Breve commento su «Prometeo incatenato» di Eschilo

PERSONAGGI

Kratos (potere) e Bia (violenza) personificazioni di Zeus

Efesto

Prometeo

Coro di Oceanine

Oceano

Io

Hermes

Ci troviamo ai confini del mondo conosciuto, nella regione desolata della Scizia.

Kratos ordina ad Efesto, figlio di Zeus, di dare seguito ai comandi del padre, che vuole punire Prometeo, legandolo alla rupe, per i cattivi servizi in disprezzo agli dei. Fu, infatti, egli ladro del fuoco della conoscenza, per offrirla ai mortali e per ciò duramente pagherà: per aver disubbidito agli dei.

Efesto ammette che Kratos e Bia hanno svolto compiutamente l’ordine a loro assegnato; ora egli dovrà trovare in sé la forza d’incatenare un consanguineo, perché non sia disubbidiente agli occhi degli dei. Su Efesto, il destino ha scatenato la sua furia e così dovrà violentare se stesso, la sua volontà, il suo giudizio, compiendo un atto, che ritiene atroce, ma al quale non può sottrarsi. Si rivolge, quindi, allo sfortunato titano, che sta pagando il fio di sogni troppo alati e quindi irrealizzabili, egli è – suo malgrado – a compiere il sacro atto, dopo il quale Prometeo non udrà più voce umana, abbandonato da ogni consorzio e preda solo del sole, che un poco alla volta lo accecherà. Il prigioniero invocherà la notte, colla sua luce riflessa, riposo per gli stanchi occhi, ma alle prime luci dell’alba comincerà nuovamente il martirio, che non potrà aver termine, poiché ad alcuno è permesso di liberarlo.

La luce del sole porta chiarezza e lucidità, ma l’uomo, essendo costituito dalla Dualità, ha necessità anche di godere della luce riflessa.

A Prometeo accadrà il contrario: egli odierà il sole, tanto amato e venerato dagli uomini, ma nulla potrà opporre se non la rassegnazione. Il Sole è elemento igneo, e Prometeo ha sottratto il Fuoco – ignis agli Dei e quindi egli soffrirà proprio a causa dell’Elemento trafugato.

Efesto continua a ripetergli l’errore fatale: aver disubbidito agli dei, per dar conto agli umani; ed ora, abbandonato anche da chi ha aiutato, presterà inutile servizio di guardia alla rupe, che si apre in prossimità del masso, cui sarà legato, in posizione eretta, tanto da non potersi mai più piegare le ginocchia o sedere. Il sole lo terrà sveglio ed anche se tenterà di urlare per intero il suo dolore, da alcuno sarà inascoltato. E’ riproposto l’antico e mai compreso il tema, agli occhi dei molti, che il vero iniziato svolge la sua opera per il bene dell’umanità senza alcuna pretesa, lontano dai gorgoglii dell’io, lontano soprattutto dalla propria dimensione temporale, che lo porterebbe a comportarsi in cambio di un ritorno favorevole. La Via non prevede a chi la percorre alcuna ricompensa.

Kratos, spazientito da troppi proclami, chiede ad Efesto, se mai provi pietà per colui che si è macchiato quale ribelle al volere degli dei. L’amicizia è un sentimento molto forte, dalla quale è difficile prender le distanze, ma nonostante tutto la volontà del proprio padre, Zeus, deve spezzare questo antico e pur nobile legame. Efesto si meraviglia per l’insensibilità mostrata, ma – in fondo – a cosa serva pietire, quando tutto è già deciso? Egli non vorrebbe essere stato incaricato di un sì atroce delitto, ma la capacità delle sue mani lo ha reso il più adatto a svolgere simile incarico. Kratos gli ricorda che la libertà è consolazione esclusiva di Zeus, quindi lo invita a svolgere velocemente il suo compito senza fiatare altrimenti. Efesto serra i polsi con delle catene, quindi vi batte sopra per inchiodarlo per sempre alla roccia. Gli fissa un cuneo d’acciaio nello sterno, mentre confessa all’amico tutto il dolore, che sta provando; quindi, una cinghia intorno ai fianchi; infine le gambe. Il titano è finalmente immobilizzato. Kratos gli si avvicina, per schernirlo, invitandolo ancora una volta a rubare i doni degli dei, per donarli poi a chi non potrà agire, per salvarlo dall’inevitabile condanna. Ora, il nome Prometeo (colui che pensa prima), per ironia della sorte, sembra il meno adatto! Nelle parole di Kratos, che invita il Titano a ripetere il gesto, che lo ha condannato, si anticipa il coro che chiese a Cristo crocifisso di salvarsi. Prometeo per volontà del padre Giove non può ancora liberarsi, così come Cristo, per volontà del padre non può scendere dalla Croce.

Rimasto solo, il prigione si rivolge alla natura nelle sue forme, perché testimoni del suo strazio. Poi la domanda, a cui nessuno potrà rispondere:

Sorgerà mai il giorno destinato

che veda la fine del mio tormento?

Domanda davvero inutile, perché l’uomo non può cambiare il destino voluto dagli dei.

Prometeo rammenta l’errore, che gli sta costando lo strazio: il Fuoco donato agli uomini, affinché progredissero. Poi, il suo discorso s’interrompe, perché gli sembra che qualcuno si stia avvicinando. Chi ardirebbe? Sono le Oceanine, figlie di Oceano e di Teti, trasportate dal vento, le quali udirono Efesto, che inchiodava Prometeo e quindi accorsero. Prometeo le invita a fissare nel loro sguardo la sua terribile condizione:

eccomi davanti ai vostri occhi, guardate

quali cinghie mi incatenano alle cime irte di questo burrone

Le Oceanine sono visibilmente commosse nel vedere il corpo lacerato del titano, il quale avrebbe preferito diversa punizione da scontare nell’abisso dell’Ade, luogo dei morti; con ciò testimoniando che la morte libera gli uomini tutti i mali. Invece, per quell’atroce strazio, molti gioiranno, ma lo stesso Zeus sarà costretto a ricorrere a Prometeo, perché custode di molti segreti. Le Oceanine pregano il prigioniero di raccontare l’origine dei suoi mali.

Dolore parlarne, dolore tacere. Ovunque, sventura.

Crono era il re del cielo; alcuni dei suoi discendenti desideravano detronizzarlo, al fine di consegnare il potere nelle mani di Zeus, così Prometeo si prestò quale intermediario, perché i titani appoggiassero il progetto, ma essi rifiutarono e così lui solo si trovò schierato dalla parte dell’Olimpico. Grazie ai suoi corretti consigli, Zeus ebbe la meglio ed ora, egli si dimostra dimentico di tutto ciò. Quando fu intronizzato, distribuì il potere ai fratelli, e nel contempo si prefisse di distruggere l’umanità, per edificarne una nuova. Solo Prometeo si oppose al diabolico disegno, per amore della sua creatura, a cui curò la paura di morire, invitandoli a credere nella speranza, colla conoscenza del fuoco avrebbero poi sviluppato la civiltà. Le Oceanine cercano di consolare il trafitto, il quale risponde:

Facile, per chi è fuori dalle sventure,

esortare, consigliare chi soffre.

Il titano ammette ch’era coscienzioso dell’enorme danno, che avrebbe ricevuto nel comportarsi al di fuori della volontà di Zeus, ma il desiderio di soccorrere la sua creatura ebbe il sopravvento sul suo inequivocabile destino. Invita, quindi le figlie di Oceano di condividere il suo dolore, soluzione comune a tutti gli esseri. Prometeo sembrerebbe aver agito in nome dell’Amore, che si rivela più potente di qualsiasi dio.

Il titano Oceano fa la sua comparsa a cavallo di un grifone, un leone con la testa di un’aquila, per manifestargli la sua solidarietà e soprattutto la stima, che lo lega allo sfortunato, al quale offre il suo prezioso aiuto. L’aquila (Ganimede) è l’animale sacro a Giove, mentre il leone rappresenterebbe – a nostro avviso – la regalità. Il grifone simboleggiava la vigilanza.

 Prometeo è sorpreso dalla presenza del titano, che immediatamente lo redarguisce dal troppo lamentare, che potrebbe ancor più causare maggior rabbia in Zeus, il quale lo ha punito anche per la troppa tracotanza. Prometeo dovrebbe riconoscere i suoi errori, per i quali sta pagando così duramente. Disubbidire alla volontà degli dei, è condannato quale atto di sopraffazione ad opera dell’io, il quale immagina di essere superiore alla divinità. Prometeo quindi è accusato di essere schiavo della volontà del proprio io, poiché regalo il Fuoco, elemento preziosissimo, per ingraziarsi gli uomini agli occhi della divinità.

Il titano quindi lo assicura che tenterà ogni forma, per liberarlo, ma Prometeo, conoscendo l’ostinazione del padre degli dei, lo invita a desistere, ma Oceano insiste, sicuro che attraverso la sua mediazione, la sorte del titano cambierà.

Egli pensa all’amato fratello, Atlante, confinato alla fine del mondo e costretto a trattenere il peso del mondo, per essersi – anche lui – opposto a Zeus durante la Titanomachia.

Oceano sale sul carro e si dirige verso l’etere, colmo di buone intenzioni.

Il titano, rimasto solo, rammenta la condizione misera dell’uomo all’alba della sua creazione

Simili a forme di sogno, la loro esistenza longeva era trama confusa, ignoravano case di mattoni esposte al sole, l’arte del legno.

Ignoravano il ciclo delle stagioni, fin quando Prometeo insegnò loro a leggere negli astri, il significato dei numeri, il motivo dei simboli, impararono a domare le bestie feroci, a solcare le onde dei mari, ed ora? Egli è prigioniero di se stesso, infinitamente straziato dal dolore. Continua ad elencare quali furono le sue azioni nei riguardi degli uomini, per trovare colpe, di cui si fosse macchiato, ma, ai suoi occhi, colpa non v’è. Insegnò l’arte della medicina, l’arte del sacrificio in segno di riconoscenza verso gli dei. La colpa più grave, che egli conserva nel cuore, è un terribile segreto, che non può rivelare.

Un nuovo personaggio si presenta: egli è Iò, il quale chiede chi sia il prigione e di quale colpe si sia macchiato, tanto da essere stato inchiodato alla roccia. Prometeo, stremato, confessa che fu volontà di Zeus, per punirlo di fronte al peccato di aver fornito agli uomini il Fuoco. Iò allora chiede quando finirà la sua sventura di eterna vagabonda. Il Titano preferisce non rispondere, chiedendo quale sia stato il suo fallo. Iò racconta delle visioni, che viveva, in cui si chiedeva il motivo della verginità a fronte di una bellezza ammaliante e quindi se fosse giunto il momento di dedicarsi al talamo nuziale. Giove era caduto preda della sua sensualità e voleva cogliere i frutti dell’amore carnale; sarebbe stato assai disdicevole rifiutare l’Olimpico. Stressata da continui visioni, Iò ne informò il padre, che immediatamente si rivolse a più oracoli, onde decifrare il messaggio ricevuto. Purtroppo contrastanti furono le risposte ricevute, fin quando giunse un responso chiaro: avrebbe dovuto abbandonare la casa paterna quale bestia destinata al sacrificio, altrimenti l’ira di Zeus si sarebbe scagliata sull’intera famiglia. Il padre ubbidì e Iò fu trasformata in una mucca e perseguitata da un tafano, che la costringeva a vagare per il mondo. Prometeo stette ancora un poco in silenzio, poi iniziò a raccontare quale sarebbe stato il destino della sfortunata, Iò, che avrebbe dovuto sopportare ancora le cattivi azioni della bellicosa Era.

Quando sarebbe sorto il sole, si sarebbe incamminata verso la terra occupata dagli Sciiti, ponendo la massima attenzione a non disturbarli. Quindi avrebbe dovuto porre attenzione ai pericolosi Calibi, lavoratori del ferro. Finalmente sarebbe giunta presso il fiume Ibriste, il violento, che avrebbe attraversato non prima d’essere arrivata nel Caucaso e, dopo un lungo cammino, avrebbe raggiunto la terra delle Amazzoni, che l’avrebbero accompagnata, raggiungendo l’istmo Cimmerio; quindi avrebbe varcato lo stretto di Meotide,ponendo il suo piede in Asia.

Quindi Prometeo chiede se il padre degli dei possa essere giudicato benevolo verso gli uomini oppure, essendo schiavo del suo egoismo, creava tanti problemi agli uomini?

Iò, atteso in silenzio il racconto dei suoi guai futuri, anela gettarsi dalla rupe, immediatamente fermata da Prometeo, il quale confessa che ogni tormento cesserebbe con la cacciata di Zeus. E ciò presto sarebbe accaduto proprio a causa dello squinternato comportamento del padre degli dei, il quale avrebbe contratto errate nozze con Teti (madre di Achille), da cui sarebbe nato un figlio ancor più potente del padre. Tutto sarebbe accaduto in conformità alla liberazione di Prometeo, per mano di un discendente, «alla terza generazione dopo altre dieci» di Iò, la quale insistentemente chiede il nome. Prometeo le confessa che dovrà scegliere: conoscere per intero il suo futuro oppure il nome del liberatore.

Il Titano allora continua il racconto delle dolorose peregrinazioni di Iò, la quale, dopo aver raggiunto il bosco cimmerio, avrebbe proseguito verso Cistene, dove sono allogate le tre figlie di Forco, che dividono un solo occhio, un solo dente, vivendo nell’oscurità della notte accanto alle Gorgoni. Il cammino proseguirà verso una landa desolata, bagnata dal fiume Etiope, quindi giungerà presso il monte Biblio, dove nasce il Nilo, e poco più in avanti nella città di Nilotide, meta finalmente del viaggio, dove Iò avrebbe fondato la città di Naucrati insieme ai figli. Zeus l’avrebbe resa madre di Epafo, che avrebbe governato saggiamente, ma la quinta generazione sarebbe stata costretta a tornare controvoglia ad Argo, al fine d’impedire le nozze illegittime coi cugini. Una sua discendente sarebbe stata ricordata come grande e saggia regina di Argo e dalla sua stirpe sarebbe nato chi avrebbe liberato Prometeo dal terribile castigo.

A riprova del vero, Prometeo racconta tutte le peripezie affrontate precedentemente dalla sacerdotessa; egli ha infatti la facoltà di leggere nel tempo. Quindi, vaticina la prossima caduta di Zeus, favorita da un errato matrimonio e dalla maledizione scagliatagli da Saturno. L’Olimpico potrà evitare la fine solo grazie all’intervento del Titano imprigionato.

Hermes chiede a quali nozze si riferisca Prometeo, il quale disprezza il comportamento del dio alato, ridotto a servo ed al quale non confesserà nulla. Egli disturba colle sue parole di fuoco l’interlocutore, che gli promette sofferenze ancor maggiori, se non parlerà. Il Titano, inorgogliendosi, preferisce soffrire per colpa degli dei, piuttosto che servire, rinunciando alla libertà. La tensione tra gl’interlocutori sale pericolosamente, quando Hermes, per rintuzzare gli attacchi verbali di Prometeo, mai domo, cambia strategia, scambiandolo per un pazzo, che parla nel pieno delirio. Zeus sarà ancor più crudele col figlio di Giapeto, perché attraverso una folgore infuocata frantumerà la rupe, per seppellirlo cadavere, quindi, dopo un lungo tempo, gli permetterà di riemergere alla luce, perché l’aquila possa straziarne il fegato, fin quando qualcuno (il centauro, Chirone) lo sostituirà.

La terra trema!

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close