Girolamo Savonarola: l’incontro con Carlo VIII

Il 1492 fu un anno assai importante per i destini dell’Italia, dell’Europa e del mondo; l’8 aprile moriva a Careggi, Lorenzo de Medici; il 26 agosto era innalzato al soglio pontificio il sessantunenne Rodrigo Borgia col nome di Alessandro VI; mentre il 12 ottobre Cristoforo Colombo avrebbe scoperto l’America.

Alessandro VI (1431 – 1503)

Il neo eletto pontefice si preoccupò, dopo essere asceso al soglio di Pietro, di soddisfare l’infame bramosia dei figli, volgendosi verso quei principi deboli o paurosi. Piuttosto che pensare alla cura delle anime, quale rappresentante di Cristo, trascorreva il tempo a tradire amicizie e giuramenti.

Ludovico Sforza detto il Moro (1452 – 1508)

Ludovico il Moro, dominato dalla paura e nel medesimo tempo dall’ambizione era noto per la doppiezza e malafede, vantandosi quale politico più astuto d’Italia.

Isabella d’Aragona (1470 – 1524)

Aveva usurpato la signoria milanese al nipote, Giovan Galeazzo, rinchiuso poi a Pavia, per renderlo inoffensivo, mentre fronteggiava le mosse della di lui moglie, Isabella d’Aragona, figlia d’Alfonso II di Napoli, la quale lamentava le condizioni inique, cui erano stati ridotti presso il padre, perché si decidesse a porre nuovamente sul trono della signoria i legittimi eredi. La sua famiglia d’origine trattava con disprezzo Ludovico, minacciando di muovere un’azione militare.

Lorendo De Medici (1449 – 1492)

Lorenzo de Medici aveva adottato una sapiente linea politica ispirata alla prudenza, ritagliandosi un ruolo neutrale, al fine di mantenere una salda amicizia tra i due regni, milanese e napoletano, con cui aveva, sin dal 1480, sottoscritto un trattato d’alleanza.

Piero De Medici (1472 – 1503)

Alla sua morte, la situazione mutò aspetto; Ludovico chiese che, dopo l’elezione concordata di Alessandro VI, gli ambasciatori delle tre corti entrassero in Roma, al fine d’omaggiare il neo eletto.

Alfonso II d’Aragona (1448 – 1495)

Piero de Medici, succeduto al padre, indusse Alfonso II a non accettare la proposta milanese; la reazione di Ludovico fu immediata, poiché capì l’isolamento, dove era stato cacciato, in considerazione che gli Orsini erano alleati dei fiorentini. Per scongiurare la venuta dei francesi in Italia,

Pier Capponi (1446 – 1496)

Pier Capponi fu inviato quale ambasciatore fiorentino a Parigi e lavorò contro la famiglia medicea, consigliando il re ad esiliare i mercanti fiorentini presenti, al fine di colpire gl’interessi materiali della repubblica, costringendo il popolo tosco alla rivolta contro i Medici.

Giuliano Dellla Rovere (1443 – 1513)

Il re non riteneva ancora giunto il momento dell’invasione, quando a Lione arrivò il cardinale Giuliano Della Rovere, futuro Giulio II, fuggito dalla fortezza di Ostia. Egli era stato un grande accusatore di Alessandro VI, ed, infatti, non era stato tra i suoi elettori nel conclave. Il Borgia mal sopportava le accuse del Della Rovere, così ordino l’assedio militare di Ostia, ma il cardinale riuscì in tempo a fuggire.

Carlo VIII (1470 – 1498)

Conferì con Carlo VIII, che il 22 agosto 1494, entrò nel nostro Paese, accolto ad Asti da Ludovico il Moro, al fine di rivendicare i diritti ereditari sul regno di Napoli, causando poi un ciclo di guerre continue, che avrebbero coperto circa cento anni di storia. Il nostro Paese, luogo delle arti e delle lettere, che richiamava studenti da tutta Europa, al fine d’imitare il bello stile dell’italica lingua, conquistava culturalmente il continente, ma sarebbe stato conquistato militarmente.

Fra Girolamo invitava entusiasta il re francese, convincendo anche l’opinione pubblica contraria alle decisioni politiche di Piero de Medici, il quale era stato costretto a confinare in alcun ville i famigli, i quali s’erano schierati col partito francese.  Giovanni e Lorenzo, cugini di Piero, riuscirono a fuggire, per rassicurare il re francese che la Toscana tutta avrebbe garantito il pacifico passaggio. Firenze cadde nel caos ed il popolo si riunì intorno al pergamo di San Marco, dal quale fra Girolamo  ricordava come fossero giunti i tempi, in cui i canti ed i balli dovessero tacere, perché si piangessero i peccati commessi. Chiedeva al suo popolo di pentirsi, di elargire elemosine, di pregare, rammentando che le sue prediche per troppo tempo fossero state disattese. Le sue parole fermarono la guerra civile, che avrebbe potuto insanguinare le strade della città, così il palazzo del potere fu conquistato pacificamente. Il 4 novembre 1494, la Signoria raccolse i più savi cittadini nel palazzo per un consiglio. Luca Corsini denunciò la grave situazione, in cui versava la repubblica, seguito dall’intervento di Tanai di Jacopo de’ Nerli, fin quando prese la parola Pier Capponi, che accusò Piero de Medici incapace a svolgere alcun ruolo politico, proponendo che alcuni rappresentanti del popolo fiorentino, primo fra tutti fra Girolamo, ricevessero con i dovuti onori il re francese, mentre soprattutto nel contado fossero pronte le squadre per possibili azioni militari contro i Francesi. Il 5 novembre furono eletti gli ambasciatori, che partirono per Lucca, mentre fra Girolamo, accompagnato da due confratelli, li avrebbe seguiti a piedi al termine del sermone. Quando fu giunto il momento di muoversi, i frati volsero verso Pisa, dove avrebbero trovato Carlo VIII, da cui sarebbe tornato per prima Francesco Valori, intimo del frate, per informare i fiorentini, i quali cacciarono definitivamente Piero da Firenze ed il cardinal Giuliano.

Il popolo rovesciò ogni insegna, che ricordasse la famiglia medicea; richiamò alcune famiglie esuli, tra cui i Pazzi e Lorenzo e Giovanni, cugini di Piero, che si preoccuparono di togliere lo stemma delle palle medicee, sostituendolo con le armi del popolo. Iniziarono i primi atti vandalici, furono saccheggiate diverse case di proprietà di famiglie vicine ai Medici. Cadde sotto la furia popolare, la casa di Giovanni de Medici e il giardino di San Marco, così ricco di cose d’arte. Fortunatamente, l’intervento di alcuni partigiani del Frate impedirono la guerra civile, mentre fra Girolamo, lontano da Firenze, incontrava Carlo VIII, per ricordagli il suo dovere verso Dio, il quale lo aveva inviato in Italia, al fine di riformare la Sua Chiesa. Gl’intimava di usar misericordia verso Firenze e le sue genti, altrimenti il Signore lo avrebbe punito, affidando ad un altro la capacità di riformare Roma. Egli fu attentamente ascoltato e Firenze fu salva.

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