Il racconto di Urano, Saturno e Giano

Il racconto cosmogonico insegna come il cieco Destino o Fato sia seduto sopra un trono di ferro, cogli occhi bendati ed il piede sul globo, col capo adornato da un diadema stellato, che stringe in una mano lo scettro, simbolo del supremo potere, ed un’urna o un libro di bronzo, contenente le sorti umane, che gli dei mai avrebbero potuto modificare.

Esso era nato dalla Notte e dal Caos informe, che fu poi soggetto ad una trasformazione per opera di un dio quale potenza ordinatrice. Trasse l’etere, per formare il Cielo quale dimora per gl’immortali, e pose il Fuoco e l’Aria tra esso e la Terra, circondata dall’Acqua.

Dietro al Destino, giaceva la Necessità, figlia dell’Intemperanza, che aveva tra le mani gli strumenti, per punire chi, a causa delle cattive azioni, avesse meritato la terribile sorte: dei chiodi, cunei e graffi. Le tre Moire, Cloto, che componeva la trama della vita, Lachesi, che vaticinava la sorte, avvolgendo al fuso il filo destinato agli uomini, ed Atropo, che lo tagliava, apportando la morte, erano le ministre del Destino.

Urano

Il Cielo, chiamato anche Urano, figlio dell’Aria e del Giorno, sposò la sorella Gea, detta anche Vesta o Cibele. Dalla loro unione nacquero Saturno, i Titani ed i Ciclopi, che rinchiuse nel ventre della terra, temendo la loro ostilità. Gea allora aprì loro le carceri, da cui si mosse repentinamente Saturno, che sconfisse il padre Urano. Il comando del cielo passò sotto l’arbitrio di Titano, il maggiore dei figli, il quale lo cedette al minore Crono, che promise di non allevare figli maschi. Da ciò nacque la leggenda che egli, essendo la personificazione del Tempo, divorasse ogni figlio, che generava.

Zeus

Gea partorì due gemelli: Giunone e Giove, che nascose al marito Saturno, al quale offrì una pietra, immediatamente divorata dal vorace dio.

Il piccolo Giove fu condotto sul monte Ida, perché fosse nutrito dalla capra Amaltea, ed educato dalle Ninfe e dai Cureti, i sacerdoti di Cibele, i quali, al fine di celare i vagiti del neonato, batterono sugli scudi di bronzo accompagnando delle danze. Poco dopo, Titano scoprì l’inganno e mosse guerra a Saturno, che imprigionò con Cibele in un angusto carcere, da dove avrebbero atteso la futura liberazione ad opera di Giove. Il più celebre dei Titani, figli di Titano, fratello maggiore di Saturno, fu Giapeto, perché considerato dai Greci padre del genere umano. Abitava nella regione della Tessaglia ed ebbe Prometeo, Epimeto, Atlante, Espero e forse Meneceo.

Saturno
Giano

Saturno fu informato dal Destino che il figlio Giove gli avrebbe usurpato il regno, allora, appena fu libero, gli mosse guerra, che non riuscì a vincere, perdendo così anche il dominio sul cielo, che passò nelle mani del vincitore Giove.

Saturno riparò nel Lazio, ospite del re Giano, originario della Tessaglia, che lo accolse amorevolmente, ricevendo dal nume un intelletto raro, tanta prudenza nelle decisioni, e la capacità di vedere il futuro, senza mai dimenticare il passato e per ciò dotato di tue teste o due volti. Egli era giunto sulle sponde del Tevere, dove abitava un popolo selvaggio e la cui vita civile non era regolata dalle leggi. Migliorò il costume dei residenti creando una giurisprudenza, insegnando il giusto e l’onesto, e per ciò fu onorato e chiamato dio della pace. Fu rappresentato colle sembianze di un giovane, che stringeva una bacchetta colla mano, quale dio tutelare delle strade e con una chiave, per essere stato l’inventore delle porte. Talvolta, le statue presentavano quattro facce in ricordo delle quattro stagioni. Nel mese di Gennaio, a lui dedicato, i Consoli prendevano la carica, salendo in Campidoglio, accompagnati dal popolo, per immolare due tori bianchi a Giove capitolino, mentre i Romani si scambiavano dei regali, chiamati strenae, di buon augurio.

Numa Pompilio, secondo re di Roma, (754 – 673 a. C.) gli avrebbe edificato un tempio con dodici altari, ciascuno per ogni mese dell’anno, le cui porte sarebbero state chiuse in pace ed aperte in guerra. Gli furono anche consacrati il colle Gianicolo e le porte delle case, dette Januae ed affidato il patrocinio degli dei Lari e Penati

Il regno di Saturno fu chiamato Età dell’Oro o prima Età del mondo, perché sotto il suo governo gli uomini vissero pacificamente, godendo dei beni della terra, che spontaneamente donava. S’istituirono in suo onore, nel mese di Dicembre, delle feste gioiose chiamate Saturnali, che iniziavano il giorno 16 per tre giorni, durante le quali l’attività senatoriale era sospesa, serrate le porte delle scuole, rinviate le esecuzioni e le minacce di guerra; infine, i padroni avrebbero servito a tavola i propri schiavi, in ricordo dell’antica civiltà dell’Oro, quando tutti gli uomini erano uguali.

Saturno fu rappresentato come un vecchio armato di falce, per indicarlo quale signore del Tempo, che distrugge ogni cosa, e dell’Agricoltura, che tutto riproduce. Spesso avrebbe avuto accanto un orologio, simbolo della misura del tempo, ed un uroboro, simbolo dell’eternità, o serpente che sta per divorare un bambino, in ricordo dei figli divorati.

All’Età dell’Oro sarebbero seguite tre altre poche: dell’Argento, del Rame e del Ferro, in cui per la necessità di nuovi bisogni, nacquero le arti ed i mestieri.

Lo secol primo, quant’oro fu bello,

fé savorose con fame le ghiande,

e nettare con sete ogne ruscello1.

Publio Ovidio Nasone (43 a. C. – 18 d. C.)

Così commentò Ovidio nel Libro Primo delle Metamorfosi l’Età dell’Argento:

Men buon del primo, del terzo più degno:

Ché fu quel viver lieto in parte spento,

E all’uom convenne usar arte ed ingegno.

Servar modi, costumi e leggi nove,

Siccome piacque al suo tiranno Giove.

L’Età del Rame fu così descritto:

Dal metallo, che fuso in varie forme

Rende adorno il Tarpeio, e ‘l Vaticano,

Sortì la terza età nome conforme

A quel, che trovò poi l’ingegno humano,

Che nacque a l’huom si vario, e si difforme.

Che li fece venir con l’arme in mano

L’un contra l’altro impetuosi, e fieri

I lor discordi, ostinati pareri.

Ed infine l’Età del Ferro:

Il ver, la fede, e ogni bontà del mondo

Fuggiro, e verso il ciel spiegaro l’ali:

E ‘n terra usciro dal tartareo fondo

La menzogna, la fraude, e tutti i mali.

Ogni infame pensiero, ogni atto immondo

Entrò ne crudi petti de mortali;

E le pure virtù candide, e belle

Giro à splender nel ciel fra l’altre stelle.

.

(1) DANTE ALIGHIERI. Purgatorio, Canto XXII, vv. 148 -150.

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