Brevi note su «Guillaume Tell» di Gioachino Rossini

Gioachino Rossini terminò la sua carriera italiana a trent’un’anni, il 3 febbraio 1823, colla «Semiramide», andata in scena presso il Teatro La Fenice di Venezia. Nel mese di ottobre dello stesso anno, si trasferì per un mese a Parigi, quindi fu la volta di Londra, dove s’intrattenne per sette mesi, producendosi in concerti e dedicandosi a lezioni private, che gli permisero di accreditarsi una fortuna, distogliendolo da ogni assillo economico per l’intera vita.

Dopo una breve visita ai genitori, Rossini decise di stabilirsi a Parigi, essendo stato nominato direttore del Théâtre Italien; mentre nel 1826, sarebbe stato nominato compositore di Sua Maestà e Ispettore generale del canto in tutti gl’istituti regi. Nel 1825, presentò la sua prima opera in lingua francese «Il viaggio a Reims», una farsa – pasticcio; l’anno seguente «Le siège de Corinthe», rifacimento del «Maometto II», ed infine nel 1827 «Moïse et Pharaon», dal «Mosè in Egitto». Solo nel 1828, presentò, per la prima volta, al pubblico francese un’opera composta ex novo, «Le comte Ory».

Il 3 agosto 1829, dopo un’aspettativa straordinaria e da molti articoli apparsi sulla stampa, Rossini presentò l’ultima opera teatrale della sua carriera: «Guillaume Tell». Il Maestro, prima di approdare al testo di Friedrich Schiller, prese in considerazione altri soggetti: Gustave III e di Scribe e La Juive, che avrebbe posto in musica Halévy. Si decise per il Guillaume, poiché erano presenti sentimenti e romanticismi ormai diffusi, che furono condensati in una forma accettabile, data l’originale lunghezza, da Hyppolite Bis. Nonostante l’impegno profuso, l’azione restò macchinosa, incastrata negli stilemi del grand opéra, tanto da suscitare una certa freddezza alla presentazione scenica. Eppure la musica risultò di straordinaria bellezza e grandezza, che convinse anche i più strenui anti – rossiniani (soprattutto in Germania) ad ammetterne la fattura, causata – a loro personale giudizio – dal mancato contatto col pubblico italiano (sic!). Rossini impiegò un tempo eccezionale, per comporla: sei mesi! Non vi era l’acclamato trionfo della varietà canora di cavatine ed arie, ma emergeva schietto il senso drammatico, ampiamente meditato, stavolta espresso da personaggi umani. Il Pesarese convinse Schumann e Wagner, Berlioz ed Ambros della sua scienza, così apparentemente lontana dalle opere italiane, tantoché il «Gullaume Tell» non poteva essere stato scritto dall’autore del «Barbiere di Siviglia». L’intreccio degl’innumerevoli cori di feste, delle grandi scene di masse, della congiura, dei canti di liberazione, ma anche delle espansioni liriche (Sombre forêt) compongono un immenso affresco nell’imponente e misteriosa celebrazione di forze cosmiche, nella quale tutti i personaggi sono riuniti, per riconoscersi in un piano superiore delle proprie individualità. Rossini approntò tentativi stilistici mai prima affrontati, sviluppò il linguaggio in direzioni temerariamente nuovi, i personaggi non cantarono nello stile di Rosina o Figaro. L’ispirazione risultò larga e fluviale, anche nell’utilizzo di alcuni temi svizzeri, trasfondendoli nel tessuto musicale. L’impulso dionisiaco presente nella produzione giovanile evolse in una poetica definitivamente staccata dalle grazie settecentesche, di cui forse fu anche epigono. Fu il trionfo del suo ideale romantico, che sgombrò il campo alle speculazioni di Richard Wagner e Giuseppe Verdi.

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