La immaginosa messa in scena del «Martyre de Saint Sébastien»: Léon Bakst e Gabriele D’Annunzio.

Claude Debussy (1862 – 1918)

Il 22 maggio 1911 presso il Théâtre du Châtelet di Parigi, andò in scena il «Martyre de Saint Sébastien» di Gabriele D’Annunzio su musica di Claude Debussy.

Ida Rubinštejn (1885 – 1960)

Enorme fu la curiosità presso il pubblico, che attirò la prima; molti si chiedevano fino a che punto sarebbe stata svestita la protagonista, Ida Rubinštejn. L’attenzione maggiore fu per la messa in scena, che si preannunciava sensazionale, ideate da Léon Bakst, il quale dichiarò al cronista, Raffaele Nardini, del giornale La stampa di Torino:

Léon Bakst (1866 – 1924)

«Sino dai primi colloqui con Gabriele D’Annunzio, io ho sentito e fatta mia l’ispirazione della sua opera. Egli mi delineava la finzione da lui ideata come una finzione medioevale ed io vedevo tracciata la via alla mia collaborazione. Naturalmente, trattandosi di un lavoro fatto come sarebbe stato fatto nel secolo XIV, anch’io mi sono dovuto trasportare nell’ambiente pittoresco di quel tempo. La vera interpretazione plastica del mistero – disse subito D’Annunzio – sarà raggiunta se io potrò rendere le ammirabili vetrate trecentesche. D’annunzio convenne entusiastico su questo punto di partenza. Ora sapete che ciò che predomina nel carattere di queste vetrate è la magnificenza dei contrasti e le ricchezze dei toni. Sapete pure come i buoni artisti del scolo XIV, trattando i loro vasti soggetti sulle pie vetrate, non risparmiavano né ori né carminio, né turchino d’oltre mare. Io agognavo di raggiungere il medesimo splendore. Era difficilissimo comporre i costumi e vestire gli attori in modo tale da metterli definitivamente fuori dalla modernità; perciò ho ideato dei vestiti, che non solo fossero per se stessi corrispondenti all’epoca rievocata, ma che influissero anche sui movimenti degli attori rendendo spontaneo soprattutto il gesto.

Con ogni cura, dunque, ho escluso tutto quello che avrebbe potuto impacciare il movimento. Ciò si riferisce a tutti i personaggi. Ma naturalmente ogni figura è stata da me studiata secondo il relativo carattere: Mater dolorosa ha un costume ricco, ma grave e solenne; l’Imperatore è la nota dominante, la nota che più risalta nel lavoro e perciò l’ho vestito in modo da essere il personaggio più eclatante, se posso dire così, dell’intero lavoro.

– E San Sebastiano?

Io non posso pensare a questo personaggio senza risentire la mia ammirazione per l’incarnazione che ne fa la Rubinštejn, vestendone il costume che le ho assegnato: una persona tale da rendere la silhouette severa, un po’ secca e religiosa, che il Mantegna dette ai suoi mirabili cavalieri. Ella non danzerà nuda, ed il suo vestito sarà composto di una sfolgorante armatura d’oro e solo i piedi usciranno ignudi.

– Ed allora, se non vi dispiace, andiamo a vedere il palcoscenico.

Andiamo…»

Nel primo atto, sarà rappresentato il palazzo del prefetto, caratterizzato da sette finestre, istoriate da sette gigli.

«Per l’atto secondo ho dovuto creare un lugubre sotterraneo. Nella penombra si delineano sette figure curve su sette cippi: si preparano dei sacrifici. La tetra misteriosità di questa parte contrasta colla luminosità del primo atto. Alla fine dell’atto secondo, vi è l’arrivo dei malati, e c’è toccato il gravoso studio per rendere lo spettacolo di questa gente divorata dalla lebbra e dalle pustole. Dall’impressione che ha avuta D’Annunzio, devo supporre che la rappresentazione tristissima sia riuscita e debba riuscire efficace. In mezzo ai malati, vi è la fanciulla delle febbri. Si opera allora il miracolo. Nel sotterraneo vi è una tomba rotonda di cui S. Sebastiano apre d’improvviso le porte ed allora si vede la camera astrologica tutta folgorante di luce azzurra e vi si vedono i diaconi in meravigliosi fantastici giri, fra effetti di luce che contrastano ancora colle tenebrosità del lugubre sotterraneo su cui si era alzato il sipario

Credete a me – egli soggiunge – D’Annunzio ha ideato degli effetti addirittura prepotenti a cui non si resiste. Davvero, la Chiesa dovrebbe onorare il gesto veramente cristiano di D’Annunzio.

Il terzo atto ha come nota dominante il lusso pagano. Intorno sui muri vi sono dipinti centinaia e centinaia d’idoli pagani dalle facce scure, dai grandi occhi, dalle colorazioni strane con grandi disegni gialli, neri e di altre tinte. E vi sono nella scena otto grandi colonne nere e dorate, fatte in forma di enormi serpenti, le quali sostengono una splendida volta tutta composta a dadi di zaffiro. In mezzo alla volta, c’è un grande lucernario ed attraverso questo, levando gli occhi dalla sfarzosa folla pagana, si vede un melanconico paesaggio fiorentino tutto soffuso di spirito giottesco. Io avevo fatto molti studi a Firenze e perciò ho curato con particolare amore questo dettaglio, che provoca un drammatico contrasto tra la tenera e triste visione e lo sfarzoso insensato lusso che sfolgora nella scena. Naturalmente io ho foggiato con sontuosità oro e colori vivi, costumi splendidi, geniali, fastosi, degli auguri, dei sacrificatori, dei citaredi, di tutto il paganesimo che circonda l’imperatore. In quest’orgia di colori compare la nota severa solo quando arriva il giovane santo, nel suo costume turchino, così cupo da essere nerastro e ci sono dei ricami di argento che fanno pensare alla croce. Ma non perciò San Sebastiano rimane staccato da tutta la scena. Al di là del lusso del paesaggio, che direi francescano, e quando egli compare, si ha l’impressione che di lassù egli sia disceso. Un altro momento di grande importanza visiva è il finale di quest’atto. L’imperatore vuole uccidere – è vero – il giovinetto, ma egli lo ammira e non vuole che sia sfigurato. Perciò gli assegna come supplizio di essere soffocato sotto un mucchio di fiori e di ghirlande colorite ed allora tutti gli sfarzi del colore e del lusso pagano si snodano e si accumulano sull’esile nudo austero, che il Santo ha recato nel quadro.

Per il quarto atto e per il quinto la scena è una sola. Del resto, essi sono divisi soltanto da un intermezzo musicale, senza che scenda il sipario, gli ultimi due atti celebrano la rivincita del cristianesimo. La scena rappresenta un paese sabbioso e deserto, la cui uniformità è rotta dalle rocce di montagna, che sembrano affondate nel suolo perché ce le ha scagliate qualche ciclope. Ma soprattutto, in mezzo alla aridità di questo paesaggio desolato, verdeggia un boschetto di allora e sopra una collina si vede il lauto dove viene suppliziato S. Sebastiano».

In un bozzetto, il Santo era stato legato con diverse corde al tronco, avvolto di un panno, che lasciava nuda la spalla sinistra, come i piedi. Sarebbe stato l’unico momento dell’esecuzione, in cui la protagonista sarebbe apparsa svestita. Al termine del supplizio, sarebbero rimaste attaccate al tronco alcune frecce e, mentre scendeva la sera, un fascio di luce sarebbe declinato laddove il santo aveva pietosamente appoggiato la testa.

Il passaggio tra il quarto e quinto atto è sostenuto dalla mutazione della luce, più scura, che si tramuterà in oro, mentre la musica sarà caratterizzata da un andamento liturgico.

Nel quinto atto, si noterà l’assenza della recitazione, poiché il coro interverrà con canti di gloria, canti dei pagani convertiti, sui quali piovono dei raggi d’oro dal cielo.

Parla D’Annunzio. Bakst mi ha compreso! La sua arte è deliziosa, è meravigliosa… Bakst mi ha compreso e tutti dovranno comprendermi… Devo forse ripetere che la tendenza verso l’ortodossia non è nuova in me? E’ stato pubblicato, tempo fa, in Italia, un libretto che tratta dell’opera mai con un titolo di questo genere: D’annunzio innanzi allo spirito moderno. Ne è autore un prete. Ebbene, ha preveduto lucidamente che io sarei arrivato all’ortodossia. Ora egli mi ha scritto per rallegrarsi con me ed anche con sé per il successo della previsione.

Alla prova, assistevano due sacerdoti, che avrebbero poi espresso giudizi positivi sul trattamento del soggetto da parte del Poeta, il quale sapeva della nota negativa dell’arcivescovo, che – secondo la sua opinione – sarebbe stata espressa prima di conoscere il lavoro:

«Ora non potrà certo diffidarla, – disse D’Annunzio – ma innanzi all’evidenza dei fatti attenuerà le ostilità».

Qualora le forti polemiche cattoliche ed antisemite fossero state intollerabili, il ruolo di San Sebastiano sarebbe stato interpretato da un attore. D’Annunzio precisò che un «giovane e modesto attore» era stato scritturato per l’intero periodo delle prove, al fine di concedere del riposo alla Rubinštejn.

La stampa anticipò che la protagonista evidenziasse delle difficoltà nella pronuncia della lingua francese, ma il Poeta precisò che avesse evidenziato un accento derivato dalla lingua inglese, «ma è cosa insignificante. La diva non ha delusa la mia aspettativa, e non so pensare ad altre che possano più degnamente e più efficacemente rendere la purissima figura del mio santo».

Il volto di Gabriele appariva trasfigurato, come dominato da un sogno, che deve essere logorante e delizioso insieme. Egli tace, mentre si ammucchiano fra le mani delle carte di visita.

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