Giuseppe Verdi e la campagna

Giuseppe Verdi non manifestò all’inizio della sua carriera di compoitore particolare attaccamento alla campagna, che invece crebbe miracolosamente col passar degli anni, raggiungendo il suo apice nella maturità.

Nato a Roncole il 10 ottobre 1813, rustico borgo a sette chilometri da Busseto, desiderò staccarsi da quella campagna bucolica, mirando Milano, la grande città.

Anche durante il naufragio del 1841, quando di trovò solo dopo il fiasco de «Un giorno di regno», vedovo e privato dei due figli, Virginia ed Icilio Romano, non tornò sconfitto a Roncole. Continuò a vivere in città, frequentando gli ambienti degli artisti teatrali, insegnando armonia e contrappunto, rassegnato ad una vita nell’ombra. Il grande successo del «Nabucodonosor» arrivò inaspettato e cambiò completamente la sua esistenza; si aprirono gli «anni di galera», in cui profuse tutto il suo ingegno, la sua fantasia melodica, per soddisfare le giuste pretese impresariali. Diventò prigioniero del suo nome stesso.

La campagna restò un lontano ricordo della sua gioventù, ridestato dall’incontro con Giuseppina Strepponi, la compagna fedele della sua vita. Ella aveva ricevuto una formazione cittadina e, quando Verdi la ritrovò nel 1847 a Parigi, all’inizio del declino come cantante, si unì a lei per sempre. Forse aveva voglia di dimenticare la città e tutti i successi, che aveva conseguito come soprano drammatico (fu la prima Abigaille), e così convinse Verdi a ritirarsi in una casa poco distante da Parigi: Passy, dove avrebbe trascorso i suoi ultimi anni Gioachino Rossini.

«Nell’ordine dei piaceri – annotò la Strepponi – questa nuova vita fu per Verdi, oserei dire, una rivelazione. Egli si prese ad amarla con tanto amore, con tanta passione che io mi trovai vinta e troppo esaudita in questo culto per gli dei boscherecci. Comperò il latifondo di Sant’Agata, ed io che avevo già mobiliato una casa in Milano ed un’altra in Parigi, dovetti organizzare un pied à terre nei possedimenti dell’illustre professore delle Roncole. Si cominciò con infinito nostro piacere a piantare un giardino, che in principio fu detto il “giardino della Peppina”. Poi si allargò e fu chiamato “il suo giardino”; e ti posso dire che in questo suo giardino vi spadroneggia così tanto ch’io son ridotta a pochi palmi di terreno, sui quali egli non ha il diritto di ficcare il naso. Questo giardino, che s’andava allargando e abbellendo, domandava una casa un po’ meno colonica; Verdi si trasformò in architetto, e non ti posso dire, durante la fabbrica, le passeggiate, i balli dei letti, dei comò e di tutti i mobili. Ti basti che, eccettuato in cucina, in cantina e nella stalla, noi abbiamo dormito e mangiato in tutti i buchi della casa. Quando volle Iddio la casa fu finita, e t’assicuro che Verdi diresse i lavori bene e forse meglio d’un vero architetto. Ecco dunque. Il quarto appartamento che dovetti ammobiliare. Ma il sole, gli alberi, i fiori e l’immensa famiglia degli uccelli, che fanno tanta bella ed animata la campagna per gran parte dell’anno, la lasciano triste, muta e spogliata d’inverno. Allora io non l’amo. Quando la neve copre quelle immense pianure e gli alberi coi loro nudi rami sembrano scheletri desolati, io non posso alzare gli occhi per guardar fuori; copro le finestre con cortine fiorate ad altezza d’uomo, e mi sento una tristezza infinita, un desiderio di fuggir la campagna, e sentir che vivo fra viventi e non tra gli spettri ed il silenzio d’un vasto cimitero. Verdi, natura di ferro, avrebbe forse amato la campagna anche d’inverno, e saputo crearsi piaceri ed occupazioni adatte alla stagione, ma ebbe, nella sua bontà, compassione del mio isolamento e della mia tristezza».

Il 1 maggio 1848, Verdi acquistò dai signori Merli trecentocinquanta biolche, permutandole col podere Plugaro delle Roncole, acquistato quattro anni prima. Sant’Agata rappresentò per il Maestro il genuino e sincero incontro con la vita in opposizione coi trucchi e le finzioni del palcoscenico. Egli evase dalla gabbia dorata dell’arte, vigilando concretamente sui suoi interessi, intraprendendo nuove coltivazioni, dirigendo i lavori di muratura.

Scrisse Opprandino Arrivabene:

«Dirigerli? E’ questo il debole del signor Maestro. Se tu gli dice che il Don Carlo non val niente non glie ne importa un fico, ma se tu gli contesti la sua abilità nel fare il magut se n’ha a male».

Quand’era lontano da casa per impegni teatrali, tempestava di lettere imperiose ed irritate gl’infelici amministratori di Sant’Agata:

«Fate tagliare le pioppe che credete necessarie a fare legnami… Perché avete fatto agire la macchina quando aveva io dato ordine espresso di non toccarla fino al mio ritorno?… Insomma, vorrei una volta sapere se si vuole o no rispettare i miei ordini!… Voi non saprete mai né comandare né ubbidire!… Bada bene che io stimo quelli che sanno spendere a tempo e luogo mille franchi e che sanno economizzare il centesimo… Sorveglia  tutto. Non lasciare che vi siano altri padroni, e no fidarti di nessuno».

Si preoccupava dei suoi cavalli:

«La puledra non bisogna adoperarla troppo, perché adoperandola leggermente le spalle si rinforzeranno, adoperandola troppo, le spalle diventeranno pesanti e legate… Raccomando che il puledro più giovane sia attaccato continuamente e non permettergli mai che rompa il trotto. Vada pure di un troppo piano e lento, ma sempre di trotto. Vedrete che l’anno venturo andrà forte, forse quanto l’altro. Ed in quanto a quest’altro bada te bene che non prenda qualche vizio… Desidero che i miei cavalli mangino il fieno di Sant’Agata. Spero altresì che farete curare la massa del letame sul quale io conto moltissimo».

Un Verdi decisamente lontano dalle creazioni di celebri personaggi, che avrebbero cavalcato l’onda del tempo, ma, al fine di non inaridire l’arte, si rivelò necessario prolungarne le radici nella vita.

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