Girolamo Savonarola. L’interdizione papale

Fallito il tentativo di Piero De Medici di rientrare in Firenze; Ludovico il Moro, sostenuto dagli Arrabbiati, pensava anch’egli di entrare nel capoluogo toscano. I Veneziani continuavano a credersi fedeli a Piero, mentre Alessandro VI, che aveva in animo di consegnare delle fertili terre ai figli, mirava anche lui ad estendere il dominio su Firenze.

Ascanio Maria Sforza (1455 – 1505)

Già dal 1495, giunsero alla corte pontificia delle lettere, in cui s’affermava dell’attività del Frate contro Roma. Iniziò il risentimento papale, infuocato sempre più dall’attività sotterranea del cardinale Ascanio Maria Sforza, fratello del Moro. Fra Mariano da Genazzano, anch’egli residente in città, non aveva dimenticato la disfatta subita ad opera di Fra Girolamo, così conduceva una campagna calunniosa contro il Padre, ed in appoggio alla famiglia medicea.

Alessandro VI (1431 – 1503)

Il 25 luglio 1495, Alessandro VI scrisse una lettera al Savonarola:

«Diletto figlio, salute ed apostolica benedizione! Noi udimmo che, fra tutti quelli che lavorano la vigna del Signore, tu ti adoperi con maggiore zelo; di che siamo altamente lieti e ne innalziamo lodi all’Onnipotente Iddio. Udimmo ancora come tu affermo, quello che pronunzi dell’avvenire, non procedere da te, ma da Dio. Onde desideriamo, siccome è dovere del nostro pastorale ufficio, discorrerne teco; acciò, per tuo mezzo meglio conoscendo quel che a Dio piace, noi possiamo praticarlo. Così, in virtù di santa obbedienza, ti esortiamo a venir quanto prima presso di noi, che ti vedremo con amore e con carità».

Alessandro VI usò un tono fin troppo pacato, al fine di non destare la suscettibilità del Padre, il quale avrebbe rischiato di esser tradotto nel carcere di Castel S. Angelo. I Piagnoni, informati del breve, consigliarono fra Girolamo di non accettare l’invito pontificio, garantendo la sua presenza in Firenze, dove il governo popolare mostrava delle difficoltà. Fortunatamente, il Padre usciva da una bruttissima infezione, che gli avrebbe impedito lo strapazzo per il lungo viaggio, e così poté rifiutare senza destare ufficialmente dei sospetti. Intese momentaneamente congedarsi dal popolo, tenendo un terribile sermone in duomo il 29 luglio 1495 al cospetto dell’intera Signoria, attaccando il costume dei politici, del popolo ed anche della Chiesa. Quindi si apprestò a rispondere al Pontefice:

«Beatissimo Padre, nulla io desidero più ardentemente che vedere la soglia degli apostoli Pietro e Paolo, per adorarvi le reliquie di tanti Santi; e assai più volentieri sarei venuto ora, che il Santo Padre si degna chiamare a sé l’umile servo. Ma esco appena da una gravissima infermità, che mi ha fatto sospendere la predicazione e lo studio e mi tiene ancora in pericolo di vita. Io soni, d’altronde, tenuto d’obbedire più alla benigna intenzione del comando, che alle semplici parole di esso. Ora, avendo il Signore per mezzo del mio liberata questa città da una grande effusione di sangue, e ridottala a buona e sante leggi, son molti i nemici, così dentro come fuori di essa, che avendo desiderato metterla in servitù, e trovandosi invece delusi, vogliono il mio sangue; e più volte hanno col ferro e col veleno attentato alla mia vita. Onde io non potrei muovermi senza manifesto pericolo, e neppure in città posso camminare senza una scorta armata. Inoltre, questa nuova riforma che il Signore ha voluto per mezzo mio introdurre in Firenze, ancora non ha ferme radici, e, senza un continuo aiuto, pericola visibilmente; onde, per giudizio di tutti i buoni e savi cittadini, la mia partenza sarebbe di danno grandissimo alla città, mentre riuscirebbe costì di poco profitto. Io non debbo supporre che il mio superiore desideri la rovina d’una intera città. Spero, quindi, che la Vostra Santità voglia benignamente tollerare questo indugio; acciò sia condotta a perfezione la riforma incominciata per volontà del Signore, e per vantaggio della quale, io ne so certo, Esso ha fatto ora nascere questi impedimenti al mio partire.

Che se la Vostra Santità desidera farsi più certa delle cose da me pubblicamente predette intorno  al flagello d’Italia ed alla rinnovazione della Chiesa, le potrà leggere in un mio libro che ora viene alla luce (Compendium revelationum). Io volli per le stampe pubblicare queste predizioni, acciò, se non si verificano, sia chiaro  tutto il mondo che io sono falso profeta. Quelle cose poi, che sono più occulte e che devono ancora restare nell’arca, non le posso, per ora, rivelare ad alcun mortale.

Supplico, dunque, la Vostra Santità che voglia accettare le mie tanto vere e così manifeste scuse, e credere che io desidero ardentemente di venire a Roma; onde non appena potrò, sarò di sprone a me stesso».

Il Papa non rispose ufficialmente, comunicando al Frate per via ufficiosa di accettare le sue scuse.

Fra Domenico da Pescia sostituiva il Savonarola sul pergamo, imitando maldestramente il suo maestro, pur essendo seguito con affetto dal popolo, che lo riteneva degno discepolo del più grande predicatore.

Piero De Medici (1472 – 1503)

L’8 settembre 1495, giunse in Santa Croce un nuovo ed inaspettato breve, in cui si definiva il frate «seminatore di falsa dottrina», invitando il reo immediatamente a mettersi in viaggio per Roma. Il mai domo Piero de Medici brigava, per riconquistare Firenze, costringendo il Frate, nel mese di ottobre, di salire sul pergamo, onde incoraggiare il popolo alla presa delle armi. La chiamata causò i desiderata di Fra Girolamo, poiché la compagine medicea rinunciò al progetto. Le notizie arrivarono a Roma, suscitando curiosità e forse anche gelosie per il legame fortissimo tra i cittadini di Firenze ed il Padre.

Pochi giorni dopo, un nuovo breve, col quale si proibiva al Savonarola la predicazione durante l’avvento del 1495, sostituito nuovamente da Fra Domenico. Nel Frate, stava maturando la terribile ipotesi di doversi difendere al cospetto del papa dalle accuse, rinunciando alla sua azione moralizzatrice. Probabilmente la corte pontificia muoveva i suoi appunti sulla condotta del politico non del religioso, seppur le accuse erano centrate nell’ambito dottrinale.

Cardinale Giuliano Della Rovere (1443 – 1513)

Fra Girolamo sapeva della tragica azione papale; essendo egli consapevole che la simoniaca elezione al soglio petrino di Alessandro VI era il primo motivo della corruzione romana, ruppe gl’induci e si accodò all’energica iniziativa del cardinale Giuliano Della Rovere (futuro Giulio II), che reclamava un nuovo concilio, al fine di deporre papa Borgia. Le molteplici iniziative purtroppo non avrebbero avuto esito.

Coll’avvicinarsi del carnevale, gli Arrabbiati, sfruttando il silenzio del Padre, s’apparecchiavano a celebrarlo come al tempo dei Medici nei modi maggiormente antireligiosi, ma il popolo preferì la sobrietà dei divertimenti imposti dal Frate. I giovani chiedevano offerte da destinare ai poveri davanti a piccoli altari costruiti ad hoc; il popolo si dedicava a dei canti sacri. L’ultimo giorno di carnevale fu organizzata una solenne processione, al termine della quale furono consegnate le offerte ai Buoni Uomini di San Martino.

All’inizio della Quaresima, fu inviata una supplica al Papa ad opera dei Dieci della Libertà e della Pace, perché concedesse al Frate la possibilità di salire nuovamente sul pergamo. Il Vaticano scelse una soluzione politica, affidando la responsabilità del cardinale di Napoli, Alessandro Carafa, di permettere il temporaneo ritorno del Frate, sciogliendo il papa da qualsiasi azione. La notizia si sparse velocemente e la folla accorse numerosissima, sicché fu costruito un anfiteatro fuori San Marco, che potesse accogliere i fedeli. Parse che gli Arrabbiati, in accordo col Moro, volessero attentare alla vita del Padre, che fu sempre scortato da uomini pronti a difenderlo.

Da Roma, arrivò la proposta della porpora cardinalizia, rifiutata dal Frate, che avrebbe denunciato al popolo anche l’ultimo provvedimento, perché la sua voce tacesse.

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