ad una bella amicizia.

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L’eroe di guerra

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L’Impresa di Fiume

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La fine della Impresa di Fiume

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Tra Sinistra e Destra

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Gabriele D’Annunzio e la Marcia su Roma

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La fine dell’impegno politico

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Il nume della patria

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Il Vittoriale degli italiani

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Il declino

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L’ultima Crematilde

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Morte di un poeta

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La Impresa di Fiume nell’analisi della stampa dell’epoca

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«La Pisanelle» di Gabriele D’Annunzio nelle critiche dei giornali parigini dell’epoca

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