L’inaugurazione dell’Accademia d’Italia

L’Accademia d’Italia intese raccogliere i personaggi maggiormente significativi, che s’erano distinti nelle scienze storiche, matematiche, letterarie ed artistiche. Nacque, per volontà del Regime fascista, che ancora non aveva imposto il giuramento, ma voleva raccogliere un nuovo corpo culturale in contrapposizione con i membri delle antiche accademie italiche.

Benito Mussolini (1883 – 1945)

Giovan Battista Angioletti, cronista de La Stampa di Torino, fu presente alla cerimonia d’inaugurazione, che avvenne il 28 ottobre 1929 in Campidoglio presso il Salone degli Orazi e Curiazi alla presenza di Benito Mussolini.

Luigi Pirandello (1867 – 1936)
Pietro Mascagni (1863 – 1945)
Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944)
Enrico Fermi (1901 – 1954)

«Ecco Mascagni, sicuro di sé come ogni uomo abituato agli onori della folla, ormai quasi del tutto privo della leggendaria sua chioma; ecco Pirandello, sorridente e pacato, già dimentico dello spadino rilucente che porta al fianco, e Marinetti il più disinvolto, come se volesse mostrare con la persona elegante e spicciativa come futurismo e Accademia possano andare d’accordo e che l’abito, come i titoli, tutto sta nel modo come si porta. Enrico Fermi, l’accademico più giovane, per nulla intimidito, è lieto e sorridente come a una elegante partita di piacere».

Gli esponenti più in vista del Regime occupavano le prime file insieme ai rappresentanti del Corpo diplomatico ed il Nunzio apostolico, Monsignor Borgognoni Duca.

Tommaso Tittoni (1855 – 1931)

Il Duce entrò accompagnato dal Governatore di Roma, il principe Boncompagni Ludovisi, dal presidente dell’Accademia, il senatore Tommaso Tittoni, e dal vicepresidente Giacomo Volpe. In ciò, lo Stato italiano intendeva omaggiare ufficialmente e per la prima volta tutti gli studiosi, «ormai parte viva e operante della Nazione».

Prese la parola il Governatore, che sottolineò il carattere dell’adunanza, definendola «una delle più importanti e forse la più significativa pel profondo contenuto storico e ideale». Ricordò il contributo decisivo del Duce nella costituzione dell’Accademia «nel nome augusto di Sua Maestà», che avrebbe dovuto «raccogliere e proteggere le migliori energie intellettuali degli Italiani nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, nonché a rivolgere le cure più vigili alla difesa ed all’incremento degli interessi spirituali della nostra razza, nelle memorie del passato e nelle aspirazioni del futuro».

Rammentò il dovere contratto dagli Accademici di «saper porre il vostro ingegno a vantaggio dei più alti interessi della Nazione, perché rappresentanti l’aristocrazia dell’intelletto italiano».

Fu poi la volta del presidente dell’Accademia, il senatore Tittoni, che ringraziò per l’alto valore di poter parlare «degli ideali e degli interessi della scienza e dell’arte italiana dal Campidoglio». Affermò la predestinazione dell’Italia «come asserì il Gioberti, quale nazione creatrice d’Europa negli ordini religiosi, intellettuali e civili. Della sua opera di civiltà e di cultura dappertutto restano segni ben al di là dei confini della nazione».

Quindi si soffermò sull’importanza di vedere riuniti «geometri, economisti ed artisti, naturalisti, storici e letterati – poiché – la connessione tra i vari rami del sapere è maggiore di quel che si pensa». Fece sue le parole, pronunciate in Senato dal senatore Giovanni Gentile, relatore dell’istituenda Accademia, secondo cui in «Italia fermenta e matura uno spirito nuovo che ha cercato la sua forma ed il suo organo di formazione e storica nella Reale Accademia d’Italia».

Concluse auspicando che «l’Accademia d’Italia, memore della sua origine, dovrà stare dentro la vita, sentire l’alito della Patria nella sua fede rinnovata, nella sua volontà di grandezza. Quando i dotti italiani solidali ed operosi riusciranno a dir parole nuove, come sempre l’Italia ne ha dette, nel campo degli studi; quando gli scrittori sapranno degnamente rappresentare dinanzi al mondo questa nuova Italia disciplinata e concorde, e nelle sue tradizioni rinverdite e nelle sue aspirazioni or ora germogliate, la loro rinomanza si attergherà, ed insieme ne sarà accresciuto il prestigio e con esso la grandezza della Nazione».

Pose l’accento sull’importanza e sulla necessità di valorizzare le tradizioni, ed altresì il ruolo dell’Accademia «di promuovere il coordinamento di tutte le forze intellettuali del Paese – nell’ammonimento di Giosuè Carducci – il quale, aderendo alla creazione dell’Istituto Storico Italiano, esortava le menti a quella unità di forze, di obiettivi e d’intenti per cui solamente sono grandi le Nazioni».

L’Accademia avrebbe dovuto operare nella strenua difesa della dignità della nostra lingua «soprattutto nel senso di preservarla dalle servitù straniere e dalle estetiche improprie alla nostra tradizione e alla nostra intelligenza», ricordando intervento di Richelieu, il quale commentava quanto fosse «la libertà letteraria od artistica necessaria alle arti ed alle lettere come l’aria per respirare. Privarle equivarrebbe ad isterilirle e finalmente a spegnerle. Libertà è dinamismo: epperò devono più degli altri desiderarla coloro che vogliono dirigere le arti verso nuove plaghe o aprire alle lettere nuovi orizzonti».

Concludeva quindi asserendo come non ci fosse «al mondo maggior felicità per l’artista di quella di dar forma definitiva e perenne alle sue concezioni; non c’è per lo scienziato cosa più cara della ricerca della verità. E il godimento che danno l’indagine scientifica e la creazione o contemplazione della bellezza artistica è il solo nella vita che non ha mescolanza di amarezza. Esso non conosce quell’«aliquid amari» che è in fondo a tutti gli altri godimenti, di cui è intessuta la travagliata esistenza umana».

Il Duce prese per ultimo la parola:

«Non vi sorprenda, Eccellenze e signori, se io comincio col ricordare agli italiani che l’Accademia d’Italia è nata il 7 Gennaio dell’anno 1926, con un decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri, convertito in legge il 25 marzo successivo. Sono dunque passati quasi quattro anni da allora a questo 28 ottobre dell’anno VII; nel quale l’Accademia entra ufficialmente sulla scena del mondo, inizia il primo ciclo della sua storia, si mette senz’altro al lavoro. Taluno può pensare che il periodo di elaborazione sia stato soverchiamente lungo. Ma per fare le accademie e soprattutto per fare una Accademia degna di Roma, dell’Italia e del Fascismo, occorreva un certo e piuttosto lungo periodo di preparazione spirituale, politica, amministrativa. Occorreva ancora ripristinare la raffaellesca Farnesina, incomparabile sede! Non si è perduto del tempo. Lo si è scrupolosamente impiegato. A quest’opera di elaborazione si è dedicato con sapienza, che chiamerò paterna, con acuto intelletto, con assidua diligenza, il vostro Presidente, il quale non da oggi può e deve essere onorato, come un benemerito della cultura italiana.

Quattro anni fa si chiese e oggi si ripete: «Perché un’altra Accademia?». L’interrogativo esige una risposta. Nessuna delle Accademie attualmente esistenti in Italia compie le funzioni assegnate all’Accademia d’Italia, o sono accademie limitate nello spazio o ristrette nella materia. Talune di esse sono celebri e quasi tutte, anche le minori, sono rispettabili, ma nessuna ha il carattere di universalità dell’Accademia d’Italia.

Questa nasce dopo due avvenimenti destinati ad operare formidabilmente nella vita e nello spirito di un popolo: la guerra vittoriosa e la rivoluzione Fascista. Nasce, mentre sembra esasperarsi nel macchinismo e nella sete di ricchezza il ritmo della civiltà contemporanea, nasce quasi a sfida contro lo scetticismo di coloro i quali da molti, sia pur radi sintomi, prevedono una eclissi dello spirito che sembra ormai rivolto soltanto a conquiste di ordine materiale.

Questo carattere dell’Accademia d’Italia appare, sotto altri aspetti, evidente. Non è l’Accademia d’Italia una vetrina di celebrità arrivate e non più disputabili; non vuole essere e non sarà una specie di giubilazione degli uomini insigni o un riconoscimento più o meno tardivo dei loro meriti; non sarà soltanto questo. Voi vedete tra gli accademici delle quattro categorie uomini di origini, di temperamenti, di scuole diverse. Uomini rappresentativi di un dato momento sono a lato di uomini rappresentativi di un momento successivo, o attuale o futuro.

L’Accademia è necessariamente eclettica, perché non può essere monocorde. Nell’Accademia passa così la vita dello spirito, la quale è continua e complessa e unitaria, dalla musica alla matematica, dalla filosofia all’architettura, dall’archeologia al futurismo. Nell’Accademia è l’Italia con tutte le tradizioni del suo passato, le certezze del suo presente, le anticipazioni del suo avvenire.

L’importanza di un’accademia nella vita di un popolo può essere immensa, specialmente se questa convogli tutte le energie, le scopra, le disciplini, li elevi a dignità. Si può immaginare l’Accademia come il faro della gloria che addita la via e il porlo ai naviganti negli oceani inquieti e seducenti dello spirito. La sorte di questi naviganti è varia; taluno naufraga alle prime tempeste, qualche altro finisce nelle secche della mediocrità e del mestiere. I più dolati e i più tenaci — il genio è anche metodo e pazienza — talvolta approdano mentre il crepuscolo già scende sulla loro vita. Qualche altro è colpito dal destino alla vigilia del trionfo. V’è, infine, chi tocca la meta nell’età giovanile e virile; ma questo fortunato immortale non può a lungi sostare. Egli ha il dovere di levare le ancore e di spiegare le vele per altri itinerari e per nuove conquiste.

Eccellenze, Signore, Signori! Sono fiero di avere fondato l’Accademia d’Italia. Sono certo ch’essa sarà all’altezza del suo compito nei secoli e nei millenni della nostra storia. Sono lieto di inaugurare ufficialmente l’Accademia d’Italia nel simbolo del Littorio e nel nome Augusto del Re».

Il cronista annotò come, al termine della cerimonia, Roma fosse stata investita da una pioggia torrenziale, che pose delle serie difficoltà ai convenuti; in particolare degli Accademici, molti dei quali privi di automobile, per aver condotto una «vita sempre modesta, e non dispiace vederli anche oggi, nella loro gran giornata, il petto tutto ricoperto d’argento e di foglie, lo spadino al fianco, la feluca ben diritta in testa, non dispiace vederli aspettare, infreddoliti e sorridenti, un’umile automobile di piazza che li venga a raccogliere e a portare a casa. Perché l’arte e la scienza possono conoscere gli onori sovente, ma di rado la ricchezza».

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