«Pasolini denunciato da un distributore»

Il 30 novembre 1961 sulla Stampa sera fu pubblicata una notizia davvero clamorosa. Pier Paolo Pasolini accusato d’aver minacciato un giovane, addetto alla distribuzione di carburanti in Latina, al fine di appropriarsi indebitamente dei soldi, contenuti in un cassetto.

Il benzinaio, presunta vittima del Poeta, dichiarò ai carabinieri:

«Verso le 15,30 del 18 novembre (1961), si fermò al distributore una “Giulietta”, dalla quale scese un uomo dall’apparente età di 35 anni, era alto un metro e sessantacinque, indossava un abito blu, portava un cappello dello stesso colore, inforcava un paio d’occhiali scuri. Entrò nel bar, mi chiese una bibita e la bevve. Mi fece poi delle domande, mi chiese se rimanevo solo diverse ore al giorno, quando guadagnavo, cosa facevo, se mi piaceva andare in motocicletta e se ero ricco. Lo sconosciuto mi domandò poi se avevo nel cassetto molti soldi. Finito di bere, si diresse verso la porta, dette un’occhiata fuori, poi tornò verso il bancone, s’infilò un paio di guanti neri, cavò di tasca una pistola scura, l’armò. Vidi distintamente in quel preciso istante uscire una pallottola dal caricatore ed entrare nella canna. Lo sconosciuto subito dopo puntò la pistola verso di me e mi disse: “Se ti muovi, ti sparo”. Sempre tenendo la pistola spianata indietreggiò verso la porta, la chiuse a chiave; si avvicinò alla finestra; poi mi appoggiò la pistola alla gola e cercò di aprire con la mano sinistra il cassetto nel quale vi erano duemila lire. Io allora riuscii a prendere un coltello con cui colpii lo conosciuto; senonché lo colpii con la parte non tagliente. Lo sconosciuto allora, fece un passo indietro, aprì la porta ed andò via dicendomi: “Noi due ancora c’incontreremo”. Saltò sulla macchina e fuggì.  Non feci in tempo a prendere il numero della targa. Senonché l’indomani lo sconosciuto tornò, io lo fissai, egli si rese conto che lo avevo riconosciuto e fuggì nuovamente. Questa volta feci in tempo a segnarmi il numero della targa Roma 403362. Non so come si chiama quell’uomo».

Rintracciato il proprietario della Giulietta, Pasolini fu immediatamente interrogato dalle forze dell’ordine, alle quali dichiarò: «La “Giulietta” era la mia. In quell’epoca stavo lavorando alla sceneggiatura di un film e mi ero trasferito al Circeo. E’ vero che sono entrato nel negozio del De Santis, è vero che ho bevuto una coca cola; è vero che ho rivolto delle domande al giovanotto; è vero che ho chiesto quali fossero le sue abitudini, come passava le serate, se era fidanzato, se gli piacesse andare in motocicletta, circa l’andamento degli affari in un periodo “fuori stagione”. Ma è anche vero che di fronte al suo silenzio dovuto, a mio avviso, ad una psicologia patologica e alla selvatichezza della vita che il giovanotto conduceva, finii di bere la coca cola, pagai e me ne andai. E non è vero, quindi, che io abbia infilato i guanti neri, abbia chiuso la porta, abbia cavato di tasca la pistola, abbia cercato di avvicinarmi al cassetto contenente il denaro e tutto il resto. Ho quindi proseguito il mio viaggio dopo aver cordialmente salutato l’addetto al distributore di benzina. Non è vero neanche che, tornato il giorno dopo davanti al negozio, sono fuggito essendomi reso conto che De Santis mi aveva riconosciuto».

Accusò il De Santis di aver denunciato il falso, a causa della «stato di abbrutimento, di semideficienza nel quale versava il giovanotto, indubbiamente, un avvilente esemplare umano, un personaggio tutto da scrivere e tutto da filmare».

Purtroppo i carabinieri non credettero al racconto del Poeta, convinti dalla bontà del giovane, che ammise, oltretutto, di non sapere chi fosse Pasolini.

L’articolista della Stampa sera scrisse che si sarebbero dovute aspettare le decisioni della magistratura, la quale avrebbe potuto «trovare una spiegazione diversa da quella che dell’episodio che è stata fornita da Bernardo De Santis, il quale, sia pure in perfetta buona fede, può anche essersi sbagliato» (sic!)

Pier Paolo Pasolini rilasciò la seguente dichiarazione ai giornali:

«Ho già dichiarato ai carabinieri che ritenevo il De Santis un esaltato. Apprendo ora, da voi giornalisti, che sono stato denunciato: riconfermo che non mi sono nemmeno sognato d’impossessarmi dei soldi contenuti nel registratore di cassa posto nello spaccio attiguo alla stazione di servizio. La verità è questa: il De Santis ha sognato. E se è vero che i carabinieri hanno creduto al sogno (frutto di mente esaltata) io rinunzierò alla cittadinanza italiana, poiché ritengo la parola di uno scrittore perlomeno degna di considerazione quanto quella del De Santis».

La notizia deflagrò negli ambienti letterari e giornalistici della capitale, i quali reagirono con incredulità e sconcerto; commentò l’articolista de La Stampa il giorno 2 dicembre 1961:

«E’ possibile che il De Santis, considerato un ragazzo normale da chi lo conosce, abbia davvero inventato tutto? E dunque? Si tratta di una “esperienza”, tentata dallo scrittore a caccia di emozioni? O di qualcosa d’altro?» Incredibile! La parola di Pasolini non contò alcunché.

La Procura di Latina ricevette la denuncia da parte dei carabinieri, «riconoscendo implicitamente lo scrittore responsabile della tentata rapina. C’è da dire tuttavia che se la cosa rispondeva a verità, il presunto autore del reato avrebbe dovuto essere tratto in arresto, poiché la rapina a mano armata è reato che richiede tale provvedimento». Il Pasolini non fu invece arrestato.

Il 2 dicembre, il Regista assunse la veste d’imputato e qualora fosse stato ritenuto colpevole, sarebbe stato condannato da un anno ad un massimo di tre anni di reclusione. Pasolini sperava, in istruttoria, di convincere il Procuratore della Repubblica di Latina della sua estraneità ai fatti contestati.

Sabato 31 marzo 1962, La Stampa fornì degli aggiornamenti.

Il Procuratore della Repubblica di Latina, dottor Badalì, depositò la sua requisitoria scritta «nei confronti del tanto discusso “scrittore – regista” chiedendone il rinvio a giudizio, per tentata rapina i danni del benzinaio diciannovenne di San Felice Circeo, Bernardino De Santis». Si attendeva la decisione del Giudice istruttore, «prima di poter stabilire con certezza se e quando Pier Paolo Pasolini dovrà comparire davanti ai magistrati».

Il 17 aprile, arrivò la notizia del rinvio a giudizio dello Scrittore «per rispondere dell’accusa di tentata rapina a mano armata ai danni del giovane titolare di un distributore di benzina. L’istruttoria, chiusa con questa decisione, è stata condotta dal giudice dottor De Franciscis insieme con il sostituto procuratore della Repubblica dottor Badalì. I due magistrati sono giunti alle medesime conclusioni ritenendo che Pier Paolo Pasolini abbia compiuto i fatti che gli si addebitano, anche se sempre ha negato con ostinazione».

Il Poeta dichiarò: «Vorrei poter rispondere, in una conferenza stampa in cui fossero presenti tutti i giornalisti “nemici” dopo essermi fatto inoculare il siero della verità, a queste domande. Lei hai mai posseduto una pistola? Ha mai toccato una pistola? Ha mai messo un cappello nero? Ha mai infilato guanti neri? Ha esercitato in vita sua un benché minimo atto di violenza su qualcuno? Violenza fisica o morale? Ha fatto qualche gesto o compiuto qualche azione, nei cinque minuti in cui si è fermato a bere la Coca Cola, che fossero tali da provocare nel suo accusatore l’idea che lei avesse intenzione di compiere una rapina, o commettere qualche atto di violenza ai suoi danni?»

I legali dello Scrittore sconsigliarono tale prova, poiché non avrebbe avuto valore per il nostro Codice.

Nel mese di Luglio si concluse il processo, che vide la forte e netta contrapposizione tra le parti in causa. «Certo – commentò il 3 luglio La Stampase il magistrato, nel definire un problema e nel dire da quale parte sia il torto e da quale la ragione, potesse fare affidamento soltanto ed esclusivamente sulla logica, obiettivamente, Pier Paolo Pasolini non avrebbe da temere nulla per questa che forse è l’avventura più sconcertante fra le tante che hanno movimentato la sua vita. Che diamine! Come ritenere attendibile sotto il profilo logico, un’accusa di rapina (o meglio un’accusa di tentata rapina) a lui che di denaro ne aveva in abbondanza o quanto meno in quantità da non giustificare, comunque, l’eventuale desiderio d’impossessarsi delle poche, anzi pochissime banconote contenute nel cassetto del negozio di Bernardino De Santis?»

Finalmente, anche la posizione del giornale torinese, dopo un primo attestarsi sulle posizioni del presunto aggredito, si modulò verso un maggior ordine di buon senso. Come poteva –appunto – il Pasolini commettere un reato? Rapinare un benzinaio?

Lo stesso articolista poi cercò di trovare – non rinvenendole – delle cause, che spinsero il De Santis a sporgere una denuncia così particolareggiata, che avrebbe costretto la magistratura ad indagare.

Il 4 luglio, La Stampa tornò nuovamente ad occuparsi del caso, con un articolo scritto da Guido Guidi, il quale riportò come, nel corso della prima udienza, gli avvocati difensori del De Santis si chiesero se il «Pasolini potesse essere considerato uomo normale sotto il profilo psichico -, chiedendo – un’indagine psichiatrica, che consenta di scoprire il motivo che avrebbe indotto lo scrittore, “illustre e celebre”, a compiere un reato così sproporzionato e così irrazionale. Nella nostra richiesta siamo avallati da un’indagine scientifica condotta da un illustre psichiatra: il professor Aldo Semerari, dell’Università di Roma, il quale ha concluso l’inchiesta affermando che “sussistono sicuramente elementi di fondati gravi indizi per concludere che l’atto criminoso commesso da Pasolini sia espressione di un’infermità mentale che abbia influito grandemente nella sua volontà d’intendere e volere”. Da ciò scaturisce la necessità di sottoporre Pasolini ad un accertamento tecnico per studiarne: primo, la sua anomalia sessuale per accertare se il carattere della sua infermità rientra in quelli previsti dal Codice; secondo, se tale infermità abbia avuto rilievo determinante nella sua azione; terzo, se Pasolini debba essere considerato una persona pericolosa. D’altra parte che Pier Paolo Pasolini sia uno psicopatico, che sia un anomalo sotto il profilo sessuale, risulta dai suoi stessi libri dove egli ha riconosciuto queste sue tare».

Gli avvocati difensori del Poeta, Francesco Carnelutti e Giuseppe Berlingeri, non si opposero alla richiesta, esprimendo, con certezza, che nulla sarebbe emerso, in quanto il Pasolini sarebbe stato riconosciuto assolutamente in grado d’intendere e di volere.

Venerdì 13 luglio, La Stampa riportò la sentenza emessa dai giudici di Primo grado: venti giorni di prigione e diecimila lire di ammenda per minaccia a mano a armata e porto abusivo di arma.

I giudici ritennero veritiero il racconto del benzinaio, che, attraverso un coltello, riuscì a sventare la rapina; alcun motivo aveva il De Santis, per inventare d’essere stato vittima di un’aggressione, avendo poi dichiarato di non conoscere affatto il Pasolini.

D’alto conto, il Tribunale ritenne affatto necessaria la rapina da parte dello Scrittore, essendo ricco. Le due tesi sarebbero state forse plausibili.

In ultima analisi, i Giudici ritennero supporre lecitamente che il Poeta con quell’azione volesse acquisire un’esperienza diretta, per descrivere un personaggio in suo libro o in un suo film, grazie alle domande cui sarebbe stato sottoposto il De Santis da parte del Poeta. Infatti, il Pasolini rispose in Tribunale che intendeva girare un film, ambientandolo nella zona e gl’interessasse conoscere gli abitanti.

«Ecco il motivo per cui – sostennero i Giudici – Pasolini minacciò con la pistola il giovane: per studiarne meglio le reazioni. Poi, quando si rese conto che la reazione era stata debole e lo spavento molto, allo scrittore parve bene porre termine per quel giorno all’esperimento. Ed andò via convinto di non aver voluto fare del male a Bernardino De Santis».

Sconcertante.

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