Il Caos, Gea ed Eros

Esiodo (VIII secolo a. C.)

Esiodo nella Teogonia spiega come prima del Principio ci fosse il Caos; poi Gea, quale ricovero sicuro per tutti gl’immortali, di cui l’autore non lascia traccia dell’origine, e nei recessi il Tartaro oscuro; quindi Eros, l’Amore.

Omero (VIII secolo a. C.)

Omero narra che alla Madre Terra gli uomini offrissero dei sacrifici, così come si rivelerebbe nel Terzo libro dell’Iliade.

Eschilo (525 a. C. – 456 a. C.)

Il tragediografo greco Eschilo ricorda come le offrissero gli stessi sacrifici dediti agli dei inferi, chiamati inferie dai Latini, mentre il poeta romano Quinto Orazio Flacco le assegnò il maiale quale vittima sacrificale.

Nella tomba dei Nasoni, lungo la Via Flaminia, una pittura la ritrae come figura di donna assisa sopra un rupe, che assiste all’aspro combattimento tra Ercole ed Anteo.

Giulia Maggiore (39 a. C. – 14 a. C.)

In una medaglia di Giulia maggiore, figlia di Augusto, la Terra posa la destra sopra un globo stellato, dove sono rappresentate le quattro stagioni in vece di quattro fanciulli, che la guardano. L’Inverno ha un manto, che gli pende dagli omeri; gli altri sono rappresentati nudi. Essa si finge madre del Cielo e delle stelle.

In un’antichissima lucerna, conservata presso il Museo capitolino, la Terra si trova tra i sette pianeti, seguendo l’interpretazione dello scrittore, Macrobio. Essa ha alla destra l’alato Mercurio, mentre alla sinistra un turbato Saturno sembra riflettere pesantemente. Marte coll’elmo e Venere colle chiome annodate pongono tra loro Gea, mentre la Luna ha di fronte Giove, ed in mezzo il Sole raggiante. Seguendo l’antica teoria geocentrica, i pianeti sarebbero così rappresentati a significare l’effetto ch’essi avrebbero sulla Terra ciascuno nel proprio giorno.

I Latini imposero ad Eros il nome di Cupido, il quale non avrebbe – secondo Esiodo – dei genitori, ma succederebbe al Caos ed a Gea.

Saffo (640 a. C. – 570 a. C.)

Per la poetessa greca Saffo, Eros nacque dall’unione di Venere col Cielo, mentre lo storico greco Acusilao (VI – V secolo a. C.) lo immaginò nato dalla Notte e dall’Etere.

Teocrito (315 a. C. – 260 a. C.)

Il poeta siceliota Teocrito, inventore della poesia bucolica, lo favoleggia nato dal Caos e dalla Terra.

Marco Tullio Cicerone, invece, individuò tre Eros; il primo, figlio di Mercurio e Diana; quindi figlio di Mercurio e Venere; e l’ultimo nato da Venere e Marte.

Marco Tullio Cicerone (106 a. C. – 43 a. C.)
Zeusi (V – IV sec. a. C.)

Il pittore greco Zeusi raffigurò Eros colle ali coronato di rose.

Gli furono assegnati vari simboli, tra cui l’arco e la face. Innumerevoli furono gli attributi affidati dai poeti antichi.

Sesto Properzio (47 a. C. – 16 a. C.)

Il poeta romano Properzio lo descrisse fanciullo ed impacciato nello scagliare la freccia, che spesso colpiva il bersaglio sbagliato, a testimonianza che l’amore è cieco.

Plutarco (46? – 125?)

Il biografo greco Plutarco scrisse che Eros fosse il compagno delle Muse, delle Grazie e di Venere.

Anche Francesco Petrarca, rivisitando le antiche interpretazioni, scrisse ne Le Rime:

Ei nacque d’ozio e di lascivia umana,

Nudrito di penser dolci, e soavi,

Fatto signor’, e Dio da gente vana.

Nella città di Megara, Eros fu scolpito da Skopas insieme al Desiderio ed alla Passione.

Il pittore greco Pausia dipinse Eros nel tempio di Esculapio in Epidaurio, che imbracciava la lira.

Nella città della Beozia, Tespie, Eros era venerato come tra gli dei più antichi sotto forma di pietra informe, la quale fu tolta da Gaio Giulio Cesare (101 a. C. – 44 a. C.), restituita dall’imperatore Claudio (10 a. C. – 54 d. C.) e definitivamente trasportata in Roma per ordine di Nerone (37 – 68), dove fu consumata nel fuoco.

I Tespiesi organizzarono delle feste in onore, articolate in gare di musica e di ginnastica.

Ludovico Savioli (1729 – 1804)

AMORE E PSICHE.

E tu, cura soave

Di tacite donzelle,

Cui mentre Ebe sorride, il giovin seno

Penetri ardito, i nostri carmi avrai;

Né la candida tua Psiche, e le belle

Forme, e la notte, e gli amorosi guai

Inonorati andranno.

Or ella è teco, e dell’antico affanno,

Che ricompensa un più propizio Fato,

Dolce memoria suona

Per l’Olimpo beato.

Vergine avventurata in mortal velo

Di bellezze immortali adorna apparve;

Stupì vedendo, e l’adorò la terra.

Venere al terzo Cielo

Tornò da’ freddi suoi vedovi altari

Te consigliando alla giurata guerra.

Ma la vendetta invano

Volgean gli occhi di Psiche.

Ardesti, e a te l’antiche

Arma cadean di mano.

Vittima incerta entro a funereo letto

Tradotta al monte, abbandonata e pianta,

Giù per valli profonde in ricco tetto

Peso a un Zefiro amico ella scendea.

Là di se in forse i vuoti di vivea

Fra tema e speme a sconosciuto amante;

E tu le usate prove,

Terribil Nume, esercitar solevi

Sovra Nettuno e Giove;

Poi col favor dell’ombre

Ti raccogliea nella segreta reggia

Talamo aurato d’immortal lavoro.

Ivi alle tue fatiche

Offria dolce ristoro

Il molle sen di Psiche.

Irrequieta Diva,

Che nelle gioie altrui t’angi e rattristi,

Tu dall’inferna riva

L’aure a infettar del lieto albergo uscisti;

La giovinetta intanto

Gli avidi orecchi a tue menzogne apriva;

Né vide più nell’amator celato,

Che spoglie anguine ed omicida artiglio,

Fin che il terror poteo nel cor turbato

Strano eccitar d’atrocità consiglio.

E già un placido sonno

Gli Occhi d’Amor chiudea,

Quando alle quete coltri

Perversa il piè volgea.

Apparia nella manca

La lucerna vietata;

Era l’infida e mal secura destra

D’ingiusto ferro armata.

Primi s’offriro ai desiosi sguardi

Sovra l’estrema sponda,

Amor, gli aurei tuoi dardi:

Psiche li tocca appena, e n’è ferita.

Scorge la chioma bionda,

Il volto e l’ali, Amor conosce ed ama;

E cade il ferro, e la lucerna incauta

Coll’ardente liquor l’omero impiaga.

Fuggiva il sonno; a lei vergogna e duole

L’alma pungean. Tu rapido movevi

Per l’aura lievi a volo.

Te ritenne Citera. Ivi t’accolse

La rosata di Psiche emula antica,

E medicava la pietosa mano

L’offese della tua dolce nimica,

Mentre la sconsolata

Te richiamava lagrimando invano.

Parlò a lungo il dolore,

Poscia il furor non tacque,

E invocò morte, e si lanciò nel fiume:

Cara un tempo ad Amore

La rispettaron l‘acque.

Lei che raminga in traccia

Del perduto Signor scorrea la terra,

Incoraggì soave

La Dea, che al crin le bionde spiche allaccia;

A lei stendea le braccia

Racconsolando, e la compianse Giuno.

Sola Venere altera

Non calmò l’ire gravi, e su l’afflitta

Compier giurò la sua vendetta intera.

Chi dir potria l’oscura

Carcere, e i duri uffici!

Chi l’auree lane, e la difficil‘onda!

Amor dov’eri? a te che tutto sai,

Come furono ignoti

Della tua Psiche i guai!

Ella, come imponea la sua tiranna,

Osò d’entrar per la Tenaria porta,

E por vivendo il piede

Ne’ tristi regni della gente morta.

Allo splendor dell’auro

Lei l’avaro nocchier pronto raccolse,

E varcò la palude.

Latra Cerbero invano,

Le gole il cibo e gli occhi il sonno chiude.

Ella passa, e il soggiorno

Tenta di Pluto, e il fatal dono chiede:

Ricusa i cibi, e al giorno

Da Proserpina riede.

Deh qual ti mosse femminil disegno,

Psiche, ad aprir la chiusa urna fatale?

Là dell’ira immortale

Era il più orribil pegno:

Ed ecco un vapor nero

Uscia la cara a te luce togliendo,

E rendea l’alma al mal lasciato impero.

Ma vide Amor dall’alto,

Vide, e pietate il prese:

Sentì l’antica fiamma,

Ed obliò le offese,

E a più beata sorte

La conservò da morte.

E volgea ratto al sommo Olimpo l’ali,

E innanzi al Re, che i maggior Dii governa,

Narrò di Psiche e di se stesso i mali,

E chiedea modo a tanta ira materna.

Impietosiva il gran Tonante, e Imene,

Siccome piacque a Citerea placata,

Obblio versò sulle fraterne pene;

E l’ambrosia celeste Ebe ministra

Dolce a Psiche porgea.

Ella bevve, e fu Dea.

(Ludovico Savioli)

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