«Io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno coll’ingegno e collo studio; impresa ardua e forse vanissima per me». Lettera di Giacomo Leopardi a Pietro Giordani del 26 settembre 1817

Appare evidente la preoccupazione del Giordani riguardo la salute di Giacomo, il quale gli confessa di non stare affatto bene. Egli vorrebbe fuggire da Recanati, per vedere il mondo, e ciò non è possibile: ecco l’origine dei suoi mali. Giacomo non si preoccupa troppo di trovare un mondo migliore che Recanati; il suo pessimismo pervade ogni aspetto della sua esistenza ed ogni suo pensiero. Egli rincorre la gloria, la fama, ma non gli sfugge che tutto ciò potrebbe rimanere un sogno! Ammette di non voler essere compreso tra la folla, e di servirsi del suo immenso ingegno per innalzarsi sopra gli uomini: «impresa ardua e forse vanissima». La stanchezza del vivere non deve intaccare minimamente l’amore ardente per gli studi, unico conforto per la sua grande anima.

Quindi una confessione, che intenerisce il cuore di chi legge: non avrebbe soldi a sufficienza, per acquistare ulteriori libri, non volendo contare sulle finanze domestiche.

Quindi ancora il disprezzo per i Recanatesi, per le donne di Recanati, per cui non può provare alcuna attrazione.

Giacomo parla della relazione col fratello, Carlo, di un anno più giovane, compagno di giochi e di discussioni letterarie, che divisero alquanto nei giudizi i due fratelli. Giacomo esprime tutto il suo amore, la sua stima, definendolo «un altro me stesso».

Quindi, esprime il desiderio di cavalcare, unico sport che potrebbe realmente praticare, al contrario del nuoto o del calcio, che gli costerebbe assai in termini d’impegno e sforzo fisico.

Nell’ultimo paragrafo, l’addio ed il desiderio forte, impellente di contare i giorni, che lo dividono dall’incontro con l’uomo che stimava ed amava tanto.

A Pietro Giordani, Piacenza

Recanati 26 settembre 1817

Mio carissimo rispondo alle vostre del 1° e del 9.

La salute in questi giorni potrebbe andar peggio. Di muoversi di qua né anche si sogna. A voi succede quello che succederà a me se mai vedrò il mondo, di averlo a noia. Allora forse non mi dispiacerà e fors’anche mi piacerà questo eremo che ora abborro. E quando dico mondo, intendo questo mondo ordinario, perché forse volendo non otterrei, ma certo non voglio né titoli, né onori, né cariche; e Dio mi scampi poi dalle prelature che mi vorrebbero gittar sul muso. Certo che non voglio vivere tra la turba; la mediocrità mi fa una paura mortale; ma io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno coll’ingegno e collo studio; impresa ardua e forse vanissima per me, ma agli uomini bisogna non disanimarsi né disperare di loro stessi. Se però vi concedo di essere stanco del mondo, non vi concedo già di essere stanco né punto meno ardente negli studi, ne’ quali vi voglio sempre caldissimo e ardentissimo anche per me, che tutte le forze in questa maledetta città bisogna che le pigli dall’animo mio e dalle lettere vostre. Se credete che io stia molto bene a libri, v’ingannate ma assai. Se sapeste che Classici mi mancano! Ma le mie entrate non bastano per comprarli, e delle altrui io non mi voglio servire più che tanto. Credo che sarete persuasissimo che qui né per governo, né per nessun’altra cosa non si stia meglio che a Piacenza. Questa poi è la Capitale de’ poveri e de’ ladri, ma i vizi mancano (eccetto questo di rubare), perché anche le virtù.  Le donne poco più hanno di quello che si son portate dalla natura, se non vogliamo dire un poco meno, il che si può bene della più parte. Non credo che le grazie sieno state qui mai, né pure di sfuggita all’osteria.

De’ molti fratelli ne ho uno con cui sono stato allevato sin da bambino (essendo minore di me un solo anno), onde è un altro me stesso, e sarà sempre insieme con voi la più cara cosa che m’abbia al mondo, e con un cuore eccellentissimo, e ingegno e studio di cui potrei dire molte cose se mi stesse bene; è il mio confidente universale, e partecipe tanto o quanto degli studi e delle letture mie; dico tanto o quanto, perché discordiamo molto, non per l’inclinazione, amando lui gli stessi studio che io, ma per le opinioni. Questi vi ama, come è naturale solo che altri vi conosca in qualche modo, e questi è il solo solissimo con cui apro bocca per parlare degli studi; il che spesso di fa, e più spesso di farebbe se si potesse senza disputa, le quali sono fratellevoli, ma calde.

Il cavalcare che mi consigliate, certo mi gioverebbe, ed è uno dei pochi esercizi che io potrei fare, dei quali non è né il nuotare né il giocare a palla né altro tale, che non molto fa mi avrebbe dato la vita ed ora mi ammazzerebbe, quando io mi ci potessi provare, che è impossibilissimo. Potrei, dico, cavalcare se avessi molte cose che non ho.

Vo contando, mio caro, i giorni e i mesi che mi bisogna passare prima di vedervi. Intanto scrivetemi spesso, come fate, per confortarmi e rallegrarmi, e se potete a lungo. La materia non vi può mancare, sapendo quanto io brami di sentirvi parlar dei nostri cari studi. Ma se le vostre brighe ancora durano, scrivetemi brevemente. Addio, carissimo. Mio padre, al quale bastò leggere due o tre delle vostre operette per prendervi perpetuo amore, vi saluta. Io vi abbraccio con tutta l’anima. Addio.

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