Girolamo Savonarola: il visionario

Pur avendo ispirato profondamente la Repubblica fiorentina, nei sermoni, che Fra Girolamo tenne nei tempi seguenti, evidenziò stanchezza e maggior cupezza:

«Io sono stanco, o Firenze, per quattro anni di continue predicazioni, nei quali non ho fatto altro che affaticarmi per te. Ancora, afflitto m’ha assai la continua memoria del flagello che io veggo venire, e la paura e timore di te, che tu non pericolassi in quello. Onde io faccio, per te, una continua orazione al Signore1».

Il Frate insisteva nel chiedere la conversione al popolo fiorentino, al fine di non mutare il cambiamento avvenuto in tempi bui e difficili, scontrandosi con la pervicace volontà degli uomini d’inveterare nel male.

Si lamentava per essere stato costretto ad uscire dal perimetro della predicazione, ed ora egli prevedeva solo tribolazioni per l’intera Italia. Aveva per sempre perduto la pace e la quiete, che aveva trovato all’interno della religiosità, per essere a servizio di chi non ricambia il suo impegno con delle opere buone per la salvezza dell’anima. Predicava per sé e per il popolo di Dio una grande consolazione post mortem: la beatitudine eterna, che non riusciva a percepire.

Trascorreva spesso le notti in preghiera, vegliando a lungo, per presentarsi rapito di fronte al suo popolo durante i sermoni, nei quali descriveva il futuro, predicendo la sua morte, che sarebbe stata violenta (come fu), invitando gl’infedeli alla conversione, perché il Cristianesimo trionfasse sulla terra.

San Tommaso (1225 – 1274)

La sua dotta formazione gli permetteva di discettare, analizzare con sottigliezza. Aveva studiato lungamente gli scritti di San Tommaso nella descrizione delle visioni angeliche, raccogliendo le sue impressioni e considerazioni nel volume Dialogo della verità profetica. Egli discorre con sette interlocutori allegorici, che sarebbero i sette doni dello Spirito Santo, rispondendo loro alle varie obiezioni. A proposito del suo alito profetico, rispondeva come la Verità fosse una, che la menzogna fosse peccato, come l’ingannare il popolo di Dio. Egli dichiarò di non pronunciarsi per arroganza, poiché si confessava puro nelle intenzioni, amante del Signore, di cui tentava d’imitarne i comportamenti. Sottolineò l’importanza delle orazioni notturne, a causa delle quali aveva perso la salute; quindi – concludeva – non poteva esserci inganno nella sua condotta. Dibatte in molteplici argomenti, fra sillogismi simili a sofismi, al fine di dimostrare la verità delle sue rivelazioni, che sarebbero state acclarate per mezzo d’un miracolo. Il Frate non s’era affatto accorto della pericolosa china, su cui stava camminando.

Molte altre visioni, insieme alla descrizione di notizie biografiche, furono riassunte nel Compendium Revelationum, che – a tratti – si rivela suscettibile di dubbi, nella descrizione del presunto viaggio in Paradiso, di cui fornisce una minuziosissima descrizione, e delle parole rivoltegli da alcuni personaggi allegorici e dalla Vergine, della quale descrive il trono ed il numero delle pietre preziose, che lo adornavano. Il viaggio si sarebbe concluso con il discorso di Gesù, perché lo rivolgesse ai fiorentini, in cui è confermata in toto la dottrina esposta da Fra Girolamo. Quando annunciò dal pergamo l’accaduto, fu oggetto di moltissime critiche, che tentò di parare, dichiarando come fosse un’immaginaria visione impressa nella sua mente.

Marsilio Ficino (1433 – 1499)

In fondo, fra Girolamo era figlio dell’epoca, in cui Marsilio Ficino sceglieva gli anelli da indossare, seguendo il suo umore, mentre discorreva sulle virtù occulte di talismani e portafortuna. Francesco Guicciardini scriveva di aver vissuto esperienze con degli «spiriti aerei», mentre Cristoforo Landino ricercare l’avvenire della religione cristiana negli astri.

Eppure, fra tutti, Savonarola dominava un popolo intero, che accorreva alle sue prediche, dove si dimostrava eloquente filosofo, che aveva intuito per Firenze la miglior repubblica possibile.

Al principio del 1495, dominava in Firenze il partito di Fra Girolamo, estremamente composito nelle opinioni, poiché trovavano spazio anche chi non condivideva pienamente le idee del Frate, come i Bianchi, ma lo appoggiavano fieramente, poiché la ricerca della libertà era uno degli aspetti fondamentali del movimento.

Piero De Medici (1472 – 1503)

La corrente dei Bigi, assai numeroso, era composto dai vedovi dei Medici, che il Savonarola aveva perdonato, sempre in contatto con Piero De Medici, di cui auspicavano un presto ritorno. Essi brigavano sotterraneamente e, nonostante gli avvertimenti dal pergamo del Frate, con i quali invitava sempre a vegliare, non preoccupavano i cittadini. Ben più apertamente contrastanti gli uomini appartenenti alle famiglie ricche, che avevano lavorato per conto dei Medici ed erano in contatto con Ludovico il Moro. Avrebbero desiderato ripristinare una repubblica aristocratica, avendo in urto il Frate ed i suoi seguaci, che nominavano Piagnoni, in contrapposizione agli Arrabbiati. Con la costituzione della Repubblica, poterono poco contro il Frate ed i suoi seguaci, e soprattutto contro i Bigi, i quali manifestavano certezza nell’essere comunque esclusi da un possibile governo aristocratico. Gli Arrabbiati allora finsero amicizia nei confronti dei Piagnoni, spingendo in toto il loro odio contro Fra Girolamo, confutandone le profezie, combattendolo quale uomo religioso in servizio attivo per la politica.

Sempre nel 1495, fu eletto gonfaloniere Filippo Corbizzi, che immediatamente si mostrò poco abile nell’incarico, tantoché fu avvicinato dagli Arrabbiati. Quando convocò in Palazzo un consiglio di teologi ed esperti di spiritualità, fra cui Marsilio Ficino, vicino alle posizioni della casa medicea, al fine di accusare il Frate di essersi fin troppo penetrato nella res publica, comparve l’accusato, in compagnia di Fra Domenico da Pescia, che fu subito investito dalle polemiche dei convenuti. Un domenicano di Santa Maria Novella, che si rivelò il più tenace accusatore, fu rimproverato da Fra Girolamo, che gli ricordò l’opera svolta da San Domenico nel mondo e come l’Ordine avesse fornito alla società abili frati, esperti nelle cose di stato. Quindi lo invitò a ricordargli un passo della Bibbia, che condannasse il favorire di un governo libero, al fine di costituire una società d’ispirazione cristiana. Concluse il suo intervento, ricordando come non si dovesse trattare di questioni religiose in luoghi profani e che non vi fosse di discutere di teologia in Palazzo. Riuscì a spiazzare, ancora una volta, i convenuti, che preferirono ritirarsi.

Durante le prediche, il Frate si sforzava di spegnere l’ira per la riconciliazione degli animi. Nella predica Sopra Aggeo in adventu tempore, dichiarò che Firenze bisognasse di un nuovo capo: Gesù Cristo, attraverso cui procedere per un’autentica riforma della corte papale, quindi dell’Italia ed, infine, del mondo. Firenze come nuova Gerusalemme.

In gennaio, riprese la predicazione, ed il giorno 13 nel Sermone della Rinnovazione, spiegando le visioni avute, pronunciò la famosa frase: Ecce gladius Domini super terram cito et velociter (Ecco la spada del Signor sopra la terra, agile e veloce). Condannò la pratica astrologica, che pretendeva di prevedere il futuro, al contrario del lume profetico, che la Divina Provvidenza permetteva a certi uomini. Quindi ribadì il ruolo di Firenze, capitale moralizzatrice del mondo, che sarebbe dovuta passare nel flagello con l’oppressione degli eletti, l’ostinazione dei peccatori, e quindi le tante tribolazioni, che aveva avuto in visione. Passò alla descrizione della più terribile: una spada in lento avvicinamento verso la terra e le due croci sulle città di Roma e di Gerusalemme, che sarebbe stata perseguitata per opera del demonio, proponendo la conversione degl’islamici a fronte di una Chiesa rinnovata, che invece viveva nel più profondo peccato. Chiedeva penitenza, perché la spada rimanesse inguainata: «Fa tu, o Firenze, a me non resta che pregare il Signore perché t’illumini2».

Alessandro VI (1431 – 1503)

La Predica fu presto stampata, per essere diffusa in tutta Italia, cosicché gli Arrabbiati ne approfittarono, perché il documento giungesse nelle mani di Alessandro VI. Alla fine del mese di gennaio, fu emanato un provvedimento da Roma, che invitava Savonarola a predicare nella città di Lucca. Egli salutò il suo popolo raccomandando di persistere nella formazione del nuovo governo, nell’unione, nella carità e nella pace.

La Repubblica si mosse, scrivendo a Roma, perché concedesse al Frate di predicare la Quaresima in Firenze.

«Sarà con questa una lettera alla Santità di Nostro Signore, pregando con essa che Frate Hieronimo da Ferrara, che è qui priore in S. Marco, predichi questa Quaresima prossima qui in Firenze, non ostante qualunque commissione avessi di andare a predicare in Lucca. Presentatela quanto prima possiate, e fate di ottenere uno brieve diritto a Frate Hieronymo, che li commetti el predicare questo anno qui, come è detto3».

Il papa revocò il breve, permettendo al Savonarola di predicare la Quaresima in Firenze. Per l’importante periodo dell’anno liturgico, scelse il Libro di Giobbe e si astenne da alcuni commenti politici, concentrandosi sulla riforma dei costumi. Predicò in funzione della libertà, che doveva essere garantita a tutti i cittadini in conformità alla volontà del Padre ed in unione dei cuori. Tornò a spiegare le sue visioni, in cui il mondo era diviso tra due schiere opposte: una capitanata da Gesù Cristo, e l’altra da Satana, proponendo al popolo di Dio di schierarsi definitivamente con Suo Figlio.

La continua ed indefessa opera predicatrice aveva minato nella salute il Frate, il quale aveva ottenuto un sincero pentimento nel popolo fiorentino, le cui donne avevano abbandonato i ricchi ornamenti, preferendo indossare vestiti semplici e dimessi; la gioventù preferiva rifugiarsi in chiesa, cantando canzoni religiose piuttosto che i canti carnacialeschi; gli uomini erano dediti alla lettura della Bibbia o delle opere del Frate. E poi il miracolo – forse – più grande: la restituzione da parte di banchieri e mercanti, di denari sottratti furtivamente.

Si moltiplicarono gl’ingressi in convento, anche da parte di membri di schiatte nobili, nonostante i tanti ostacoli posti dal Savonarola ad un numero così alto di novizi.

Il 13 dicembre 1495, professò solenni voti fra Benedetto, che tanta parte avrà nell’ultima parte della vita di Fra Girolamo.

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(1) Predica XXIII

(2) Predica della Rinnovazione

(3) Lettere dei Dieci.

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