Le dimissioni del Governo Facta nei commenti giornalistici dell’epoca

«Il Consiglio dei Ministri, riunitosi alle ore 16,50, presa in esame la situazione politica, ha deliberato di presentare al Re le sue dimissioni».

Luigi Facta (1861 – 1930)

Il 27 ottobre del 1922, il Governo Facta dimettendosi, permise a Benito Mussolini di formare, quattro giorni dopo, un Ministero di coalizione.

Vittorio Emanuele III (1869 – 1947)

Vittorio Emanuele III convocò il Presidente dimissionario a Villa Savoia, alle ore 21 ed al termine dell’incontro rispose ai giornalisti:

«La situazione presenta nuovi elementi?»

«Nessuna pressione dal di fuori; nessuna imposizione, neppure sotto forma d’invito o di consiglio, mi è pervenuta, né il Governo l’avrebbe resa possibile. Ufficialmente il Governo non sa nulla di trattative che possono svolgersi al di fuori di esso»

«Ma l’onorevole Mussolini ha chiaramente denunziato le trattative per la partecipazione al potere nel discorso di Napoli. Potrebbero esse influire per la composizione di un Gabinetto nuovo?»

«E’ questo un gioco di probabilità che non ci riguarda. Intanto non siamo dimissionari e potete dire che il Governo resterà al suo posto sino all’ultimo»

«Potrebbe il riesame della situazione portare ad un rimpasto del Gabinetto?»

«Il fatto di essermi riservato di riesaminare la situazione può dare luogo a parecchie ipotesi, ma sarebbe prematuro stabilire mentre le decisioni dei ministro sono appena di poche ore».

Vittorio Emanuele Orlando (1860 – 1952)

Vittorio Emanuele Orlando, Presidente della Camera, dichiarò:

«Anzitutto si può dire che si è esagerata l’importanza del colloquio di Cavour. Io mi sono recato colà per invito dell’onorevole Facta, il quale aveva espresso il desiderio che io lo avessi coll’onorevole Giolitti uno scambio di vedute sull’attuale momento politico. L’esame della situazione che abbiamo potuto fare non deve assumere alcun carattere di particolare e speciale importanza. I giornali hanno esagerata la portata del nostro colloquio, il quale, naturalmente, non è stato puramente accademico».

«E circa la crisi?»

«Il mio colloquio non si è basato sulla crisi avvenuta od immediata. Io appresi soltanto a Civitavecchia la notizia delle dimissioni del Gabinetto».

«Ed allora, Eccellenza, avete esaminata la situazione?»

«Abbiamo fatto con Giolitti un esame particolareggiato dell’attuale situazione politica, parlamentare e finanziaria, specie in relazione al rincrudire dei cambi».

«Avete anche esaminata la possibilità di una sollecita convocazione dei comizi?»

«Anche delle elezioni abbiamo parlato, ma vi sono elementi di giudizio in siffatta materia, che m’impediscono di dare in quest’istante notizie precise».

«E sulla valutazione del presente momento politico e parlamentare si è trovato d’accordo coll’onorevole Giolitti?»

«In perfetto accordo»

«Un’ultima domanda. Vostra Eccellenza che cosa può dirci dell’improvvisa crisi e delle sue prevedibili soluzioni?»

«Non ho tutti gli elementi necessari per un coscienzioso giudizio e poi il momento esige il massimo riserbo».

Benito Mussolini (1883 – 1945)
Michele Bianchi (1882 – 1930)

Michele Bianchi, segretario generale del Partito Fascista:

«Dato che l’attuale crisi è la conseguenza della manifestazione fascista napoletana, è chiaro che per volontà del Paese, il Governo non possa essere assunto che da un uomo solo: Mussolini. Mussolini, Presidente del Consiglio, sarà l’esponente logico e naturale di tutta la grande maggioranza della Nazione. Tre giorni fa, la situazione era diversa da quella che è oggi; tre giorni fa potevamo chiedere cinque portafogli ed un sottosegretariato per partecipare al Governo. Oggi, dopo la cerimonia napoletana, ne possiamo chiedere sette, dieci, quindici, tutto il Governo a noi. Il Congresso di Napoli è stato interrotto perché gli argomenti all’ordine del giorno erano stati sorpassati dagli avvenimenti e perché quanto era per accadere oggi rendeva superflua qualsiasi discussione».

«Ma — è stato obbiettato a Michele Bianchi— sa fosse chiamato un uomo politico come Giolitti, Orlando, Salandra, a costituire il Ministero, in quale proporzione collaborereste?»

«Non posso ammettere combinazioni perché l’indicazione da parte del Paese è una sola compatibile: Mussolini. Per quanto poi riguarda le ripercussioni all’estero nei riguardi dell’economia nazionale dell’avvento L potere dei fascisti, posso dichiarare non solo nella mia qualità di segretario dei fasci, ma sul mio onore, che abbiamo affidamenti sicuri che con un Governo presieduto da Mussolini il nostro credito all’estero rifiorirà rapidamente».

Il Re, Vittorio Emanuele III, dopo l’incontro con Facta, aprì immediate consultazioni politiche, al termine delle quali avrebbe affidato la formazione del nuovo Ministero a Giovanni Giolitti, indicato da tutte le forze politiche ad esclusione dei Fascisti, i quali dichiaravano che la Camera non rispecchiasse più la volontà del Paese, ed invocavano elezioni. Molteplici le manifestazioni di piazza, organizzate da Fascisti e Nazionalisti, i quali pretendevano che l’incarico fosse affidato a Benito Mussolini. Lo stesso capo del Fascismo aveva dichiarato a Napoli: «O ci daranno il Governo o lo prenderemo».

Alcuni commentatori politici, così scrissero. L’Idea nazionale:

«La crisi che si è aperta è una crisi storica. Mai, forse, da che esiste il Regno d’Italia, tutti i destini e la vita stessa della patria nostra si sono trovati a dover dipendere così strettamente da una soluzione di una crisi ministeriale come da questa ultima, che può sbloccare o nell’instaurazione di un Governo nazionale, che solo può salvare l’Italia o un urto di forze che potrebbe definitivamente perderla. L’onorevole Facta ha mostrato di comprendere le necessità del momento presentando le dimissioni del Gabinetto senza aspettare voti parlamentari. Ma non bastano le dimissioni del Gabinetto. Indipendentemente dalla volontà parlamentare, per superare questa necessità bisogna che il carattere storico che la crisi ha già acquistato nella coscienza del Paese sia compreso dai fattori che devono risolverlo e che essi agiscano di conseguenza. La soluzione della crisi presente non può avvenire sul terreno parlamentare. Essa non è stata determinata da spostamenti di forze parlamentari, ma da un rivolgimento della coscienza del Paese accompagnato dalla maturazione di energie nuove, che potrebbero esplodere da un momento all’altro. La sua soluzione deve quindi essere portata immediatamente sul terreno nazionale».

Il Giornale d’Italia:

«Si ritiene difficile una combinazione di Giolitti coi Fascisti, in quanto costoro nel discorso di Mussolini a Napoli hanno affacciato quelle richieste che l’onorevole Giolitti aveva ritenuto negli scorsi giorni di non poter accettare. Si pensa anche alla possibilità di un Ministero Orlando, pure coi Fascisti; e in terzo luogo ad un terzo incarico all’onorevole Facta, mediante l’uscita dal Ministero dei ministri avversari del Fascismo e l’entrata di ministri designati dai Fascisti. Si parla anche della possibilità di un Ministero Salandra, colla partecipazione diretta dei Fascisti».

Il Messaggero.

«Si parla dell’onorevole Giolitti. Si sa che egli non ha avuto trattative dirette coi fascisti, ma che alcuni parlamentari hanno fatto approcci presso l’onorevole Mussolini e gli altri dirigenti del movimento fascista, approcci dei quali il risultato è noto dopo il discorso dell’onorevole Mussolini a Napoli. Si ritiene cioè che le trattative per la formazione di un Ministero Giolitti coi fascisti sono state interrotte, ma non si esclude che possano essere riprese. Quanto ad Orlando, il suo nome è tra i più indicati per la formazione del nuovo Ministero, anche nel caso che l’onorevole Giolitti non intenda o non possa tentare un accordo coi Fascisti. Un Ministero Orlando potrebbe avere la partecipazione dei Fascisti, dei Popolari, e di almeno una parte delle Sinistre. Una terza ipotesi, forse la meno probabile, è quella di un nuovo Ministero Facta, colla partecipazione o almeno l’appoggio dei Fascisti. Qualora l’on. Facta non escludesse questa possibilità, si dovrebbero sostituire i ministri che l’on. Mussolini chiamò «anime nere», cioè gli on. Taddei, Alessio, Amendola e forse anche qualche altro. Alla nuova combinazione Facta, potrebbero partecipare anche i Nazionalisti con il loro leader on. Federzoni».

Alcuni deputati si riunirono in conventi privati, per discutere della situazione; come il direttorio del Partito Popolare, che annunciava la riunione per l’indomani

Arturo Labriola (1873 – 1959)

Il socialista, Arturo Labriola così commentò:

«Allo stato delle cose non ritengo impossibile un accordo per la partecipazione dei Fascisti al nuovo Ministero. La questione del numero dei portafogli è un semplice dettaglio. Il vero nodo della questione è lo scioglimento delle squadre di azione. E’ evidente come nessun uomo politico potrebbe ammettere che l’azione di alcuni membri del Governo sia affiancata da forze militari irregolari, la cui organizzazione è ad un tempo contraria alla Costituzione ed al Codice penale».

Cesare Maria De Vecchi (1864 – 1959)

Il Quadrumviro, Cesare Maria De Vecchi:

«E’ necessario, affidare la direzione del Governo ad un uomo capace di far cessare le risse domenicali, che i Fascisti deprecano. Occorre un uomo capivo di incanalare il nostro movimento nella legalità per il bene del Paese, che ha bisogno di lavorare e di vivere in pace. Comunque, è necessario far presto e non dare l’impressione ai Fascisti che si voglia per forza tirarli verso un’azione extra-legale».

Stefano Cavazzoni (1881 – 1951)

Il popolare Cavazzoni:

«I Popolari si rendono conto della delicatezza della situazione, ma la guardano con serenità. Il momento certo non è facile per ragioni non solo di ordino interno, ma anche finanziario. Occorre un Governo capace di ristabilire la pace nel Paese, e i Popolari appoggeranno qualsiasi soluzione che eviti scosso violente».

Paolo Cappa (1888 – 1956)

Paolo Cappa, popolare:

«La crisi era fatale, assolutamente inevitabile. I Fascisti non possono voler arrivare agli estremi, alla rivoluzione, al colpo di Stato, oltre che alla guerra civile; porterebbero la nazione nella più terribile crisi economica che aggraverebbe la preoccupante situazione finanziaria di cui i cambi sono un indice eloquente. Un colpo di Stato non sarebbe oggi meno disastroso della risoluzione bolscevica nel 1913. Un Ministero di minoranza di sola destra è inconcepibile, il nostro Paese non sopporterebbe. Le elezioni non possono essere fatte oggi in questa atmosfera torbida e vulcanica. Bisogna prima che un Ministero fosse in grado di farle compiere opera di pacificazione e di assestamento psicologico. I fascisti dovrebbero incoraggiare questa soluzione».

La stampa tedesca si dimostrò da subito assai interessata alla difficile situazione ministeriale italiana. Il Berliner Tageblatt commentò come i Fascisti fossero stati i principali responsabili della caduta del Governo Facta, sottolineando le simpatie suscitate presso Giolitti e Nitti.

Deutsche Allgemeine Zeitung pose l’accento sulla gravità della situazione finanziaria e sulle condizioni precarie della valuta italiana:

«Questi problemi di risanamento non possono risolversi con il cambiamento di Governo e con nuove costellazioni di partito; ma con una ragionevole posizione verso i generali problemi dell’Europa».

Il Vorwaerts, quotidiano socialista, fu l’unico ad assumere posizioni critiche verso il Ministero Facta, troppo indulgente verso i Fascisti; ed al socialismo, che a causa della scissione aveva mostrato tutta la sua debolezza ed inadeguatezza.

Il francese Journal des débats scongiurava la salita al potere di Mussolini, perché la Costituzione non fosse devastata, mentre Jacques Bainville, su Liberté, argomentava la nuova critica e caotica situazione italiana quale conseguenza della bufera, che stava sconvolgendo il mondo intero.

Dopo la fine della Grande Guerra, i vari Governi non erano riusciti a mantenere l’ordine, al contrario dei Fascisti, che lo avevano difeso e stabilito, e quindi desiderosi di trasferirsi nei palazzi del potere. «Ovunque i Governi piegano, ovunque i sistemi e le istituzioni si sgretolano, schiacciati sotto il peso del fardello imposto loro dagli eventi, paesi relativamente giovani, come la Germania e l’Italia, la cui unità non ha più di mezzo secolo di esistenza, sopportano meno bene della Francia, le cui fondamenta sono antiche, queste terribili pressioni. Né è a parlare di Stati di secondo o di terz’ordine, i cui Governi e le cui amministrazioni non esistono, per così dire, più. Sotto questo aspetto – scriveva Bainville – la nostra Europa del dopoguerra rassomiglia assai più a quella del lontano passato che non a quella che avevamo l’abitudine di vedere prima del 1914, e consideravamo come indistruttibile. Molte delle cose a cui assistiamo – e l’intimazione di Mussolini ne è unafanno pensare ad un XVI secolo riprodotto in pieno nel XX secolo».

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