La favola di Issun – boshi

Issun – boshi (Pollicino) era un bambino alto e grosso come un pollice; aveva gli occhi a mandorla, i capelli raccolti sulla testa.

 Quando i genitori si recavano al lavoro, lo portavano nella risaia, dove si sedeva sopra un ramoscello o sopra dei sassi, ammonendolo a non muoversi sconsideratamente, per non cadere in acqua. Egli vedeva, tranquillo, il lavoro dei genitori, spesso riparandosi con una foglia dai caldi raggi solari. Pur non crescendo in altezza, iniziò lentamente ad osservare con spirito critico, accorgendosi che, oltre a non essere in grado d’aiutare i suoi genitori, era anche analfabeta, perché non aveva frequentato la scuola per timore che cadesse nel calamaio oppure restasse infilzato nella punta di un pennino. Al fine d’imparare a conoscere, decise di trasferirsi in una grande città, chiedendo preventivamente il permesso all’amato nonno, il quale testimoniò il suo favore allo studio. L’anziano genitore gli suggerì di non percorrere le strade, per non essere schiacciato dai viandanti o da qualche animale in libertà, ma di rivolgersi alla tranquilla navigazione di un fiume. Gli prestò una ciotola per il riso, affinché diventasse la sua barca, e dei bastoncini in virtù dei remi; infine un punteruolo, da nascondersi all’interno di alcune foglie di festuca. Abbracciò l’amato nipote, non prima d’averlo benedetto con la promessa che avrebbe invocato gli dei come protezione. Issun – boshi, prima di porsi in cammino, salutò i genitori, impegnati nella risaia, i quali gli dimostrarono tutto il loro contento per la felice scelta.

Il viaggio si svolse senza incidenti, ma una volta fu costretto ad usare il punteruolo contro un ranocchio, che l’ostacolava nella navigazione. Issun – boshi lo punzecchiò sul naso e l’anfibio sparì con pochi salti.

Quando giunse a destinazione, s’inoltrò nella città, facendo attenzione ai passanti, perché non lo schiacciassero, mirando il diverso assetto urbano, caratterizzato da pagode con strani tetti, i viali di ciliegi in fiore. Si fece sera e la città lentamente si svuotò, lasciandolo solo e preoccupato, poiché non riusciva a trovare una locanda aperta, dove trascorrere la notte. Bussò allora a qualche porta, non trovando risposta alcuna, sicché si mise a cantare, perché la malinconia lo abbandonasse. Poco dopo, una bellissima fanciulla aprì la porta della sua pagoda e lo invitò ad entrare, perché non cadesse nelle fauci dell’orco rosso, il quale durante il giorno trovava asilo nel bosco del tempio. Issun – boshi si armò del punteruolo, dono del nonno, e si dichiarò pronto ad affrontarlo e sconfiggerlo, causando un debole sorriso nella fanciulla.

L’indomani, fedele alla promessa, i due giovani si recarono al tempio, che sorgeva in cima ad una scalinata di marmo. Improvvisamente sbucò l’orco, cornuto e con le unghie simili ad artigli, che allontanò tutti i presenti; e mentre la fanciulla svenne, l’unico a resistere fu Issun – boshi. Iniziò allora l’incredibile combattimento. All’orco furono punzecchiati gli occhi per mezzo del punteruolo ed al fine di catturare quell’ometto grande quanto un pollice, l’orco iniziò a dilaniarsi le carni fino a cadere morto, trapassato da un colpo nella bocca. Il vincitore uscì dalle fauci insieme a delle monete d’oro. La ragazza rinvenne e si recò dall’orco morente, raccogliendogli l’ultimo respiro, per gettarlo verso Issun – boshi, il quale iniziò a crescere in altezza, trasformandosi in un magnifico giovane, che, felice, s’inginocchiò davanti alla sua benefattrice.

Divenne ben presto un eroe per tutte quelle genti, che avevano vissuto nel terrore dell’orco, le quali gli manifestarono il loro contento dedicandogli un trionfo.

Più tardi, imparò a leggere ed a scrivere e, nel tempo, divenne un grande sapiente, vivendo accanto alla giovane in una casa circondata dai ciliegi e dai mandorli in fiore.

Il protagonista di questa favola vive nell’ignoranza, nella beatitudine della natura, quando improvvisamente si scuote, osservando come altri giovani della sua età s’industriano nel collaborare verso l’umana famiglia. Si rende quindi necessario un cambiamento, accettato dal nonno, che rappresenta la Saggezza, il quale fornisce gli strumenti adatti, al fine di evitare ogni possibile guaio nel lungo cammino, che lo porterà alla conoscenza. Gli indica la via dell’Acqua, dell’Umido, di un ritorno a condizioni spirituali ancestrali, sulla quale dovrà dimostrarsi capace di saper dominare. L’Elemento Acqua richiama il nostro stato emotivo, che spesso – se non controllato – è un ostacolo terribile a qualsiasi decisione ed azione. Quindi il protagonista dovrà imparare a dominare le sue emozioni attraverso delle bacchette, che indicano la verticalità e la ciotola di riso, la tensione orizzontale. Il punteruolo simboleggerebbe la volontà, unico e vero strumento dell’uomo, per superare qualsiasi ostacolo, che troverà sulla via.

Durante il viaggio nell’Elemento Acqua incontra la rana, simbolo dell’affrancamento coscienziale dall’Elemento, in cui vive. Issun – boshi la respinge, poiché egli ancora non è al termine del viaggio, e quindi ancora impegnato nell’ardua prova di superamento delle qualità elementali, seppur essa già rappresenta ciò ch’egli dovrà diventare: libero dagli Elementi, essendo costituito dagli Elementi.

Giunto all’Elemento Terra, quindi nella profondità di se stesso, scopre un nuovo mondo, inizia a conoscersi e così sente per la prima volta la centralità del suo essere, tanto da rimanervi incatenato. Giunge quindi la sera; una ragazza – la sua parte femminile – intuitiva – lo soccorre; perché al fine di essere liberi dalle pastoie dell’Elemento dobbiamo ricorrere all’esatto contrario, al fine di ricostituire l’antica Unità. La giovane gli rammenta la presenza dell’orco, dei rigurgiti dell’Ego, delle sue follie, della sua incompletezza e così il Viandante si prepara alla grande sfida contro i suoi demoni interiori.

Il mostro abiterebbe in un bosco (nella selva dantesca, il Poeta incontra le fiere), nelle prossimità di un Tempio; più siamo in viaggio dentro noi stessi, per arrivare a cogliere l’occultum lapidem, e più si dimostrano per intero le nostre divisioni. La volontà ancora una volta inizia a scalfire i nostri mostri interiori, finché, per il colpo finale, il protagonista è costretto ad entrare nella bocca dell’orco, luogo deputato alle parole. L’ingresso nel cavo orale rappresenterebbe il modo corretto, per disarticolare le parole, le quali hanno così il potere di creare (se usate con cura) come quello di distruggere (quando sono vittime dell’egoicità). Distrutto il mostro, avviene la crescita (spirituale) di Issun – boshi, ormai giunto alla giusta età, per imparare, dopo aver adoperato la giusta catarsi. Egli, alle soglie del suo tempio interiore, si applicherà, libero dai mostri, alla conoscenza del Micro e del Macro universo, in compagnia della sua parte femminile, al fine di ricostituire l’Unità, per la quale è iniziato il Viaggio.

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2 pensieri riguardo “La favola di Issun – boshi

  1. Ma che bella lettura!
    Un saluto Wu Otto.

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