Rossini aneddotico

Giuseppe Radiciotti raccolse diverse aneddoti riguardanti il celebre Pesarese, raccogliendoli nel volume Gioacchino Rossini: vita documentata, opere ed influenza su l’arte, edito nel 1913, ancora considerato uno dei volumi più rappresentativi della vita e delle opere del Musicista; ed Aneddoti rossiniani autentici raccolti da Giuseppe Radiciotti del 1929. L’attenzione per il Maestro fu confermata anche su una serie di pubblicazioni dirette a dei periodici e riviste musicali.

Auguste Mathieu Panseron (1796 – 1859)

Racconta il Radiciotti, a testimonianza della generosità del Rossini, che quando si trasferì a Parigi (il 9 novembre 1823), incontrò il suo allievo, Auguste Mathieu Panseron, il quale era assai preoccupato per l’imminente partenza del fratello per il servizio di leva. Il Pesarese allora gli suggerì di organizzare un concerto, onde guadagnare il necessario e con il ricavato impedire la partenza. Panseron chiese a Rossini di partecipare in qualità di pianista ed ottenne il consenso dal suo Maestro. Grazie al numeroso pubblico accorso ed alla somma ricavata, il fratello fu esentato dal servizio di leva.

Gaetano Donizetti (1797 – 1848)

La generosità era uno dei tratti più sensibili del Maestro, il quale, in occasione della prima italiana dello Stabat, celebrata il 18 marzo 1842 presso l’Archiginnasio di Bologna e diretta da Gaetano Donizetti, pretese che l’incasso fosse destinato all’erigendo ospizio per musicisti sfortunati. Le cronache descrissero Rossini piuttosto stanco e depresso, tantoché preferì abbandonare l’esecuzione prima della fine. Il successo fu così travolgente, che gran parte del pubblico partecipe, volle omaggiare il Compositore, recandosi nella sua dimora e pretendendo che s’affacciasse. Al termine del breve discorso di ringraziamento, il Maestro si ritirò ed, urtando ad una sedia, cadde dinanzi al ritratto della mamma, Anna. Fu così commosso che pretese d’indicare anche l’amata genitrice presente al suo successo bolognese.

Giorgio IV (1762 – 1830)

Rossini, durante la sua lunga vita, ebbe l’onore di essere ricevuto da diversi sovrani europei, tra cui re Giorgio IV, il quale, dilettandosi nel canto lirico (sembrava possedesse una buona voce da basso), incontrava il Maestro ogni volta che visitava l’Inghilterra, facendo musica. E così accadde che durante una lezione, il sovrano si accorse d’essere avanti di qualche battuta e chiese, maliziosamente, come mai non fosse stato fermato. Rossini sembra che gli rispose:

«Sire, voi avete ben diritto di fare tutto ciò che vi piace. Siete re!»

Una vulgata, che meriterebbe di essere contestata, riguarderebbe la pretesa rossiniana che per cantare ci volessero tre qualità: voce, voce e voce. Così in effetti non fu.

Giilbert Duprez (1806 – 1896)

Si narra che il tenore Gilbert Duprez, passato alla storia per aver inventato il do di petto, pensò di eseguire l’aria del Guillaume Tell, esercitandosi nella sua invenzione, che tanta presa aveva suscitato nel pubblico, in vece di seguire le indicazioni del Compositore, per cui quella nota doveva essere cantata morbidamente: in falsetto.

Duprez allora chiese udienza al Rossini, perché ascoltasse la sua interpretazione e giunto al momento opportuno, sfoderò un do d’incredibile vigoria, che preoccupò – e non poco – il Maestro, il quale s’alzò dal pianoforte, per controllare che i suoi bicchieri di cristallo non si fossero frantumati. Duprez chiese al Rossini cosa ne pensasse, e pare che il Compositore abbia risposto:

«Nel vostro do, ciò che mi piace è che… è passato e non corro più il rischio di risentirlo».

Enrico Tamberlik (1820 – 1889)

Con i tenori, il Pesarese non ebbe particolare fortuna, tantoché Enrico Tamberlik, aveva cambiato il la naturale del finale dell’Otello in do diesis. Sembra che Rossini così commentasse:

«La settimana scorsa, il Tamberlik chiese di vedermi. Io che ero fresco fresco del di Duprez, vidi subito il pericolo. Mi limitai perciò a dire del grande tenore. – Oh, venite pure, però il vostro do diesis, venendo a casa mia, assicuratelo prima dell’attaccapanni in modo di trovarlo intatto quando ve me andrete, ma non portatelo con voi, entrando nel mio salotto».

Insomma, dovremmo arguire che Rossini pretendesse che si cantasse sempre con buon gusto, evitando inutili e dannose esibizioni equestri, lontani dai canoni estetici del grande ed immortale Maestro.

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