«Gli orti esperidi» di Pietro Metastasio

PERSONAGGI

VENERE

MARTE

ADONE

EGLE una delle Esperidi, amante di

PALEMONE, nume marino.

La Scena si finge negli Orti Esperidi sulle sponde del mare Etiopico.

Venere, la dea dell’amore, si rivolge ad Adone. Invita le gentili colombe ad arrestare il volo, per posarsi al suolo, poiché a lungo avrebbero volato libere nel cielo. Poi l’invito, caldo, amoroso, gentile ad Adone, perché possa unirsi a lei e così fuggire dall’ira di Marte. L’innamorato mortale, ubbidisce lietamente, per poi chiedere dove debba recarsi, se presso le spiagge degli Orti oppure ad Ovest, laddove si posa il sole. Venere gl’indica il regno di Atlante, dove ha sede un orto caratterizzato da alberi splendidi e piante rigogliose, severamente custodite da un drago sempre veglio. Quindi la dea esprime tutto il suo amore per il giovane mortale, il quale risponde con delle parole, che suonano come una dolce eco. Confessa che il suo cuore brama amore e sempre più ne desidera; egli si dichiara così felice che accetterebbe anche di morire in nome della dea, la quale respinge immantinente quelle parole:

No, no, vivi felice, e per me vivi.

Sai che t’adoro e t’amo,

E più da te, che la tua fé, non bramo.

Adone si accorge di una giovane, che sta raggiungendo la coppia; non conoscendola chiede alla dea chi sia:

Egle è colei,

D’Espero amata figlia,

E del loco felice

Leggiadra abitatrice.

Egle chiede con amorevole cura, perché la dea voglia che si trasporti del prezioso cibo dagli orti alla spiaggia. Quindi le rivolge delle parole a sostegno della bellezza inebriante della dea.

Venere ed Adone si allontanano, per cogliere dei frutti, ma la dea gli ricorda gli ammonimenti degli dei, i quali proibirono ai mortali di avvicinarsi alle piante. Chiede quindi ad Egle di rimanere ancora in compagnia del mortale, al quale rivolge parole cariche d’affetto:

…parto anch’io;

Ma poi dell’amor mio

Ritornerò fra poco

Il foco a vagheggiar.

Egle esordisce confidando ad Adone che anch’ella è costretta a vivere lontano dal suo amore, il quale non le ha mai turbato il pensiero attraverso dei comportamenti ingannevoli. Adone interrompe Egle, poiché un nume

dal ciglio irato e fiero,

 sta per apprestarsi: Marte. Adone vorrebbe nascondersi, ma Egle lo invita a restare, per seguire i suoi suggerimenti.

Il dio della guerra chiede con cortesia se abbiano visto Venere; Egle gli indica la «cerulea conchiglia – attorniata – d’alati pargoletti», ma la dea riposa ora presso una pianta dalle radici e foglie d’oro, replica Adone, che denuncia una pronuncia ben diversa dalle deità, così come Marte arguisce e, poi, incuriosito chiede chi sia e perché si trovi

Peregrin fortunato a questi lidi.

Adone risponde che il suo nome sia Elmiro, nato esule e quindi sfortunato in terra d’Arabia, dove ha trascorso la sua età, commettendo errori, fin quando, solcando le onde, è giunto presso questi lidi, al fine di trovare la meritata pace. Egle confessa al dio di amare, riamata, Adone, soffrendo la stizza di Palemone, nume marino. Elmiro chiede a Marte di non frapporsi tra lui e l’amata; la deità lo rassicura che la sua energia sarà esclusivamente scagliata contro «i regni funesti ed agl’imperi».

Palamone, rimasto solo, invoca che la gelosia lo abbandoni.

Venere intanto dedica delle belle parole d’amore al suo Adone, grazie al quale lo zeffiro, il vento dell’ovest, e l’acqua del fiume le appaiono ancor più belli. Il mortale confessa tutto il suo sconforto per l’inaspettato arrivo del dio della guerra, il quale, avendogli chiesto chi fosse, è stato costretto a mentire, denunciando anche falsamente di essere l’amante di Egle. Adone si dichiara convinto che prima o poi sarà tradito da Venere, che sobbalza alle parole del suo amante, il quale teme la concorrenza del dio.

Venere si preoccupa di rincuorare il mortale, ma, nel contempo, chiede all’amato di non pensare troppo ai pericoli, ché ciò renderebbe instabile il suo cuore. Adone chiede a Venere di guardare da lontano Marte, orgoglioso ed arrabbiato, quindi la supplica di abbandonare il campo, per evitare possibili incontri.

La Parte seconda si apre con l’incontro tra i due rivali.

Adone chiede perché il dio della guerra manifesti sempre uno sguardo cupo pur in un giorno di gioia. Marte ammette di soffrire assai per il comportamento di Venere, la quale sembra che continui a nascondersi. Probabilmente, anch’ella è in cerca del dio della guerra e nel vagare non s’incontra; ma – assicura Adone – egli è stato testimone della gioia, manifestata attraverso il viso, quando seppe dell’imminente arrivo del dio guerriero. Marte non crede pienamente alle parole del suo rivale, poiché sa bene che la dea finge bene ogni vezzo ed interesse. Qualora si rendesse responsabile del tradimento, allor conoscerebbe quale rabbia sia in grado di produrre il dio ferito.

Rimasto solo, Adone confessa a se stesso tutte le paure per un futuro indecifrabile.

Si avanzano Egle e Palemone, il quale chiede alla sua donna di lasciarlo in pace

E se talora

Rimiri il volto mio sdegnato o mesto,

D’averti amata il pentimento è questo.

Egle protesta, poiché sappia dell’errore commesso, a lei ignoto, scatenando la reazione rabbiosa di Palemone, che l’accusa di mentire. La donna non tenta di scagionarsi, poiché il fatto mai è avvenuto, ma agli occhi del suo amante ella è squalificata e nulla potrà cambiare la sorte. Eppure, se Palemone potesse vedere il cuore della donna, smentirebbe ogni pettegolezzo; allora l’accusa diventa estremamente precisa:

Col tuo novello amante,

Col tuo leggiadro Elmiro

Favellar non ti vidi?

Egle è molto sollevata e spiega al geloso amante la vera identità di Elmiro; egli è Adone, amante di Venere, il quale, per non cadere sotto il tiro di Marte, ha mentito, dichiarando il suo affetto per Egle. Ma Palemone continua a non crederle, nonostante la donna inizi a piangere:

 Voi per uso e per gioco

Ridete e lagrimate

è la risposta dell’uomo. Fortunatamente si avvicina Venere accompagnata da Adone – Elmiro; è giunto il momento opportuno, perché si sveli il vero.

Mentre Palamone ed Egle sono nascosti ad ascoltare, il mortale dichiara tutto il suo amore alla dea.

O di quest’alma fida

Unica speme, unica fiamma e cara,

Dalle tue luci impara

Di belle faci a scintillare il cielo.

Nonostante le belle parole, il sincero accento, Palemone mostra ancora tutta la sua diffidenza. Venere racconta poi un sogno, in cui Adone era stato catturato da un cinghiale; fortunatamente il sonno svanì, ma nel cuore della dea rimase l’angoscia. L’innamorato la invita a non credere a detto incubo, quando la coppia è disturbata dall’arrivo di Marte. Egle intanto gioisce, perché finalmente ha liberato qualsiasi cruccio dall’anima del suo amante.

Marte accusa Venere di essergli lontano, ma la deità respinge ogni accusa, aggiungendo quanto possa soffrire la lontananza del dio, e causando così la malcelata gelosia di Adone. Marte ammette di temere la bellezza della dea, che possa attirare altri occhi, allora Venere lo rassicura

Per te del chiaro dio,

Per te sprezzai del messaggier celeste

Le lusinghe e gli affetti.

Quindi elenca tutti gli spasimanti respinti, al fine di conservarsi fedele.

Venere invita Egle a raggiungere Adone – Elmiro, mentre Marte chiede a Palemone il motivo della sua presenza. Dovendosi festeggiare il compleanno di Elisa (Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbüttel, moglie di Carlo VI d’Asburgo), egli è lieto di partecipare al fausto evento.

Il Giardino si abbellisce di tante e nuove presenza, venute a festeggiare il lieto evento; Venere presenta le figlie del fiume Sebeto, le Grazie, gli Amori; poi ricorda il pomo, che ricevette da Paride, grazie alla sua nascita dal mare, diede origine a Scamandro, figlio di Oceano e di Teti; ella stessa fu felice guida di Enea, che fuggiva dall’incendio di Troia. Quindi, invita Marte a far tacere ogni idea bellicosa, perché presagisce che presto la principessa diventerà madre di uno splendido bambino, che regolerà con giustizia il mondo. Marte invece intravede nuove conquiste territoriali da parte dell’«aquila invitta»; Venere aggiunge che dopo aver pacificato il mondo, tornerà, accolto da una festevole folla, in Vienna.

Il Coro conclude il componimento augurando che eterna primavera splendi nel futuro degli Asburgo.

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