Cibele, Vesta e le Vestali

Cibele o Rea (scorrere) o Vesta era sorella e moglie di Saturno, quindi genitrice della maggior parte degli dei,  per ciò fu chiamata la gran madre e Tellus, quale presidente della Terra, come Urano lo era del Cielo.

La dea fu rappresentata attraverso le sembianze di una donna veneranda e forte, vestita di verde come il colore della vegetazione, inghirlandata da foglie di quercia, cosicché le città, che erano sottoposte alla sua giurisdizione, possedevano le torri e mura merlate. Mentre nella mano destra stringeva una chiave, testimone dei tesori racchiusi nel sottosuolo terrestre, sotto ai piedi giaceva un timpano ripieno d’aria, simbolo dei venti. Si muoveva sopra un carro trainato da due leoni.

Vesta, figlia di Saturno e di Cibele, consorte di Urano, era destinata al Fuoco, fecondatore attraverso il calore della terra. Era onorata nella regione Frigia, dove Enea trasportò in Italia la statua ed il culto. Numa Pompilio le consacrò un tempio a pianta circolare, secondo le indicazione pitagoriche, per cui il punto della circonferenza rappresentava il sole. Vi era custodito il Palladio di Troia e sull’ara ardeva un fuoco sacro, che non doveva estinguersi, accudito da sei vergini o vestali, scelte dal potere politico, che fossero tra i sei ed i dieci anni di vita e appartenenti a famiglie romane di libera condizione. Se malauguratamente il fuoco si fosse spento, scendeva il lutto sulla città, mentre le colpevoli erano colpite da violente punizioni. Per riaccendere il fuoco, i sacerdoti usavano i raggi solari. Le vestali non potevano unirsi per il voto di castità; e, se qualora lo avessero infranto, sarebbero state sepolte vive. Erano assai rispettate ed onorate dal popolo romano, che sovente affidava alle loro mani dei testamenti e le ponevano dei segreti. Lo Stato provvedeva al loro splendido mantenimento e, raggiunti i trent’anni di servizio, potevano abbandonare la veste oppure dedicarsi all’istruzione delle giovinette

La dea era vestita di un ampio manto, con la testa incoronata e la fronte velata. Stringeva nella mano destra una fiamma e nella sinistra un giavellotto o cornucopia. Ai piedi, giacevano due leoni a testimonianza, secondo l’interpretazione di Pindaro, della custodia sugli stati e sui regni.

Ugo Foscolo nelle Grazie espresse chiaramente il fuoco sacro, a lei legato:

Inaccessa agli Dei splende una fiamma

solitaria nell’ultimo de’ cieli,

per proprio foco eterna; unico Nume

la veneranda Deità  di Vesta1.

Le feste in onore della dea furono dette Megalesiache, dal greco grande, poiché istituite dai Frigi in suo onore; ed a Roma furono introdotte dopo la seconda guerra punica (218 a. C. – 202 a. C.), celebrate dalle matrone nel tempio Opertum, poiché inibito agli schiavi, mentre i magistrati vi assistevano con abiti di porpora.

I sacerdoti di Cibele chiamavi Galli (dal latino Gallus, fiume della Frigia) Coribanti o Dattili, i quali fingevano di bere dell’acqua del fiume e si colpivano a sangue quale indizio del cieco fanatismo d’una falsa religione. La casta era formata da gente sordida; si recavano tra le vie della città, mostrando la statua di Cibele, cantando inni in sua lode e mendicando elemosine. Festeggiavano la dea con gran frastuono di urli, tamburi e percuotendo gli scudi colle lance, mentre esplodevano in balli frenetici. Il mito di Giove racconta che i Coribanti parteciparono all’educazione del dio, quando era ospitato presso le montagne della Frigia.

Il rito sacrificale prevedeva l’utilizzo di un toro o una capra a motivo della fecondità della terra. Sacri erano il bossolo, col cui legno formavano i flauti suonati dai sacerdoti, ed il pino, con cui la dea aveva trasformato Ati, bellissimo pastore della Frigia. La dea lo volle sacerdote, ma egli trasgredì la volontà, perché s’innamorò della ninfa Sangaride, che, al fine di punire il pastore, fu ferita, causando tanto dolore ad Ati, che pensò al suicidio. La dea s’impietosì e lo trasformò in pino e consacrò quell’albero alla sua venerazione.

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(1) UGO FOSCOLO. Le Grazie, Inno II, vv. 226 – 29

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