Gabriele D’Annunzio: Il discorso di Quarto

Nel maggio del 1915, Gabriele D’Annunzio rientrò in Italia dopo il quinquennio di esilio francese. Quando il treno entrò nella stazione di Bardonecchia, un giornalista de La stampa ricavò le sue impressioni sulla mancata partecipazione del Re e dei rappresentanti del Governo alla cerimonia di Quarto, dove il Poeta, avrebbe dovuto tenere il discorso commemorativo in onore dei Mille, il 5 maggio.

«Non so comprendere ancora. La notizia mi giunse inattesa per via. Non posso dire se ciò significhi che decisioni irrevocabili sono imminenti, e in questo caso accetterei felice il sacrificio, o se ciò significhi un passo indietro: la rinunzia. Se così fosse, sarebbe indicibile il mio dolore.

Una cosa la prego vivamente di dire: ed è che è assolutamente non vero che il mio discorso possa essere la causa della lontananza del Re e dei Ministri. Mi fu chiesto di mostrare il mio discorso al Governo. Era la prima volta che sottoponevo un mio scritto alla censura; m’arresi volentieri e mandai a Roma un messaggero col discorso. Il discorso fu completamente approvato. Ieri, lunedì, nelle prime ore del pomeriggio, giunse all’Ambasciatore Tittoni un lungo telegramma cifrato, nel quale, dopo molti elogi per me e molte invocazioni alle grandi ombre, mi si pregava di voler modificare certi passi. Io assentii subito, senza difficoltà alcuna; o altrettanto avrei fatto se la preghiera mi fosse giunta in forma più semplice. Non da me, adunque, non dalle cose che dirò dipende il mutato programma della cerimonia.

– Il suo discorso sarà polemico?

– Assolutamente no. E’ una composizione ideale, lirica, quasi strofica, divisa in sette lasse, con un’unica cadenza finale: un’invocazione all’unità, alla concordia, al sacrificio. Non si parla del nemico, mai. Il Re non avrebbe avuto alcun imbarazzo o alcuna molestia nel sentirmi parlare. Del resto, domani il discorso sarà pronunciato, e tutti saranno testimoni del mio riserbo e della mia misura.

– Resterò in Italia?

– Dipenderà dagli avvenimenti. Se si farà la guerra, resterò; se non si farà, riprenderò la via dell’esilio».

Il discorso di D’Annunzio radunò almeno quarantamila persone provenienti da tutta Italia: rappresentanti di ogni partito, dei Comuni, ex garibaldini ed i veterani di tutte le battaglia per l’unità d’Italia.

Alle ore 11, giunse il Presidente della Camera, Giuseppe Marcora (ex garibaldino) accompagnato dalle rappresentanze del Senato e della Camera.

D’Annunzio giunse alla stazione di Genova – Porta Principe il 4 maggio alle ore 21,30. Appena fu alloggiato in albergo, tenne un discorso alla folla convenuta:

«Io mi rivolgo a voi, Genovesi, con un senso di profonda commozione, che sorge dal sentire l’animo mio vibrare coll’animo vostro nell’aspirazione che la Patria risorga nei suoi destini. In una battaglia della Grecia i combattenti avevano un motto: “Giovinezza!”. E pure in nome della Patria nostra che noi dobbiamo attendere la reintegrazione di essa. Non vi faccia impallidire un’assenza di domani, poiché i destini vostri non dovranno mutare. Abbia ognuno in questa notte un’ora di raccoglimento, anzi, dirò un’ora di preghiera, e sia essa resa santa dall’eroe che Genova domani glorificherà. Noi dobbiamo far rivivere il motto di Garibaldi: “Obbedisco”. Ma obbediamo nel senso dell’azione e ciascuno compia alla vigilia delle armi il proprio dovere. Abbiamo negli occhi la visione del bronzo che questa notte vigila solo il mare nostro: domani il popolo sarà con lui. E io concludo con un motto, che appartiene alla vostra antica Repubblica: “Fiat”. Sia fatto! Si compia! Si compia il destino d’Italia e che tutti i suoi membri siano a lei ricongiunti».

Il discorso di Quarto. «Tutto si svolse in un pacifico disordine geniale e rumoroso, in una tranquilla anarchia esteriore, regolata da un’intima legge inespressa di limitazione e di riserbò, che permise di giungere, sia pure in un pittoresco trambusto, al sereno esaurimento del programma», annotò il cronista de La Stampa. Le autorità politiche locali, saputo del mancato intervento del Re, si disinteressarono dell’inaugurazione del monumento dei Mille, che fu affidata quindi al popolo. Il sindaco di Genova, Emilio Massone, e poi Gabriele D’Annunzio parlarono dai gradini del monumento stretti da ogni parte dai convenuti. Il Poeta giunse alle ore 10 a piedi circondato da una turba vestita di nero tra il clamore della folla. Giunto in cima alla scalinata, lesse per prima il telegramma del Re:

«Se cure di Stato, mutando il desiderio in rammarico, mi tolgono di partecipare alla cerimonia che si compie costà, non si allontana però oggi dallo scoglio di Quarto il mio pensiero. A codesta fatale sponda del mare ligure che vide nascere chi primo vaticinò l’unità della patria e il duce dei Mille salpare con immortale ardimento verso le immortali fortune, mando il mio commosso saluto. E, con lo stesso animoso fervore di affetto che guidò il mio grande avo, dalla concorde consacrazione delle memorie, traggo la fede nel glorioso avvenire d’Italia.

Firmato: Vittorio Emanuele»

Discoperto il monumento di Eugenio Baroni, iniziò l’atteso intervento di Gabriele D’Annunzio, il quale fu seguito con «attenzione riverente e devota dalla moltitudine. Il poeta, divenuto pallido, fremente, coi nervi delle mascelle tesi, il capo nudo sotto il sole caldo, il braccio agitato in un fervido gestire, pronuncia la sua orazione con voce alta, argentina, squillante, in cui trasfondeva tutta la sua indomabile energia per conquistare gli animi, dominare le voci e i fragori discordi, portarsi in immediato contatto con gli ascoltatori. Per quanto violento fosse lo sforzo della sua voce, molto del suo discorso svanì per l’aria, raccolto solo dai più vicini, i quali ascoltarono con tensione di spirito religiosa, ricevendo applausi frequentissimi, insistenti, generosi».

L’Oratore si astenne dalla critica del momento contingente, alla guerra attesa. Il suo discorso si rivelò come una pagina di poesia, appellandosi alla virtù nazionale attraverso la vibrata rievocazione dei grandi dolori sofferti dagli italiani.

«Maestà del Re, assente e presente.

Popolo grande di Genova. Corpo del risorto San Giorgio:

Liguri delle due Riviere e d’oltre giogo;

Italiani d’ogni generazione e d’ogni confessione, nati dall’unica madre, gente nostra, sangue nostro, fratelli;

e voi, miracolo mostrato dal non cieco destino, ultimi della sacra schiera  sopravviventi in terra, o forse riappariti oggi dalla profondità della gloria per testimoniare agli immemori, agli increduli, agli indegni come veracemente un giorno respirasse in bocche mortali e moltiplicasse la forza delle ossa caduche quell’anima stessa che qui gira e solleva il bronzo durevole;

voi anche, discendenza carnale della Libertà e di Colui che nel bronzo torreggia, imagini vive della sua giovinezza indefessa, che perpetuate pel mondo il suo amore di terra lontana e la sua ansia di combattere i mostri;

e tra voi, ecco, le due Ombre astanti, simili ai Gemelli di Sparta, con nel mezzo del petto quel fonte di sangue che d’improvviso sparse l’odore della primavera italica sopra la melma guerreggiata dell’Argonna;

perché siete oggi qui convenuti, su questa riva oggi a noi misteriosa come quella che inizia, un’altra vita, la vita di là, la vita dell’oltre?

perché siamo qui raccolti come per fare espiazione, come per celebrare un sacrifizio, come per ottenere con la preghiera responso e comandamento?

Ciascuno di noi lo sa nel suo cuore devoto. Ma conviene sia detto, sotto questo cielo; affinché tutti, dalla maestà del Re all’operaio rude, noi ci sentiamo tremare d’amore come un’anima sola.

Oggi sta su la patria un giorno di porpora; e questo è un ritorno per una nova dipartita, o gente d’Italia.

Se mai le pietre gridarono nei sogni dei profeti, ecco, in verità, nella nostra vigilia questo bronzo comanda.

E’ un comandamento alzato sul mare.

E’ una mole di volontà severa, al cui sommo s’aprono due ali e una ghirlanda s’incurva.

E’ ingente e potente come il Butto decumano, o marinai, come quell’onda che sorge con più d’impeto dopo le nove dalle quali fu preceduta, prima delle nove che son per seguirla: onda maggiore, che porta e chiama il coraggio.

I resuscitanti eroi sollevano con uno sforzo titanico la gravezza della morte perché il lor creatore in piedi la foggi in immortalità.

In piedi è il creatore, fiso a quella bellezza che sola visse nelle pupille dei nostri martiri. restò suggellata sotto le loro palpebre esangui.

Egli la guarda, egli la scopre, egli la rialza. Sta dinanzi a lui come una massa confusa. Egli la considera non altrimenti che Michelangelo il blocco di marmo avverso.

Braccia d’arterie terribili son le sue braccia. Voi te vedete. E le sue mani possiedono l’atto come le mani del dio stringono la folgore. Non si sa se le gonfi di sì grandi vene la dia dell’opera compiuta o di quella ch’è da compiere.

Dov’è, se non in voi, se non nella unanimità vostra improvvisa, o Italiani, la balenante bellezza ch’egli oggi solleva e pone dinanzi a sé per condurla al rilievo sublime!

Nessuno più parla basso; che cessano il danno e la vergogna; l’ignavia del non veder, del non sentire cessano. E i messaggeri aerei ci annunziano che la Notte di Michelangelo s’è desta e che l’Auror, di Michelangelo, potendo nel sasso il piede e il cubito, scuote da sé la sua doglia ed ecco già balza in cielo dall’Alpe d’oriente.

Verso quella, verso quella risorgono gli eroi dalle loro tombe, delle loro carni lacerate si rifasciano, dell’arme onde perirono si riardano, della forza che vinse si ricingono: per quella che subito dai grandi omeri sprigiona la penne della Vittoria.

Delle lor bende funebri noi rifaremo il bianco delle nostre bandiere.

Or, di lungi, l’osso dell’ala non sembra il taglio d’una tavola d’altare, sollevata dall’ebbrezza del martiri!

E non v’è dentro una cavità, simile alla fossa del sacrificio, pel sangue e per la vampa?

Ah, se mai le pietre gridarono nei sogni dei profeti, ben questo bronzo oggi grida e comanda.

Se mai a grandezza d’eroi fu dedicata opera di metallo, conflatile detta dagli antichi nostri, ciò è composta di fuoco e di soffio, ben questa è la suprema, tutta fatta di fuoco e di soffio, di fede infiammata e d’anelito incessante, d’ardor sostenuto e d’ansia creatrice.

E’ calda ancora. Ancor ritiene il furore della fornace. Il nume igneo l’abita.

Forse la vedreste rosseggiare, se la luce del giorno non la velasse.

Io credo che stanotte apparirà tutta rovente fremito del mare, fatta, come questa nova concordia nostra, di fusione che non si fredda.

E gli altri eroi tornanti pel Tirreno, dai sepolcreti di Sicilia ove il grano spiga e già e siano di frutto, diranno: «Lode a Dio! Gli Italiani hanno riacceso il fuoco su l’ara d’Italia».

Fuoco d’amore, d’acerrimo amore, d’indomabile amore, quale recavano chiuso nel petto i predestinati in quella sera di prodigio, su questo lido ove siamo attoniti di udire l’ansito del mare e il palpito dei viventi, tanto esso è remoto nella più ardua idealità, come il piano di Maratona, come il promontorio di Micale, anzi di là da questo imagini venerande, oltre ogni segno;

ché la erano schiere ordinate, navi munite, impeto disegnato, nemico aperto, ma qui non altro che un’ebra consacrazione all’ignoto, qui non altro che una nuda devozione alla morte, non altro che passione e travaglio, offerta e dono, canto di commiato, oblio del ritorno, e il potere mistico del numero stellare: Mille.

Le madri, le sorelle, le spose, le donne dilette venivano sul cammino, traevano dalla Porta Pila a Quarto, alla Foce, piangendo, pregando, consolando, sperando, disperando, con lacrime calde, con voci tremanti, con tenere braccia;

e nessuna di quelle creature viva era, ai partenti viva come quella cui s’affermano in eterno, come quella che abbandonava il suo corpo notturno al mare di maggio, viva con un soffio, con uno sguardo, con un viso indicibili, agiata d’amore, eletta di dolore: la donna dei tempi, la donna dei regni, l’Italia.

I Mille! E in noi la luce è fatta. Il verbo è splendere. La parola sfolgora.

I Mille! Ed ecco, nel mezzo dell’anima nostra, aperta una sorgente di vita perpetua.

Commemoriamo il passato? Ci volgiamo a quello che fu? Chi dunque a noi lo fa per sempre immune da ogni germe di disfacimento? Chi dunque a noi lo trasforma in ciò che non muta, non perisce e non si corrompe?

Le figure della storia corrono senza tregua come una fiumana insonne, dileguano coma le nubi in un cielo di nembo, s’allontanano come gli aneliti del vento nel deserto, disparendo all’infinito quella parte di noi che non può ritornare.

Ma questa figura, ecco, sopra la fugace storia culmina come inespugnabile nella carità del mito. Il nostro iddio, pur nella lunga miseria nostra, darci volle una tanto testimonianza del nostro sangue privilegiato!

Anni senza numero gocciano per formare l’invitto diamante nella terra buia. La radice smisurata della stirpe travaglia nei secoli dei secoli per convertire l’evento in cima eternale.

Ma noi miseri, noi tristi, noi smarriti abbiam veduto sorgere questa cima dal profondo della nostra sostanza, dall’intimo mistero dell’anima nostra. L’Iddio nostro, per segno di salvezza, ha creato di noi questo mito.

Esso è là. Ci sovrasta senza ombra, che il meriggio è l’immobile sua ora.

Quale stagliato picco dell’Alpe apuana è tanto visibile al Ligure che veleggia nell’alba più chiara?

Esso è là. Noi lo sentiamo e lo guardiamo.

Chi pensa al tempo? Era il tempo quando le cerulee cantatrici del Mar Tirreno chiamavano dall’isola dei narcisi i navigatori al perdimento ? Orfeo alzato su la poppa poté vincere la melodia, il re d’Itaca vincolato all’albero poté non udirla. Ma come la nave d’Argo e la nave d’Ulisse ritornarono cariche d’altri fati e d’eroi novelli?

No. Fu ieri. Grandi testimoni l’attestano. Il duce nel bronzo, eccolo, ha la statura e la posa di Teseo. Ma voi lo vedeste, santissimi vecchi, voi lo vedeste col suo corpo di uomo, con l’umano suo corpo mortale, col suo passo di uomo sulfa terra. Tale egli è ne’ vostri santi occhi.

Un figliuol suo, una creatura della sua carne che le sue braccia cullarono, tra noi vive, parla, opera, aspetta di ricombattere. E non riarde il suo più rapido sangue nella giovinezza de’ suoi nepoti che vivere senza gloria non sanno, ma ben sanno morire?

Uomo egli fu, uomo tra uomini. E voi lo vedeste, santissimi vecchi, lo vedeste da presso come la Veronica vide il Cristo in passione. Il suo volto vero è impresso nella vostra anima come nel sudario il volto del Salvatore. Nessuna ombra l’offusca.

Egli sorride. Voi lo vedeste sorridere! Diteci il sorriso del suo coraggio. Apritevi il cuore, e mostrateci quel miracolo umano. Ciascuno di voi avrebbe voluto morire nell’attimo di quel baleno.

Questo luogo egli lo traversò con le sue piante di marinaio lo stampò, bilanciando su la spalla la spada inguainata. Alzò gli occhi a guardare se Arturo, la sua stella, brillasse. Udiste la sua voce fatale, più tardi, nel silenzio della bonaccia, su l’acqua piena di cielo.

Taluno di voi lo vide frangere il pane sotto l’olivo di Calatafimi?

Ma quale di voi gli era vicino quando parve ch’ei volesse morire sopra uno dei sette cerchi disperati? Udiste allora la sua voce d’arcangelo?

Disse: «Qui si fa l’Italia o si muore»;

A lui che sta nel futuro «Qui si rinasce e si fa un’Italia più grande» oggi dice la fede d’Italia.

O primavera angosciosa, stagione di dubbio e di patimento, di speranza e di corruccio!

Voi non udivate se non il romore cittadinesco, se non il clamore delle dissensioni, delle dispute, delle risse. Voi tendevate l’orecchio al richiamo dei corruttori. Consumavate i giorni senza verità e senza silenzio.

Ma i lontani scorgevano, di sotto alle discordie degli uomini, la patria raccolta nelle sue rive, la patria profonda, sola con la sua doglia, sola sol suo travaglio, sola col suo destino.

Si struggevano di pietà filiale divinando il suo sforzo spasimoso, conoscendo quanto ella dovesse patire, quanto dovesse ella affaticarsi per generare il suo futuro.

E pensavano in sé: come soffri! Come t’affanni! In quale ambascia tu smani! T’abbiamo amata nei giorni loschi, t’abbiamo portata nel cuore quando tu pesavi come una sciagura. Chi di noi dirà quanto più, ora, ti amiamo!

Tutta la passione delle nostre vite non vale a sollevare il tuo spasimo, o tu che sempre la più bella sei e la più paziente, come dunque ti serviremo?

Uomini siamo, piccoli uomini siamo; e tu sei troppo grande. Ma farti sempre più grande è la tua sorte. Per ciò dolora, travaglia, trambascia. Tu avrai i tuoi giorni destinati.

E si mostravano i sogni.

Quando nella selva epica dell’Argonna cadde il più bello tra i sei fratelli della stirpe leonina, furono resi gli onori funebri al suo giovine corpo che fuor della trincea il coraggio aveva fatto numeroso come il numero ostile.

Parve ai poeti che i quattro figli d’Aimone discendessero dalle Ardenne per portar su le spalle la bara del cavaliere tirreno.

Il primogenito, che m’ode, quegli dalla gran fronte, s’avanzò nel campo quadrato, ove altri uccisi dei nostri giacevano in lunga ordinanza; si chinò, smosse la terra, ne prese un pugno, e disse:

«Rinnovando un costume di nostra antica gente, su questi cari compagni che a Francia la libera hanno dato la vita e l’ultimo desiderio all’Italia ha tormento, spargiamo questa fresca terra perché il seme s’appigli».

Allora lo spirito di sacrifizio apparì alla nazione commossa.

E venne un altro segno. L’estremo dei martiri di Mantova, il solo dei confessori intrepidi sopravvissuto alle torture del carnefice, Luigi Pastro, pieno d’anni e di solitudine, spirò la sua fede che, attanagliata dalle ossa ancor dure, non poté partirsi se non dopo lunga agonia.

Quando i pietosi lavarono la salma quasi centenaria, scoprirono intorno ai fusoli delle gambe i solchi impressi dalle catene. Erano là, indelebili, da sessant’anni; e parve li rivelasse agli Italiani per la prima volta una grazia della morte.

Allora lo spirito di sacrifizio riapparì alla nazione che si rammemorò di Belfiore.

E venne un altro segno. Un’ira occulta percosse e rumò una regione nobile tra le nobili, quella dov’è radicata dalle origini la libertà, quella dove il Toro sabellico lottò contro la Lupa romana, dove gli otto popoli si giurarono fede, si votarono al fato tremendo, e la lor città forte nomarono Italica.

Quivi la virtù del dolore da tutte le contrade convocò i fratelli. Il tutto fu fermo come un patto. Lagni non s’udirono, lacrime non si videro. I superstiti, esciti dallo macerie, offerirono all’opera le braccia contuse. Nella polvere lugubre le volontà si moltiplicarono, prima fra tutte quella sovrana. L’azione fu unanime e pronta. Una spiritale città fraterna sembrò fondata nelle rovine pel concorro di tutti i sangui; e, meglio che quella del giuro, poteva chiamarsi Italica.

I fuorusciti di Trieste e dell’Istria, gli esuli dell’Adriatico e dell’Alpe di Tronto, i più fieri allo sforzo e i più candidi, diedero alle capanne costrutto i nomi delle terre asservite, come ad augurare e ad annunziare il riscatto. Il fratello guardava il fratello, talvolta, per leggere nel fondo degli occhi la certa risposta alla muta dimanda.

Allora lo spirito di sacrifizio entrò nella nazione riscossa, precorso la primavera d’Italia.

Ed ecco il segno supremo, ecco il comandamento.

Questo era, questo nell’ordine segreto del nostro Iddio.

D’angoscia in angoscia, d’errore in errore, di timore in timore, di presagio in presagio, di preghiera in preghiera, egli ci ha sollevati alla santità di questo mattino.

Mentre questo santo bronzo si struggeva nella fornace ruggente e la forma da riempiere si taceva nell’ombra della fossa fusoria, una più vasta fornace, una smisurata fornace s’accendeva «di spirital bellezza grande».

E non corde di metallo bruto v’erano issate in sommo; ma, come i manovali gettano a uno a uno nel bacino, masselli, gli spiriti più generosi vi gettavano il meglio della virtù loro e incitavano i tardi e gli inerti con l’esempio.

Or ecco, alla dedicazione e sagra di questo compiuto monumento ci ha chiamati un messaggio d’amore.

Accesa è tuttavia l’immensa chiusa fornace, o gente nostra, o fratelli; e che accesa resti vuole il vostro Genio, o che il fuoco ansi e che il fuoco fatichi sinché tutto il metallo si strugga, sinché la colata sia pronta, sinché l’urto del ferro apra il varco al sangue rovente della resurrezione.

Già da tutto le fenditure, già da tutti i forami biancheggia e rosseggia l’ardore. Già il metallo si cominci a muovere. Il fuoco cresce, e non basta. La forza della fiamma più e più cresce, e non basta. Chiede d’esser nutrita, tutto chiede, tutto vuole.

Voluto aveva il duce di genti un rogo su la sua roccia, che vi si consumasse la sua spoglia d’uomo, che vi si facesse cenere il triste ingombro: e non gli fu acceso.

Non catasta d’acacia né di lentisco né di mirto ma di maschie anime egli oggi domanda o Italiani. Non altro più vuole.

E lo spirito di sacrifizio, che è il suo Spirito stesso, che è lo spirito di colui il quale tutto diede e nulla ebbe, domani griderà sul tumulto dei sacro incendio:

«Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, e voi datele alla fiammeggiante Italia!».

O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere.

Beati quelli che hanno vent’anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa.

Beati quelli che aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza ma la custodirono nella disciplina del guerriero.

Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per esser vergini a questo primo e ultima amore.

Beati quelli che, avendo nel petto un odio radicato, se lo strapperanno con le lor proprie mani: e poi offeriranno la loro offerta.

Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi.

Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore. Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

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