Il mito di Orfeo dalle «Metamorfosi» di Ovidio

La giovane sposa di Orfeo, Euridice, mentre era in compagnia delle ninfe Naiadi, fu morsa al tallone da un serpente. Lo sposo rivolse le sue lacrime a Rodope, divinità dei fiumi, poi scese nel mondo dei morti attraverso la porta del Tanaro, dove avrebbe incontrato creature mostruose prima di giungere davanti a Persefone e ad Ade, il signore che regge il regno dei morti.

Orfeo

Aiutandosi con la lira, assicurò che il suo pellegrinaggio nelle tenebre non era condotto, al fine di visitare il Tartaro, ma per aver giustizia della moglie, Euridice, morta accidentalmente. Chiese allora che la fedele amorosa potesse tornare in vita. Conosceva già il destino di ogni uomo, condannato a rimanere eternamente negli abissi, dopo aver soggiornato in terra, quale estrema dimora. Euridice, al fine naturale del suo percorso terreno, sarebbe stata destinata anch’ella al mondo delle tenebre, ma, in nome della giustizia, riteneva corretto che le fosse concesso il diritto di un ritorno in vita. Qualora fossero sorti degli ostacoli alla sua giusta richiesta, Orfeo si sarebbe, contro la sua volontà, trattenuto nel regno di Ade.

La sua lunga perorazione, accompagnato dal suono della lira, commosse le anime: Tantalo tralasciò di stringere con le mani l’acqua che gli sfuggiva; la ruota d’Issione s’arrestò; le nipoti di Belo deposero l’urna, e Sisifo si assise sul suo macigno, mentre le Furie conobbero per la prima volta il dolore del pianto.

Euridice fu chiamata; ella s’avanzò tra le anime, e claudicando raggiunse Orfeo, al quale fu comandato di non volgere indietro lo sguardo, finché non fosse uscito dalle valli dell’Averno, perché la sua amata non sparisse. La coppia, finalmente ricomposta, praticò sopra un sentiero scosceso, buio ed immerso in una nebbia impenetrabile e, quando fu giunta sulla superficie terrestre, Orfeo, ansioso di guardare la sua donna, si voltò, ed Euridice magicamente sparì. Cercò inutilmente di stringere le braccia, per sentire le belle forme, ma riuscì a catturare solo dell’aria. Euridice non ebbe parole di rimprovero per il suo sfortunato amante, il quale le disse addio, che rimbombò per le ampie gole infernali.

Orfeo le causò così una doppia morte. Supplicò Caronte di traghettarlo nuovamente, ma fu subitaneamente scacciato dal nocchiero. Rimase così per sette lunghi giorni sulla riva, astenendosi dal cibo, nutrito di dolore, angoscia e lacrime. Maledì la crudeltà dei numi infernali, e si ritirò sulle montagne, battute dai venti, quando il Sole era nel segno del Capricorno.

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