Il mito di Giacinto dalle «Metamorfosi» di Ovidio

Euridice scomparve per la seconda volta, quando il Sole era nel segno del Capricorno, e così Orfeo riparò solitario su un monte, astenendosi da qualsiasi contatto, soprattutto con quelle donne, che avrebbero desiderato incontrarlo.

Quando il Sole passò nel segno dei Pesci, imbracciò la lira e la natura rifiorì. Si rivolse agli dei e raccontò di Giacinto, figlio di Amicla, giovane di eccezionale bellezza. Apollo follemente se ne innamorò, tanto da astenersi dalle sue occupazioni. Un giorno i due amanti si esercitarono nel lancio del disco; e quando fu giunto il momento di Apollo, Zefiro, per gelosia, corresse la direzione dell’oggetto colpendo alla testa Giacinto, ferendolo a morte. Il dio trasformò allora l’amato in fiore, raggrumando il sangue caduto sul prato, e scrivendo le lettere A I sui petali di porpora. Esso sarebbe sbocciato, ogni qualvolta il Sole fosse tornato nel segno dell’Ariete.

E’ interessante notare come l’omosessualità fosse accettata, tanto da essere utilizzata nel racconto mitologico, piegando la volontà del dio alla bellezza di un mortale.

Il vento dell’ovest, zefiro, anch’esso innamorato del giovane, interruppe quel felice sodalizio e così Apollo pianse disperatamente la grave perdita e, nella trasformazione in fiore, torna il principio dell’assunzione a Madre Terra quale origine e fine del percorso umano.

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