Gabriele D’Annunzio: i primi anni romani nel racconto delle cronache dell’epoca

Gabriele D’Annunzio si formò quale poeta e giornalista nella redazione del Capitan Fracassa, che raccoglieva le firme più promettenti dell’agone letterario romano. Sarebbe appartenuto a quella generazione di intellettuali, che avrebbe trasformato la stampa italiana, infondendole ingegno e cultura.

Giuseppe Chiarini (1833 – 1908)

La pubblicazione del Primo vere gli aveva procurato la prima notorietà grazie ad una recensione di Giuseppe Chiarini, sicché il Poeta si trasferì nel 1881 a Roma.

Edoardo Scarfoglio (1860 – 1917)

Edoardo Scarfoglio nel Libro di Don Chisciotte spiegò l’arrivo del Pescarese:

«Gabriele, fanno ora due anni, giunse a Roma dall’Abruzzo con la bella e fresca ricchezza dei suoi vent’anni, e con molta opulenza di poesia e di prosa poetica. E subito mi venne a vedere. Ero, me ne rammento benissimo, sdraiato sopra una panca degli uffici del Capitan Fracassa, e sbadigliavo tra le ciancie di molta gente; e alla prima vista di quel piccolino con la testa ricciuta e gli occhi dolcemente femminili, che mi nominò e nominò sé con un’inflessione di voce anch’essa muliebre, mi scossi e balzai stranamente colpito. E l’effetto fu, in tutti quelli che lo videro, eguale. Lo conducemmo nel salotto, e tutta la gente gli si raccolse d’intorno. Non mai scrittore comico trionfante, in quel luogo, ove l’ammirazione e la curiosità d’ogni cosa nuova scoppiano con così facile violenza, s’ebbe un accoglimento tanto festoso. Mi par di vedere ancora Gennaro Minervini, quell’ultimo erede dello spirito napolitano, stargli d’avanti a guardarlo con gli occhi spalancati senza parlare; e Cesare Pascarella, con lo scialle raggruppato intorno al collo, frenare a stento la smania di accarezzarlo. E dovunque, poi, lo condussi, era la medesima cosa: persino la faccia incresciosa di Angelo Sommaruga al primo aspetto di quel fanciullo fu rasserenata da un sorriso. Aspettato con impazienza curiosa, dopo il giudizio singolarmente benevolo che della sua poesia infantile die il Chiarini, con lo spettacolo della sua estrema giovinezza, con la irradiazione di simpatia che la sua sembianza e le sue parole e i suoi atti di fanciullo mandavano, conquistò nel primo istante questa cittadella romana che a tanta gente pare inespugnabile, e che apre invece tanto facilmente le porte. Gabriele ci parve subito un’incarnazione dell’ideale romantico del poeta: adolescente gentile bello, nulla gli mancava per rappresentarci alla fantasia il fanciullo sublime salutato da Chateaubriand in Victor Hugo. E col crescere della consuetudine, la concorrenza dell’affetto e dell’ammirazione crebbe. Nell’inverno e nella primavera del ’82 Gabriele fu per tutti noi argomento d’una predilezione e quasi d’un culto non credibile. Egli era così affabile e così modesto, e con tanta grazia sopportava il peso della sua gloria nascente, che tutti accorrevano a lui per una spontanea attrazion d’amicizia, come a un gentile miracolo che nella volgarità della vita letteraria non troppo spesso occorre. A ogni persona che novamente lo vedeva, era un’esclamazione di meraviglia. Ricordo l’esclamazione del Carducci, quando glielo presentarono: anche ricordo il barone De Renzis, che molte cose ha veduto nella sua vita, con le mani in tasca e con la gamba destra tesa un po’ innanzi, starlo a udire la prima volta, scotendo lievemente il capo, quasi non credesse a’ suoi occhi.

Per me poi quel primo anno d’amicizia fu il maggior diletto di tutta la mia faticosa e turbolenta vita di seccatore del prossimo letterario. Io ritrovavo in Gabriele ingentilite le mie passioni di buttero platonico, e quella tendenza di espansione all’aperto, di riavvicinamento alla santa e selvaggia natura, che mi trasse nei primi anni della gioventù a scrivere e a stampare bruttissimi versi. In lui era tanto spontaneo il senso della barbarie e tanto curiosamente commisto a una nativa gentilezza di donna, che lo avreste detto una di quelle querce educate al tempo del barocchismo e potate in guisa da dar sembianza d’una qualche cosa poco selvatica, educata questa per altro e potata da un meraviglioso artefice che avesse saputo dal taglio far nascere come un nuovo albero vivo e bellissimo.

Noi andavamo assai spesso a passeggiare insieme, e in quel lungo andare a piedi o in carrozza, e nei colloqui, e nella comunione di tutti i pensieri cementavamo il concorde immenso amore dell’arte. O Gabriele, te ne rammenti? Io ricordo con un senso di tenerezza ineffabile un pellegrinaggio che noi facemmo sulla via Appia. Era una mite mattinata di febbraio, e le siepi di bianco spino e di rose canine tuttavia rugiadose pareva che buttassero tutte insieme le gemme novelle alle prime carezze del sole: per l’aria le cornacchie viaggianti dalle terme di Caracalla alla tomba di Cecilia Metella si riversavano con un giubilante clamore di festa. Come la gioventù ci si espandeva lietamente e liberamente dal petto, mentre noi correvamo davanti alle terme tirando al vento colpi di rivoltella, e con che ilare impeto di fame assalimmo la frittata della colazione! La frittata era cattiva, ma tra la pergola il sole cortese di febbraio trapelava con molto sorriso, e davanti una scena meravigliosa di pianura e di colli sovrastata dall’Aventino ci accendeva nell’animo le fiamme dell’entusiasmo. Noi recitammo a vicenda l’ode carducciana per le terme di Caracalla, e io mangiando di quella frittata benedetta pur ti guardavo; e ti spiavo nei miti occhi fanciulleschi le ragioni e l’origine del Canto novo. Chi mi avrebbe detto allora, o Gabriele, ch’io dovevo essere accusato d’invidiarti?

Anche d’un’altra colazione mi sovviene, in casa mia, un giorno che né egli né io avemmo tanti denari da poter mangiare in una trattoria. Noi mettemmo in comune il peculio imponderabile, e comperammo della ricotta e del pane; e in quella concordia della nostri miseria ridevamo come due matti».

Vincenzo Morello (1860 – 1933)

Vincenzo Morello (Rastignac) ricordò in Gabriele D’Annunzio come il Poeta fosse stato preceduto, prima dell’arrivo a Roma, dalla notizia della sua morte a causa di una caduta da cavallo, ch’era stata celebrata da un elogio funebre a cura del Fleres. Di lì a poco, D’Annunzio avrebbe scritto all’estensore dell’articolo, assicurandogli la sua ottima salute e che presto si sarebbe votato alla conquista di Roma, in un momento in cui la letteratura non offriva ampi guadagni.

Morello ricordò come successivamente Gabriele approdasse alla Cronaca bizantina del brillante e coraggioso edito Angelo Sommaruga, mentre scriveva Terra vergine e le poesie del Canto novo, che avrebbe più volte rimaneggiato durante un famoso viaggio in Sardegna accompagnato da Cesare Pascarella ed Edoardo Scarfoglio

Luigi Lodi (1856 – 1933)

Il giornalista Luigi Lodi descrisse sulla Tribuna illustrata il suo primo incontro col giovane Gabriele:

«L’ho conosciuto — mi ricordo — undici anni sono, in quell’ufficio della Cronaca bizantina nel quale la fantasia letteraria d’allora ha posto tante cose originali e strane, ma in cui, per verità, non v’era che un cavalletto, il quale avrebbe potuto servire per disegnare, ma non servi mai, neppure ad Ugo Fleres, che, allora, schizzava teste per dovunque, colla stessa facilità abbondante colla quale ha poi scritto, in prosa e in versi, parodie di lirici e di novellieri.

La relazione mia collo scrittore abruzzese era, dunque, letterariamente bene avviata quando lo conobbi di persona, nell’81, come ho detto. Avevo letto già, a proposito dei suoi versi, che era giovane: ma, conoscendolo, mi pareva di trovare un fanciullo, cosi fresca era l’impressione, il colorito, la serenità del suo volto.

Di poi, tutte le volte — e ora avviene a tratti fra loro lontani — che incontro il d’Annunzio, non posso a meno di non rammentarmi, spontaneamente, di quella prima quasi remota, tanto sono deboli e scarsi i mutamenti avvenuti in lui durante l’aspro passaggio della giovinezza alla maturità, traverso un periodo di lavoro continuato sempre, e lavoro martellato, faticoso, che più d’una volta non pare prorompere dall’animo.

La persona si è raffinata, certamente; non è più il fanciullo roseo, ricciuto, tutto sorridente e impacciato nella modestia della sua toeletta e nel sentimento della sua fama d’una volta. Il colore è rimasto, ma ha acquistato alcune sfumature bianche, quasi d’avorio, che non aveva; i capelli non sono ancora del tutto spianati ma non si raccolgono più nel riccio ostinato di una volta; gli abiti sono con maggior cura scelti, perché siano eleganti e diano l’immagine di un perfetto raffinato, ma chi si muove dentro di essi non ha ancora acquistata la piena libertà e sicurezza di sé; forse, non è più l’impaccio di prima, ma una leggiera preoccupazione del pubblico, anche dei pochi che l’osservano, coi quali vive in intimità. Ciò poi che, assolutamente, non ha mutato è il sorriso, sorriso di giovanetto, su cui non passano le vicende della vita, che il lavoro non ispegne, e che sarebbe da credersi si conservi tanto resistente perché riman sempre esteriore, una consuetudine, un movimento meccanico.

Insomma, questi undici anni sono passati, la venustà spontanea di allora si è andata coltivando, ha procurato d’accrescersi di nuove, studiate eleganze, ma l’impressione che desta il d’Annunzio, vedendolo, è che sia rimasto, con un miracolo raro di conservazione, il fanciullo miracolo del Primo vere».

Benedetto Croce (1866 – 1952)

Anche Benedetto Croce sottoscrisse le sue impressioni sul fenomeno – D’Annunzio nella Critica del 1904.

«Venuto a Roma nel 1881 partecipò al movimento artistico-letterario che ebbe per centro il Sommaruga e la sua Cronaca bizantina. Fu quello un periodo assai notevole della vita intellettuale italiana, e merita che se ne faccia la storia, e chi sa che non la faremo noi, una volta o l’altra, quando avremo raccolti i materiali occorrenti, nelle pagine di questa rivista. Nella Cronaca bizantina lavorarono e si manifestarono scrittori d’indole assai diversa; ma vecchi e giovani, sensuali ed asceti, eruditi e scapigliati, ebbero tutti, in quel collaborare, come un battesimo o un crisma di modernità. Non è da tacere peraltro, che quella modernità non fu sempre aperta alle migliori e più salutari correnti della vita moderna, perché nell’ambiente del Sommaruga si agitò e dominò talora molta avidità di godimenti e di lusso, molta spregiudicatezza di gente che aveva imparato che bisogna dar l’assalto, senza scrupoli, all’albero della vita. Alcuni dei componenti dei circoli del Sommaruga si riconoscono anche ora, in certo lor modo di sentire e di concepire, e non propriamente per le ragioni per le quali, secondo il Macauly, si riconobbero per molti anni dopo, nei sobrii ed austeri artigiani inglesi i vecchi soldati di Oliviero Cromwell. Il d’Annunzio respirò l’aria dei circoli sommarughiani; e dové, non dico risentirne profonda l’efficacia, ma senza dubbio rafforzarvi alcune tendenze che gli erano naturali.

Poco stante, egli frequentò l’alta società romana, aggirandosi nei palazzi principeschi dove il fasto e il lusso e il vizio son quasi nobilitati dalla luce che v’irraggiano le opere dell’arte italiana, che l’eredità dei secoli vi ha accumulate, e vivendo la vita della caccie, delle corse, dei salotti, dell’amore dello sport e dello sport dell’amore».

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