Il mito di Diana

Diana nacque da Giove e da Latona. Il nome deriverebbe da δῖος (dios, originata da Giove). In cielo fu nomata Luna, sorella di Febo – Apollo; Diana sulla terra; ed Ecate negl’Inferi, risultando così una deità trinitaria. Fu soprattutto chiamata la casta Diana per il suo atteggiamento riservato e timoroso, seppur lanciò i suoi cani all’inseguimento del cacciatore Atteone, per trasformalo in cervo, il quale l’aveva spiata mentre si detergeva in un fiume.

Secondo alcuni commentatori, proveniva dall’isola di Delo, quindi fu chiamata la Delia; ed, essendo invocata durante i parti, fu anche nomata Lucina

Annibale Carracci – Diana ed Endimione (Galleria Farnese, Roma)

In una fabula, sposerebbe il pastore Endimione, generando cinquanta figli, il quale era stato condannato da Giove a dormire senza invecchiare in una valle spesso illuminata dalla Luna.

Presto si apparecchiarono diverse seguaci, verso le quali mostrava severità di trattamento. La ninfa Calisto, prediletta dalla dea, aveva promesso voti di castità, ma, quando Giove le apparve sotto le forme di Diana, ella si congiunse, generando Arcade. La dea allor la cacciò dal suo cospetto, mutandola in orsa, cosicché Giove la collocò in cielo con Arcade, per formare le costellazioni della grande e piccola orsa.

Niobe, figlia del re Tantalo, vantatasi della sua bella e numerosa prole, fu condannata a morire davanti agl’occhi dei figli.

In terra, Diana si dedicò alla caccia, scorrendo per boschi e selve in compagnia delle oceanine, armate come lei d’arco e di frecce.

Ad Efeso, fu eretto un monumentale tempio in suo onore, annoverato tra le sette meraviglie del mondo; era lungo più di duecento metri e largo di cento. Ventisette colonne lo sostenevano, erette da altrettanti re ed arricchito di notevolissime miniature e sculture; le porte erano di cipresso, mentre il restante fu fabbricato col legno di cedro, mentre la statua della dea fu gettata in oro. Quando nacque Alessandro Magno, mentre la dea assisteva al parto, fu incendiato da Erostrato, per scrivere il suo nome nella storia degli empi. Gli Efesini posero al bando il nome dell’attentatore e ricostruirono il tempio grandemente magnificente. In seguito fu saccheggiato da Nerone e, nel 260 d. C., gli Sciti lo arsero nuovamente.

Erano alla dea dedicata le offerte delle terra e sacrificati buoi, arieti e cervi bianchi, quando invece era invocata negl’incantesimi il nome di Ecate allora le dedicavano un cane nero. Spesso le sacrificavano cento bovi, nella cerimonia dell’Ecatombe.

Fu effigiata sulle medaglie antiche vestita in abito succinto da caccia, con i capelli annodati, la faretra in spalla e l’arco in mano; vicino ad i suoi piedi un cane. I poeti la descrissero anche sopra un carro tirato da cerve e cervi bianchi; Endimione l’accompagna su un carro di madreperla.

Nella «Vita di Taddeo Zuccari» di Giorgio Vasari, la dea è così descritta:

Giorgio Vasari (1511 – 1574)

«La sua figura sarà di una giovane di anni circa diciotto, grande, di aspetto virginale, simile ad Apollo, con le chiome lunghe, folte e crespe alquanto, o con uno di quelli cappelli in capo che si dicano acidari, largo di sotto et acuto e torto in cima come il corno del doge, con due ali verso la fronte, che pendano e cuoprino l’orecchie e fuori della testa con due cornette, come da una luna crescente, o secondo Apuleio con un tondo schiacciato, liscio e risplendente a guisa di specchio in mezzo la fronte, che di qua e di là abbia alcuni serpenti e sopra certe poche spighe, con una corona in capo o di dittamo, secondo i Greci, o di diversi fiori, secondo Marziano, o di elicriso, secondo alcun altri. La veste, chi vuol che sia lunga fino a’ piedi, chi corta fino alle ginocchia, succinta sotto le mamelle et attraversata sotto l’ombilico alla ninfale, con un mantelletto in spalla affibbiato sul destro muscolo, e con usattini in piede vagamente lavorati. Pausania alludendo credo a Diana, la fa vestita di pelle di cervo; Apuleio, pigliandola forse per Iside, gli dà un abito di velo sottilissimo di varii colori: bianco, giallo, rosso, et un’altra veste tutta nera, ma chiara e lucida, sparsa di molte stelle con una luna in mezzo e con un lembo d’intorno, con ornamenti di fiori e di frutti pendente a guisa di fiocchi. Pigliate un di questi abiti, qual meglio vi torna. Le braccia fate che siano ignude, con le lor maniche larghe, con la destra tenga una face ardente, con la sinistra un arco allentato, il quale secondo Claudiano è di corno e secondo Ovidio di oro. Fatelo come vi pare et attaccategli il turcasso agl’omeri. Si truova in Pausania con doi serpenti nella sinistra, et in Apuleio con un vaso dorato, col manico di serpe, il quale pare come gonfio di veleno, e col piede ornato di foglie di palme; ma con questo credo che vogli significare Iside; però mi risolvo che gli facciate l’arco come disopra. Cavalchi un carro tirato da cavalli, un nero, l’altro bianco, o se vi piacesse di variare, da un mulo, secondo Festo Pompeio, o da giovenchi, secondo Claudiano et Ausonio, e facendo giovenchi vogliono avere le corna molte piccole et una macchia bianca sul destro fianco».

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