Vita di Raffaello: La Stanza della Segnatura (seconda parte) nel racconto tratto dalla «Descrizione delle immagini dipinto da Raffaello da Urbino» di Giovanni Bellori

Ritratto di papa Giulio II (National Gallery, Londra)

Nel 1511, Raffaello ritrasse papa Giulio II Della Rovere (conservato alla National Gallery di Londra), destinato per la chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma e recuperato dal cardinale Paolo Emilio Sfrondati. Il quadro si risolse «tanto vivo, e verace che faceva temere il ritratto a vederlo, come se proprio egli fosse vivo».

Madonna del velo (MUseo Condè, Chantilly)

Nello stesso anno, realizzò la Madonna del velo (al Museo Condé di Chantilly), «dov’è la Vergine, che con un velo cuopre il Figliuolo, il qual è di tanta bellezza, che nell’aria della testa e per tutte le membra dimostra essere vero figliuolo di Dio. E non manco di quello è bella la testa ed il volto di essa Madonna, conoscendosi in lei, oltre la somma bellezza, allegrezza e pietà. Vi è un S. Giuseppe, che appoggiando ambe le mani ad una mazza, pensoso in contemplare il Re e la Regina del Cielo, sta con un’ammirazione da vecchio santissimo. Ed amendue questi quadri si mostrano le teste solenni».

Durante la dipintura della Cappella Sistina, Michelangelo invitò Raffaello a visitare la sua opera, onde realizzò l’Isaia profeta nella basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, «nella quale opera per le cose vedute di Michelagnolo, migliorò ed ingrandì fuor di modo la maniera e diedele più maestà, perché nel veder poi Michelagnolo, l’opera di Raffaello, pensò che Bramante, com’era vero gli avesse fatto quel male innanzi, per fare utile e nome a Raffaello».

Madonna di Foligno (Pinacoteca Vaticana)

Un segretario del pontefice, avendo ritenuto miracolosa l’integrità fisica della sua casa in Foligno dopo un evento atmosferico, commissionò a Raffaello la Madonna di Foligno (oggi alla Pinacoteca Vaticana), destinata alla Chiesa di Santa Maria in Aracoeli, in cui raffigurò «la Vergine in aria, con un paese bellissimo, un S. Giovanni ed un S. Francesco, e S. Girolamo ritratto da Cardinale,  nella qual Nostra Donna è un’umiltà e modestia veramente da Madre di Cristo; ed oltre che il putto con bella attitudine, scherza col manto della Madre. Si conosce nella figura del S. Giovanni quella penitenza, che suolsi fare il digiuno, e nella testa si scorge una sincerità d’animo ed una prontezza di sicurtà, come in coloro che lontani dal mondo lo sbeffano, e nel praticare il pubblico odiano la bugia e dicono la verità. Similmente il S. Girolamo ha la testa elevata con gli occhi alla Nostra Donna tutta contemplativa, ne’ quali par che ci accenni tutta quella dottrina e sapienza. Ne mancò Raffaello fare il medesimo nella figura di S. Francesco, il quale ginocchioni in terra con un braccio steso e con la testa elevata, guarda in alto la Nostra Donna, ardendo di carità nell’affetto della Pittura, la quale nel lineamento o nel colorito mostra, ch’ei si strugga d’affezione, pigliando conforto e vita dal mansuetissimo guardo della bellezza di lei e dalla vivezza e bellezza del figliuolo. Fecevi Raffaello un putto ritto in mezzo della tavola sotto la Nostra Donna, che alza la testa verso lei e tiene un epitaffio, che di bellezza di volto e di corrispondenza della persona non si può fare, né più grazioso, né meglio, oltre che v’è un paese, che in tutta perfezione è singolare e bellissimo».

Le stanze della Segnatura – Il miracolo d’Orvieto

Continuò il lavoro presso le Stanze vaticane col Miracolo d’Orvieto o di Bolsena, «nella quale storia si vede il Prete, mentre che dice Messa, nella testa infuocata di rosso, la vergogna, ch’egli aveva nel veder, per la sua incredulità, fatto liquefar l’Ostia in un corporale e che spaventato negli occhi e fuor di sé smarrito nel cospetto de’ suoi uditori, pare persona irresoluta, e si conosce nell’attitudine delle mani quasi il tremito e lo spavento, che si suole in simili casi avere. Fecevi Raffaello intorno molte varie e diverse figure: alcuni servono alla Messa, altri stanno su per una scala ginocchioni ed alterate dalla novità del caso fanno bellissime attitudini in diversi gesti, esprimendo in molte un affetto di rendersi in colpa, e tanto ne’ maschi, quanto nelle femine, fra le quali ven’è una, che a’ piedi della storia da basso siede in terra, tenendo un putto in collo, la quale sentendo il ragionamento, che mostri un’altra di dirle del caso successo al Prete, maravigliosamente si storce, mentre ch’ella ascolta con una gratia donnesca molto propria e vivace. Finse dall’altra banda Papa Giulio, che ode quella Messa. Dirimpetto a questa storia, quando San Pietro nelle mani d’Erode in prigione è guardato da gli armati. Dove tanta è l’Architettura, che ha tenuto in tal cosa e tanta la discrezione nel casamento della prigione, che in vero gli altri, appresso a lui, hanno più di confusione ch’egli non ha di bellezza, avendo egli cercato di continuo figurare le storie  com’esse sono scritte e farvi dentro cose garbate ed eccellenti come mostra in questa l’orrore della prigione, nel veder legato fra que’ due armati, con le catena di ferro quel vecchio, il gravissimo sonno nelle guardie ed il lucidissimo splendore dell’Angelo nelle scure tenebre della notte, luminosamente far discernere tutte le minuzie del carcere e vivacissimamente risplendere  l’armi di coloro in modo che i lustri paiono bruniti più che se fossero verissimi e non dipinti. Né meno arte, ed ingegno è nell’arco, quando egli sciolto dalle catene esce fuor di prigione, accompagnato dall’Angelo, dove mostra nel viso S. Pietro piuttosto di essere un sogno, che visibile, come ancora si vede terrore e spavento in altre guardie, che armate fuor della prigione, sentono il rumore della porta di ferro ed una sentinella con una torcia in mano, desta gli altri e mentre con quella fa lor lume, riverberano i lumi della torcia in tutte le armi, e dove non percuote quella, serve un lume di Luna. La quale invenzione avendola fatta Raffaello sopra la finestra, viene a esser quella facciata più scura, avvenga che quando si guarda tal pittura, ti da il lume nel viso e contendono tanto bene insieme la luce viva con quella dipinta co’ diversi lumi della notte, che ti par vedere il fumo della torcia, lo splendor dell’Angelo, con le scure tenebre della notte sì naturali e sì vere, che non diresti mai ch’ella fosse dipinta, avendo espresso tanto propriamente sì difficile imaginazione. Qui si scorgono nell’arme le ombre, gli sbattimenti, i riflessi e le fumosità del calar de’ lumi, lavorati con ombra sì abbacinata che in vero si può dire ch’egli fosse il Maestro degli altri.

Egli fece ancora in una delle pareti nette il culto divino e l’arca degli Ebrei ed il candelabro, e Papa Giulio, che caccia l’Avarizia dalla Chiesa, storia di bellezza e di bontà simile alla notte detta di sopra, nella quale storia si veggono alcuni ritratti di Palafrenieri , che vivevano allora, i quali in su la sedia portano Papa Giulio, veramente vivissimo, al quale mentre che alcuni popoli e femine fanno luogo perché passi, si vede la furia di un armato a cavallo, il quale accompagnato da due a piedi, con attitudine ferocissima urta, e percuote il superbissimo Eliodoro, che per comandamento d’Antioco vuole spogliare il Tempio di tutti i depositi delle vedove e de’ pupilli, e già vede lo sgombro delle robbe ed i tesori, che andavano via; ma per la paura dei nuovo accidente di Eliodoro abbattuto e percosso aspramente da i tre predetti, che per essere ciò visione da lui solamente sono veduti e sentiti; si veggono tutti traboccare e versare per terra, cadendo chi gli portava per un subito orrore e spavento, ch’era nato in tutte le genti d’Eliodoro. Ed appartato da questi si vede il Santissimo Onia Pontefice, pontificalmente vestito, con le mani e con gli occhi al Cielo serventissimamente orare, afflitto per la compassione de’ poverelli, che quivi perdevano le cose loro ed allegro per quel soccorso, che dal Cielo sente sopravenuto».

Il trionfo di Galatea (Stanze della Farnesina, Roma)

Raffaello, nel 1512, lavorò per il banchiere Chigi, realizzando nella Villa Farnesina Il trionfo di Galatea, «sopra un carro tirato da due Delfini, a cui sono intorno i Tritoni e molti Dei marini». Due anni più tardi, lavorò nella Cappella Chigi, sita in Santa Maria della pace, alla dipintura delle Sibille e angeli, «che nel vero delle sue cose è ritenuta la migliore e fra le belle, bellissima, perché nelle femine e nei fanciulli, che vi sono, si vede grandissima vivacità e colorito perfetto. E quell’opera lo fece stimar grandemente vivo e morto, per essere la più rara ed eccellente opera, che Raffaello facesse in vita sua».

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