Entusiastico comizio in Campidoglio di Gabriele D’Annunzio

Il 17 maggio 1915, si tenne un’imponente manifestazione di popolo in Roma, inneggiante alla guerra contro l’Austria e la Germania. Il principe Colonna, sindaco di Roma, parlò alla folla radunatasi in Campidoglio; gli successe il senatore socialista, Giulio Podrecca, e quindi prese la parola Gabriele D’Annunzio.

«Romani!

Voi offriste ieri al mondo mio spettacolo sublime. II vostro immenso ordinato corteo dava l’immagine di una di quelle antiche pompe che qui si formavano sul tempio del Dio Massimo e per il clivo capitolino accompagnavano la statua insigne collocata su carri. Ogni via dove tanta forza e dignità passavano diventava una via sacra. Voi accompagnavate sul carro invisibile la statua ideale della nostra grande Madre. Ma ripetiamo: Benedette sieno le madri romane che ora vidi in processione in offerta solenne recare in braccio i loro bambini! Benedette le madri che mostravano sulla fronte la luce del sacrificio, silenzioso segno di dedizione e di coraggio materno!

Sublime spettacolo quello di ieri! Ma la vostra vigilia non è finita. Dobbiamo vegliare ancora! Io vi dico che l’infesta banda non disarma. Certo non vi è bisogno di parole incitatrici, giacché anche le pietre gridano ed il popolo romano sarà disposto a strappare i selci dai selciati dove scalpitano i cavalli che dovrebbero scalpitare sulle vie romane dell’Istria e che sono invece umiliati a difendere i covi dei traditori, le case dei traditori, che oggi, per il mal raccolto adipe, trasudano la paura bestiale. Come sono afflitti i nostri giovani soldati che la disciplina tiene a difendere coloro che ti denigrano avanti ai nemici. Gridiamo: Viva l’esercito! Fra tante vigliaccheria commesse dalla banda giolittesca, questa è la più laida: la denigrazione per nove mesi delle nostre armi! Costoro hanno potuto seminare la sfiducia, il disprezzo contro i nostri bei giovani, impetuosi soldati, contro il fiore del popolo, contro gli eroi sicuri di domani.

Con che cuore dovettero innestare le baionette per respingere il popolo che non voleva se non vendicarli! Per pietà fraterna non li mettete a troppo dura prova! Vigiliamo con fermezza, facciamo ancora una vigilia!

L’altro ieri, mentre uscivo dal Presidente del Consiglio, oggi riconfermato per nostra fortuna e per la salute pubblica a scorno dei Bonturi e dei turchi, ho incontrato un ufficiale giovane, baldo che doveva essere Goffredo Mameli. Il giovane mi ha offerto una foglia e due fiori. La foglia verde e un flore bianco e uno rosso.

Il mio cuore balzò di gioia e di gratitudine. Io serberò quei fiori e quella foglia come il più prezioso dei pegni per lo splendore dalia nostra primavera. Agitiamo tutte le bandiere! Gridiamo: Viva l’esercito della più grande Italia! Viva l’esercito della liberazione!

In quest’ora i Mille partivano da Calafatimi conquistata ed eternata col loro sangue che oggi ribolle come quello dei Protomartiri per andare ad espugnare Palermo Regia. L’ordine del giorno di Garibaldi letto alla compagnia garibaldina diceva : «Soldati della libertà italiana! Con compagni come voi posso tentare ogni cosa!» Cittadini soldati! Oggi ogni cittadino è per noi, è con voi! Abbiamo vinto e sgominato i traditori.

I nomi infami voi li conoscete. Forse taluno ancora stamane col nastro rosso ha tentato di tessere una tesa sui roseti di una villa ormai destinata alla confisca!

Non vi lasciate illudere. Non sentiamo né paura né timori! Nessuno potrà distogliere dal gusto del brago e del truogolo gli animali che usano rivoltarvisi e saziarsene.

Cittadini! Il 20 maggio non deve essere nell’assemblea nazionale tollerata la presenza imprudente di coloro che per mesi e mesi hanno tentato il baratto d’Italia.

Non lasciate che questi pagliacci camuffati con la coccarda tricolore vengano a vociare con le loro bocche immonde. Non possono essi sfuggire al castigo se resi con la fuga. Lasciamoli fuggire! Ecco la sola indulgenza che ci sarà lecita!

Non abbiamo creduto che il Ministero formato dal signor Bülow potesse avere la complicità del Re. Sarebbe venuto, se questo fosse stato, il giorno più fosco di quelli che seguirono all’armistizio di Salasco. Anche il nostro Re ha udito l’ammonimento della grande anima di Camillo Cavour che altra volta aveva detto: «E’ suonata l’ora per la Monarchia italiana». Ebbene si, è suonata quest’ora; è suonata sotto ii cielo altissimo di Roma, sotto il cielo che pende sulla cupola del Pantheon e sulla torre del Campidoglio.

Apra la vostra virtù le porte dei domini futuri. Cantò un giorno un poeta solitario quando il Principe assunto della Morte fu Re nel mare, ed ora lo stesso grido lo ripete non un poeta solitario ma tutto il popolo d’Italia! Diamo al vento le nostre bandiere! Vegliamo in fede, attendiamo in fermezza qui, sul Campidoglio, ove la vittoria ebbe i suoi tempi, ove gli Imperatori consacravano i loro trionfi, ove i consoli facevano il giuramento, ove si facevano le leve militari, ove i capitani partivano alla testa dei loro eserciti conquistatori; qui, ove Germanico elevò i trionfi della sua vittoria sui germani antichi, qui consacreremo la nostra muova vittoria, qui in Roma, meta dei nostri trionfi offriamo tutti noi stessi alla patria. Viva Roma! Viva l’Italia! Viva l’esercito! Viva l’armata navale! Viva il Re! La vittoria a noi!»

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