Gabriele D’Annunzio: cronaca di un viaggio mai compiuto

Nel 1912, Gabriele D’Annunzio tornò dall’esilio francese, dopo aver sanato il contrasto con Giovanni Del Guzzo, che lo aveva scritturato contrattualmente per una serie di conferenze in Sud America, che il Poeta aveva – ovviamente – disatteso, preferendo la vita letteraria parigina. L’impresario aveva raccolto le confidenze del Poeta in un libro, Pignus ac monumentum amoris, in cui descriveva il primo incontro, avvenuto presso l’hotel Brun di Bologna, nel marzo 1910:

«Silenzioso e riflessivo, seguiva parola per parola il mio ragionamento, pesando e scandendo il significato di esso e sbarrando nel mio sguardo il suo, come quando avesse voluto indovinare il mio pensiero. Compreso che dinanzi a lui si trovava un uomo che parlava col cuore alla mano, seriamente animato di liberarlo dalle angustie che lo tormentavano, ristette un poco, e poi cominciò:

– Tutto il mondo, si può dire, conosce, chiamiamola così, le mie disgrazie economiche, né io voglio o posso occultarle a chicchessia, e meno che meno a chi vuole assumersi spontaneamente, per sola nobiltà di sentimento e per amore delle mie opere e riguardo alla mia modesta persona, l’arduo compito di liberarmi da esse. Dunque, come dicevo, io sono indebitato per parecchie centinaia di migliaia di lire, e grave mi sembra di poterle pagare da un momento all’altro. Rifare la storia di come io m’ingolfai in tanti debiti, lo ritengo ovvio e fuori proposito, imperocché non è il momento questo di riesumare un passato che mi strazia l’anima, e mi fa guardare gli uomini attraverso un prisma detestabile oltre ogni dire. Basti solo sapere – incalzava il Poeta – che io mi sforzai sempre a pagare tutti e poi tutti; e sovente per pagare un debito fui obbligato a farne un altro, e così via di seguito. In modo da dover sottostare, con sommo mio discapito, al più iniquo ed infame strozzinaggio che si possa immaginare e a rimettervi, le mille volte, di tasca e di moralità. Ora però che a questi improvvidi espedienti, che furono, si può dire, quasi la causa principale della mia rovina, non posso più ricorrere, perché la cerchia dei miei creditori si è allargata spaventevolmente e mi stringe forte fra le sue spire, io non so più come fare, né dove andare a sbattere il capo per accontentare, questi protervi miei persecutori, che non mi lasciano un’ora di pace. Dopotutto non meriterei per tanti riguardi da parte di questi signori un sì orrido trattamento. Ma cosa vuole, amico mio? L’umanità è stata e sarà sempre la medesima. Il solo interesse la guida e il solo egoismo la fa camminare e gioire! Null’altro in me vive, sempre la speranza di risorgere. Ma chissà? I miracoli non è più dei giorni nostri, e di mecenati non ce ne son più. Pur tuttavia non dispero interamente. Ho sempre il presentimento che la Provvidenza non mi lascerà abbandonato totalmente. Anzi, intraveggo che qualcuno debba venire a levarmi da queste pene atroci, e questo qualcuno vorrei augurarmi che fosse proprio lei, dalla cui fisionomia traspare tutta intera la grandezza dell’anima sua».

D’Annunzio suscitò nel suo interlocutore la giusta tenerezza, perché ricevesse il sospirato aiuto, che così fu commentato dal Poeta:

« – Non potevo dubitarne, io avevo retto fra le linee del suo telegramma fin dal primo giorno in cui lo ricevetti, ed ora, dall’espressione della sua fisionomia e dai suoi occhi, rileggo quelle frasi fatidiche. Io sentivo che l’autore di quel dispaccio doveva essere il mio salvatore. Ora lo scorgo. Ora lo veggo. Perciò da questo momento in avanti, ora che le nostre anime sono vincolate dal sacro nodo dell’amicizia, deve scomparire tra noi qualsiasi etichetta e bugiarderia sociale ed abruzzesamente darci del tu. Questo è il primo pegno del mio affetto»; e D’Annunzio firmò una copia del Forse che si forse che no, per donarla al generoso finanziatore.

Essendo giunta l’ora del desinare, il Del Guzzo fu pregato di pranzare col Poeta e così l’insolita coppia si trasferì nel ristorante dell’albergo. I camerieri, appena scorto Gabriele, lo accompagnarono deferenti in gran numero, grazie alle generose mance, che il Poeta offriva loro per questo tipo di piaggerie.

Il secondo incontro avvenne l’indomani; Gabriele – secondo la descrizione di Del Guzzo – si presentò avvolto in un ampio mantello con le maniche alla giapponese, «scollato fino al petto ed una coda formidabile», che per poco non provocò una sonora risata nell’impresario.

«La sua fisionomia ovale, la barbetta a punta, gli occhi mobili e scintillanti, la testa pelata e lucida, sporgente di sotto quel deforme saione fratesco, mi faceva ricordare l’effigie di un santo che è dipinto in una chiesa di Fossa, comune poco distante dalla città dell’Aquila. Io scorgevo in lui un non so che di mistico e di ascetico:

Se non che il D’Annunzio:

Mi spiace doverti dire che sono senza un solo e perciò di pregherei di darmi un po’ di denaro per pagare l’albergo. Con te non faccio mistero di niente, specialmente dopo quello che ti ho esposto; quindi è inutile domandarti delle scuse per questa mia intempestiva ed improvvisa richiesta di danaro.

Non è il caso di fare complimenti – risponde al frate insaiato il sopraggiunto messia -. Quanto di occorre?

Dammi un migliaio di lire».

Saldato il conto, la coppia partì per Genova, dove Gabriele era atteso per la conferenza sul dominio dei cieli, che avrebbe tenuto presso il Teatro d’Albaro, fuori città. La sala purtroppo presentava molti posti a sedere liberi, tantoché il Poeta lesse metà dell’intervento previsto, interrompendo subito il contratto coll’impresario.

Da Genova, si spostarono dapprima in Marina di Pisa, poi in Firenze, per incontrare il legale, che avrebbe impostato il contratto relativo alla somma necessaria, per togliere ogni debito del Poeta, il cui esatto ammontare era ignoto al legale. Si convenne per una somma poco sotto alle cinquecentomila lire.

Finalmente Gabriele poté partire per Pescara, al fine di salutare la mamma prima d’intraprendere la lunga traversata oceanica. Essendo, ancora una volta, in mancanza di soldi, la trasferta fu pagata interamente dal Del Guzzo, il quale in cambio si garantì dei manoscritti di Gabriele:

«Documento forse non perituro di latinità, passando il mare essi vanno in terra latina. E fiero orgoglio sarebbe per me il pensarli custoditi laggiù, come un segno della Madrepatria, come la figura stessa della benedetta Italia, che ho amato e amo così studioso d’amore».

Improvvisamente iniziò la tragedia per Del Guzzo, il quale ricevette una lettera da Gabriele, che si dichiarava impossibilitato a seguirlo in Sud America, per l’improvvisa necessità di ricevere delle cure dentistiche a Parigi. Tuttavia, il contratto per sei conferenze in Argentina e la composizione di una Ode era stato firmato. Mentre il Poeta prendeva la via di Parigi, Del Guzzo rimpatriava in Sud America, in attesa del trasferimento, secondo quanto precisato nel contratto di D’Annunzio, il quale iniziò a tempestarlo di telegrammi, lettere e cartoline, perché intervenisse in suo aiuto, per risolvere i suoi debiti, mentre continuava a vivere a Parigi. La Capponcina veniva posta all’asta ed i debitori vendettero anche i cani del Poeta! Del Guzzo era in possesso di un’automobile, di diciassette manoscritti e quindi non si capisce dove fosse il debitore e dove il creditore. Lo scandalo, l’ennesimo scandalo stava per esplodere sulle colonne della stampa, che quotidianamente informava delle disgrazie del Poeta i lettori. Eppure, nonostante il comportamento fortemente sleale e disgraziato di Gabriele, Del Guzzo gli tenne, ancora una volta, la mano, rinunciando a qualsivoglia azione legale, e attese vanamente il suo Poeta posasse piede nella terra delle lontane Americhe.

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