«Io so dunque e vedo che la mia vita non può essere altro che infelice». Lettera di Giacomo Leopardi a Pietro Giordani del 2 marzo 1818.

La lettera si apre nel pessimismo del reale, che vive Leopardi, il quale immaginava di non avere tanto futuro davanti. Siccome non si verificò il triste vaticinio, confessa che avrebbe trascinato avanti il suo vivere, col pericolo sempre di peggiorare la situazione, già decrepita per colpa dello studio, cui si sottopose fin dai primi anni di vita. Il suo corpo pagò caramente lo strazio e si piegò all’inverosimile tanto da destare disprezzo presso i simili, i quali guardavano all’apparenza e non miravano all’essere. La natura gli donò un grande intelletto, grazie al quale poté riconoscere il suo stato miserevole, perché lontano dall’allegria e compagno preferito della malinconia. Leopardi si dichiara convinto che, conoscendo il mondo, il suo pessimismo ne uscirà rafforzato, poiché sarà ferito anche nel cuore dagli uomini. Egli ammette di essere stato carnefice di se stesso, e l’unica consolazione sarà proprio il Giordani, un vero amico del Poeta.

A Pietro Giordani

Recanati, 2 marzo 1818

Caro Giordani, io per lunghissimo tempo ho creduto fermamente di dover morire alla più lunga fra due o tre anni. Ma di qua ad otto mesi addietro, cioè presso a poco da quel giorno ch’io misi piede nel mio ventesimo anno, ho potuto accorgermi, e persuadermi, non lusingandomi, o caro, né ingannandomi, ché il lusingarmi e l’ingannarmi pur troppo è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria di morir presto, e purché m’abbia infinita cura, potrò vivere, bensì strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi, o mi uccida; perché in somma io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s’andava formando e mi si doveva assodare la complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l’aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più, e coi più bisogna conversare in questo mondo; e non solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto, s’attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere, quasi non ha coraggio d’amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorché l’anima. Questa ad altre misere circostanze ha posto la fortuna intorno alla mia vita, dandomi una cotale apertura d’intelletto perch’io le vedessi chiaramente e mi accorgessi di quello che sono, e di cuore perch’egli conoscesse che a lui non si conviene l’allegria, e, quasi vestendosi a lutto, si togliesse la malinconia per compagna eterna ed inseparabile. Io so dunque e vedo che la mia vita non può essere altro che infelice; tuttavia non mi spavento, e così potesse ella esser utile a qualche cosa, come lo procurerò di sostenerla senza viltà. Ho passato anni così acerbi, che peggio non par che mi possa sopravvenire. Con tutto ciò non dispero di soffrire anche di più: non ho ancora veduto il mondo, e come prima lo vedrò, e sperimenterò gli uomini, certo mi dovrò rannicchiare amaramente in me stesso, non già per le disgrazie che potranno accadere a me, per le quali mi pare d’essere armato d’una pertinace e gagliarda noncuranza, né anche per quelle infinite  cose che m’offenderanno l’amor proprio, perché io sono risolutissimo e quasi certo che non m’inchinerò mai a persona del mondo, e che la mai vita sarà un continuo disprezzo di disprezzi e derisione di derisioni. Ma per quelle cose che m’offenderanno il cuore, e massimamente soffrirò, quando con tutte quelle mie circostanze che ho dette mi succederà, come necessarissimamente mi deve succedere e già in parte m’è succeduta, una cosa più fiera di tutte, della quale adesso non vi parlo. Quanto alla necessità di uscire di qua, con quel medesimo studio che m’ha voluto uccidere, con quelle tenermi chiuso a solo a solo, vedete come sia prudenza e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice. Ma sopporterò, poiché sono nato per sopportare; e sopporterò, poiché ho perduto il vigore particolare del corpo, di perdere anche il comune della gioventù, e mi consolerò con voi, e col pensiero d’aver trovato un vero amico a questo mondo, cosa che ho prima conseguita che sperata.

 E’ finito dunque un anno della nostra amicizia, che se noi non mutiamo natura affatto, non potrà essere sciolta fuorché da quello che tutto scioglie. Conservatemi la mia consolazione in voi, e pensate che, non essendo voi più vostro che mio, non v’è lecito, se m’amate, d’avervi poca cura. Starò aspettando la vostra visita, la quale giacché non può più essere in maggio, pazienza, ma spero che mi compenserete il ritardo con una maggior durata. E, visto che v’avrò, potrò dire che non tutti quei desideri più focosi ch’io ho sentiti in mia vita sono stati vani. Addio.

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