Il processo a «Teorema» di Pier Paolo Pasolini

«Teorema» di Pier Paolo Pasolini fu sequestrato ed il regista accusato di oscenità, a causa di alcune scene  «offensive del pudore, tra cui quelle relative a contatti fra l’ospite e la cameriera, la padrona di casa e i giovani adescati»

 Il regista dichiarò:  «Non mi ritengo responsabile di alcun reato».

Il soggetto tratta di un personaggio piuttosto ambiguo, che giunge in una famiglia, seducendone tutti i componenti, uomini e donne. Il film, presentato al XXIXa Festival del cinema di Venezia, aveva assicurato a Laura Betti la Coppa Volpi quale miglior interprete femminile. La pellicola era stata segnalata «per i sui valori morali» all’Office catholique international du Cinema, quindi programmata nei circuiti cinematografici nazionali, era stato chiesto il sequestro dalla Procura di Roma. Secondo gli atti di accusa, diverse scene e sequenze del film erano «offensive del pudore secondo il comune sentimento tra esse, a titolo esemplificativo, quelle relative a contatti ed amplessi tra l’ospite e le cameriera, la padrona di casa ed i giovani adescati per la strada, nonché tutte quelle indicative dei rapporti tra l’ospite e i componenti maschi della famiglia».

Andrea Barbato, sul quotidiano La stampa, così commentò il 26 ottobre del 1968:

«Pasolini, uomo complesso «provocatore» e vittima». Secondo il noto articolista, «Teorema» non avrebbe mostrato alcunché di osceno «perché riscattato dalla poesia; quanto perché, per Pasolini, è certamente penoso doversi difendere accettando come metro di giudizio la normalità dei valori, il buonsenso e  sentimenti comuni».

Ribadì quindi il «martirio ideologico e penale», cui il Regista era sottoposto da molti anni, che lo avrebbe fatto «patire, rivelandogli la profonda ingiustizia della società borghese. Pasolini è ancora una volta al centro di notizie non letterarie, ancora una volta a confronto con la legge, cioè con la comunità. Ormai da anni, qualunque cosa faccia o scriva suscita reazioni, turbamenti o scandalo. E Pasolini s’alterna nella veste di provocatore e in quella di vittima: lancia le sue sfide con un senso infallibile del pubblico e della sua capacità di indignazione, quasi per tirare la corda con il gusto di saggiarne la resistenza. Quando la corda si spezza, e proprio nel punto previsto, Pasolini è pronto a soffrirne pubblicamente le conseguenze, si lascia crocifiggere proprio per dimostrare a tutti, e anche a se stesso, quanto sia ingiusta la pena, e quanto sia miope chi l’assegna».

Rammentò come desiderasse essere circondato dalle «solide comodità borghesi», quando lavorava.

«Il suo appartamento somiglia a quello dei suoi coinquilini borghesi e professionisti, le tende ben stirate, la sedia a dondolo nel salotto, lo studio confortevole, i quadri moderni alle pareti. Riempie i rari ozi disegnando seppie, guazze e acquerelli che sarebbero piaciuti a De Pisis: paesaggi, nature morte e minuscole figurine umane appena abbozzate. Quando scrive seduto alla sua scrivania coperta di manoscritti, un giradischi suona Mozart, Brahms o Bach».

Registrò una forte contraddizione irrisolta: da una parte la vocazione didascalica e pedagogica, dall’altra «l’azzardo, la febbre e il dolore dell’artista «maledetto». Vuole ammaestrare, ma volontariamente lo fa con mezzi contrari ad ogni magistero, e perciò, proprio come il suo corvo sapiente di “Uccellacci e uccellini” rischia d’essere sgozzato e spolpato».

Immaginò quanto desiderasse essere «seguito, ascoltato e imitato», ma, nello stesso tempo, mal sopportava «la serenità e il decoro borghesi, cioè per quella mediocrità che a Pasolini ripugna più d’ogni altro difetto umano».

Nel suo atteggiamento intellettuale fortemente provocatorio, forse giocò l’educazione di un padre ufficiale dei carabinieri.

«Quando arriva a Roma dopo Bologna e il Friuli, usa il dialetto e il mondo delle borgate per far esplodere il romanzo tradizionale, e usa l’ideologia marxista per nutrire la poesia dissanguata dall’ermetismo. Letterato coltissimo sembra preferire per esprimersi il mondo incerto e caotico del cinema. Amico di tutti gli scrittori, corre il rischio di offenderli ritirandosi dal massimo premio italiano alla vigilia della finale. Inventa film d’argomento religioso che dividono il mondo cattolico del quale è rispettoso, pur professandosi marxista. Difende il Festival veneziano contro una contestazione che giudica stolta, ma poi guida la rivolta, e s’espone all’ira degli studenti di Ca’ Foscari. Abituato a rendere pubblico ogni dubbio critico, è certo lo scrittore più espresso d’Italia, scrive e stampa subito tutto ciò che sa, che fa e che pensa».

Annunciò la prossima uscita di «Orgia» e «Porcile», di cui «la prima ha già una forma teatrale, che viene recitata quasi a dispetto del pubblico».

Probabilmente in Pasolini vivevano due anime distinte: «l’anarchico protestatario e l’innocente votato al sacrificio»

«Le incriminazioni e le accuse della legge non sono che marginali nel processo che Pasolini istruisce apertamente contro se stesso, nel dibattito fra il poeta vero e il maestro che vorrebbe essere. Pasolini stesso ne è ora giudice e ora imputato, e la sentenza non l’ha ancora pronunciata. Per questo può dire sinceramente di non sentirsi «responsabile di nessun reato».

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