Lettera di Marsilio Ficino a Cosimo De Medici nella quale «Si mostra qual sia la via de la felicità».

Ficino identifica il desiderio degli uomini di «far bene» col «viver bene», essendo inscindibile una condizione di vita ideale, al fine di poter operare con rettitudine.

La Sapienza sarebbe la facoltà, grazie alla quale è dischiusa la giusta via, insieme alla sanità e forza fisica, all’origine familiare che porta maggiore potenzialità; quindi alla prudenza con cui operare, unita alle tre virtù cardinali.

I benestanti sono considerati beati, se stimeranno usare i loro effetti, anziché preservarli da qualsivoglia corretto investimento.

Infine, un ultimo appello allo studio, poiché solo la Sapienza ci unisce a Dio.

Al Rev.mo Marsilio Ficino platonico

Cosimo De Medici (1389 – 1464)

Venni hieri nella villa di Carreggio, non per cagione di coltivare il campo, ma si bene l’animo. Sì che di gratia Marsilio mio, venite  stare da noi quanto più presto potete e portate con esso voi quel libro del nostro Platone che tratta del sommo bene1, il quale io penso che già voi costì abbiate come mi prometteste tradotto dalla lingua Greca nella Latina. Percioché io voglio che voi sappiate che non è cosa alcuna che io più ardentemente desideri che il conoscere qual sia quella strada che alla felicità ci guidi e conduca. State sano, e venite, ma non venite senza la Lira.

Cosimo De Medici

Al Gran Cosimo De Medici

Verrò come prima potrò molto volentieri da voi. Percioché qual cosa mi può esser più grata, che stare in Carreggio, cioè nel campo delle gratie, insieme col gran Cosmo padre delle gratie? Intanto udite in brevi parole, qual via sia quella appresso gli Platonici che a condurci a la felicità sia accomodatissima.

E quantunque io pensi, che non bisogna a colui mostrare la strada che già al fine di quella sia pervenuto; nondimeno io mi sono deliberato di obedire sempre e lontano e presente ad ogni nostro desiderio.

Tutti gli huomini naturalmente desiderano far bene, cioè viver bene. Costoro viveranno bene se eglino haranno dei beni assai, e li beni son queste ricchezze: sanità, bellezza, gagliardia, nobiltà di sangue, honori, potenza, prudenza, oltra ciò, Giustizia, Fortezza, Temperanza, et più di tutti gli altri la Sapienza, la quale senza dubbio alcuno contiene in sé, et abbraccia tutta la forza di questa felicità la quale consiste in un prospero, et favorevole acquisto del desiderato fine, et questo acquisto in ogni facultà o arte lo dona la Sapienza. E che sia il vero non è dubbio, che se gli sonatori dotti ne la loro arte saranno, benissimo potranno acquistare tutto quello che al sonare ogni istrumento si richiede, e gli Grammatici bene in quella arte ammaestrati, benissimo tutto quello sapranno che a scrivere et a dichiarare li secreti d’altrui si appartiene. Similmente gli savi nocchieri più agevolmente de gl’altri pervengono a prospero et securo porto nelle navigationi loro, e ancora un Capitano di guerra prudente et esperto securissimamente tutto quello che spedisce che alla arte di guerreggiare s’appartiene, e un saggio Medico, meglio che un altro conduce un huomo alla desiderata sanità del corpo, onde la sapienza sola è quella, che in ogni humana operatione ci fa acquistare quello che disideriamo, né mai questa sapienza si smarisce o è da altri ingannata. E però, conciosia che la sapienza sia cagione di acquistare il fine è necessario ch’ella facci il tutto e il tutto possa a farci conseguire la felicità.

Oltra ciò, solamente coloro li quali molti beni posseggono son detti beati, et nondimeno questi cotali si possono così chiamare, se prima quelli beni, che posseggono non gli giovano in effetto, né mai gli potranno giovare se non l’usaranno e non se ne serviranno. Percioché la possessione de’ beni senza l’uso non ha forza alcuna a darci questa felicità ma né ancora l’uso basta. Percioché può trovarsi uno che usi questi beni in triste operationi, onde ne segue che egli non pure non è senza giovamento ma che gravemente ne venga offeso, et però si come di sopra habbiam detto che al possedere bisogna aggiungnerci l’uso, così hora diciamo che all’uso fa di bisogno aggiugnerci la bontà, per la quale non solo usiamo questi beni, ma la usiamo bene giustamente e santamente e al fare questo la sapienza solamente è quella che ci può aiutare, il che si può facilmente conoscere esser vero nel considerare a l’arte ne la quale quelli solamente che nella arte sono ammaestrati e dotti, sanno usar bene così la materia come gli istrumenti, li quali a tal lavoro s’adoperano, et in questo modo, la sapienza fa che noi usiamo bene le ricchezza, la sanità, la bellezza, la gagliardia, et l’altre cose che son dette beni, per la qual cosa in ogni possessione, in ogni uso, in ogni operazione la scienza sola è cagione di bene operare, et di andar sempre prosperando di bene in meglio, percioché colui che senza cervello o ragione, e possiede molte cose, e molte cose usa, tanto più viene offeso quante più cose possiede e più ne usa male, et certo colui che è sciocco, quanto manco opera manco erra, e colui che erra manco fa ancora a manco male, è chi fa manco male è manco misero, e manco opera un povero che un ricco, e un debole, che un robusto, e un timido, che un audace, e un pigro, che uno svegliato e vivo, et un tardo, che un veloce, e uno scempio che un sagace, e però nessuna di queste cose, che di sopra habbiam detto che son beni, per se stesse son beni percioché se da uno sciocco, tristo, o ignorante saranno possedute, tanto son cattive quanto le lor contrarie son buone, et quanto maggiormente a un tristo posson dar cagione di far male, ma se saranno possedute da un savio e prudente alhora si potranno dire buone, ma in fatti per se stesse, non sono né buone né triste. Percioché un huomo savio così le cose prospere come le contrarie al fine gli sono utili, dove a un pazzo fanno il contrario.

Adunque la sapienza sola tra tutte le cose che nostre possiamo dire si debbe per se stessa dir buona, et la sciocchezza sola, per se stessa cattiva. Volendo per tanto, et desiderando tutti esser felici, e non sì potendo questa felicità havere senza un retto, et buono uso delle cose che altri possiede, et dando questo retto uso la scienza. Lasciando andare ogn’altra cosa, ciascuno si debbe sforzare, con ogni studio di diventare sapientissimo. Percioché così l’animo nostro diventa simile a Iddio, che è la stessa et vera sapienza, nella quale simiglianza, Platone pensava che consistesse il vero, et sommo grado della nostra beatitudine.

Marsilio Ficino

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(1) PLATONE. Filebo.

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