«Filippo» di Vittorio Alfieri

Elisabetta (Isabella) di Valois (1545 – 1568)

La regina Isabella di Valois, sposa di Filippo II di Spagna, confessa a se stessa di amare il di lui figlio, Don Carlo

Ma chi ‘l vede, e non l’ama?

Ardito umano cor, nobil fierezza,

Sublime ingegno, e in avvenenti spoglie

Bellissim’alma

E’ sola coi suoi pensieri; forse stringe le mani, portandosele al seno, mentre lo sguardo sembra non potersi fermare. Teme che qualcuno possa accorgersi di quel suo terribile segreto, addirittura che il Re, suo marito, possa scoprire la tremenda trama.

Don Carlos di Spagna (1545 – 1568)

Con passi lesti, si sta per avvicinare presso le sue stanze, quando si accorge dell’arrivo inaspettato di Carlo:

Che veggio!

Carlo! Ah! Si fugga: ogni mio detto o sguardo

Tradir potriami: oh ciel! Sfuggasi.

Carlo invita la Regina a rimanere, riuscendo così a farla recedere dal vecchio proposito. Vorrebbe parlarle, per informarla dell’odio che i cortigiani nutrono nei suoi riguardi; egli spera che il cuore dell’Isabella sia acceso di pietà nei suoi riguardi, essendo nata

Sotto men duro cielo, e non per anche

Corrotta il core infra quest’aure inique;

La dolce e tenera ammissione della donna della ben misera condizione, in cui vive l’Infante, è motivo d’inaudita gioia per Don Carlo:

Oh gioia! Or ecco, ogni mia cura asperge

Di dolce oblio tal detto.

Il principe rincuora la matrigna che anch’egli soffra assai per la dolorosa situazione, in cui ella verserebbe, ma Isabella gli chiede di astenersi da qualsiasi partecipazione

i mali miei non sono

da pareggiarsi a’ tuoi;  dolor sì caldo

dunque non n’abbi.

Carlo, allora, ricorda il

funesto giorno,

che sposa in un data mi fosti, e tolta

Filippo II (1527 – 1598)

a causa dell’intervento di Filippo II, che la mutò in moglie, provocando un immane dolore nel cuore ferito di Don Carlo, che dovette sottomettersi alla volontà paterna, pur maturando un feroce odio contro il genitore. Isabella, allora, avverte il principe dal sospetto, che Filippo II possa covare in sé, ma Don Carlo insiste:

Filippo è quei che m’odia;

Il dolor più grande, iniziò a provarlo nel cuore, quando

Tutto ei mi ha tolto il dì, che te mi tolse.

La donna, risentita, vorrebbe muoversi, ma il movimento l’è impedito da Carlo, il quale vorrebbe significare l’intera storia alla sua ex promessa sposa, la quale insiste nel non voler ascoltare ed allora, rassegnato, il giovane si protesta:

che tu non m’odi.

La Regina accetta, a patto ch’egli non parli più d’affetto. Carlo reagisce malamente alle parole d’Isabella, invitandola a manifestare al Re i veri sentimenti, che nutrirebbe il figlio verso la matrigna, quando anch’ella stessa gli conferma di esser ancora presa dall’antico affetto, salvo avvisarlo:

Pensa, deh! chi son io; pensa, chi sei.

Quindi lo consiglia – per il suo bene – ad abbandonar la reggia, col benestare del Re, cosicché terminerà quell’insano amore.

Rimasto solo, Don Carlo è raggiunto da Perez, meravigliato dal turbamento, che sembra investire il suo signore, il quale lo consiglia vivamente di unirsi al coro cortigiano, che tifa contro l’Infante. Perez non intende affatto abbandonar Don Carlo, essendogli assai legato da molti anni, ed, al fine di provare la sua fedeltà:

 Or di’; qual debbo

per te affrontar periglio? Ov’è il nemico

che più ti offende? Parla.

Carlo confessa che Filippo II è il suo nemico più pericoloso; Perez lo assicura che sarebbero altri cortigiani ad insinuargli l’odio, ma il suo lesto intervento porrà fine ad ogni inutile chiacchiera. Carlo non crede:

Chiuso inaccessibil core

di ferro egli ha.

Spera solo in un improbabile intervento del cielo a suo favore.

Perez vorrebbe esser parte del destino dell’Infante, il quale accetta l’offerta

ecco mia destra.

Filippo II, intanto, convoca Perez, per affidargli un delicato incarico:

Vien la regina

qui fra momenti; e favellare a lungo

mi udrai con essa: ogni piú picciol moto

nel di lei volto osserva intanto, e nota:

legger sapesti, e tacendo eseguirli.

Isabella si porta al cospetto del Re, il quale si scusa per non aver curato particolarmente il rapporto, per essersi completamente dedicato agli affari di Stato. Improvvisamente, il Re cambia espressione, ponendo alla moglie la questione, che forse gli macera il cuore:

Carlo, il mio figlio,… l’ami?…

o l’odi tu?…

Davanti al silenzio d’Isabella, il Re immagina

che di Filippo sposa,

pur di Filippo il figlio ami d’amore…

materno.

Ella timidamente annuisce. Il Re la informa che Don Carlo è il capo dei ribelli, che vorrebbero rovesciare il trono, quindi chiede alla Regina quale sia la pena commisurata

… Misera me!… Vuoi, ch’io

del tuo figlio il destino?…

Isabella gli consiglia di ascoltare il cuore d’un padre

cui nulla agguaglia.

E di convocare Don Carlo, chieder spiegazioni.

Ei tosto, o Gomez, venga.

Filippo vorrebbe rassicurare la Regina, con tono pacato, di essere in grado di distinguere la figura del Re dall’azione del padre. Isabella crede fermamente nei propositi del marito, al quale raccomanda la situazione d’estremo disagio, in cui verserebbe Don Carlo. Per pudore, la Regina intende lasciar soli i due uomini, ma Filippo insiste: ch’ella rimanga quale

testimon mi sei

qui necessario.

Il Re vorrebbe informare il figlio che Isabella si è resa garante della bontà delle sue azioni dei suoi pensieri.

Alla vista del figlio, accompagnato da Perez, Filippo gli chiede di porsi di fronte alla sua persona con parole gentili, invitandolo a parlare liberamente. Don Carlo sembra faticar a trovare le giuste parole; poi, ammette senza alcun problema di essere colpevole, ignorandone però le cause. Ne chiede la ragione al Re, il quale, dopo averlo attentamente ascoltato, con voce grave e severa lo rimprovera di non sentire amore per la patria e per il suo Re, perché piuttosto incline ad ascoltare i consigli dei falsi amici. Don Carlo è disposto ad emendarsi; Filippo è disposto a perdonare gli errori, che potrebbero essere commessi per la giovane età. Poi, manifesta la sua ferma preoccupazione: col passar del tempo, gli errori rimangono; nulla sarebbe cambiato. Il dialogo improvvisamente si accende; i due contendenti s’incalzano; Carlo torna a chiedere:

Error!… ma quale?…

Filippo informa Isabella, che nel frattempo è rimasta muta testimone, la manifesta volontà di Carlo di non volersi emendare. Mentre la Regina continua a tacere, respirando così quell’aria, densa di tensione, Don Carlo torna a chiedere, con maggior insistenza, le sue colpe: precise, puntuali, riscontrabili. Filippo, allora, scopre le carte: egli è al corrente che il figlio si è posto a capo di un gruppo locale, che vorrebbe rovesciare il trono, tantoché accordò una lunga udienza al capo dei ribelli. L’accusato ammette l’incontro, da cui fu informato della reale situazione di quei sudditi a causa del

ferreo regnar, per cui tanti anni

gemono oppressi da ministri crudi,

superbi, avari, timidi, inesperti,

ed impuniti.

Sentì nel suo cuor pietà e vorrebbe così che anche il Re declinasse, essendo

rettor del cielo immagin vera

in terra

Se, invece, Filippo ritenesse immeritate le azioni di Don Carlo, allora sarebbe disposto ad accettare il castigo. Il Re, dopo una pausa lunga e piena di tensione, ammette la fierezza delle parole,

Ma del tuo re mal penetrar puoi l’alte

ragioni tu, né il dei.

Con voce sempre più terribile, gli ordina di quietare quei pensieri, disposto a perdonarlo, soprattutto grazie all’intercessione della Regina, la quale, costretta in un angolo, continua a tacere. Invita quindi il figliuolo ad un comportamento adeguato, a lasciarsi alle spalle i gemiti di pietà dei sudditi. Quindi, rivolto alla sua consorte:

Or vedi, o donna,

che a te mi arrendo; e che da te ne imparo,

non che a scusare, a ben amar mio figlio.

Il perdono del Re è stato causato dalla preghiera, espressa da Isabella, ma…

Pur ch’io pentir mai non men debba!

Poi, con tono caldo e conciliante, invita Don Carlo alla riconoscenza verso Isabella e, nel contempo, lo affida alle materne cure della donna, che ben saprà indirizzarlo. Carlo accetta, con riverenza, il perdono genitoriale, pur ammettendo il dolore, ch’esso gli provoca. Filippo risponde algido:

Non di ottenerlo, abbi miglior vergogna

di mertar tu dal genitor perdono.

Ma basti omai: va; del mio dir fa’ senno.

Con tono sbrigativo, si rivolge alla Regina, invitandola a precederlo nelle stanze, mentre congeda Don Carlo e fa accenno a Gomez di avvicinarsi alla sua augusta persona, indi a seguirlo.

Don Carlo chiede immantinente di esser ricevuto dalla Regina, la quale è disposta a vederlo, solo per chiedergli, a cattiva prova, di lasciarla stare, essendo stanca. Il principe promette di esser breve, rimproverando alla genitrice l’opera diplomatica nei confronti di Filippo, il quale, seppur disposto al perdono, in seno coverà rabbia nei suoi riguardi. Isabella, ascoltata la reprimenda di Don Carlo, risponde che fu proprio il Re a parlarle del figlio, sottoponendole una serie di domande, di cui pretese risposta. La donna cerca di discacciare dal cuore del principe ogni pensiero contro il babbo, al quale egli invidia un solo bene; Isabella interviene prontamente, promettendogli

ch’ogni mio detto,

ogni mio cenno io peserò ben pria,

che di te m’oda favellar Filippo.

Il dialogo è interrotto da Gomez, il quale li avverte dell’imminente arrivo di Filippo.

Il Re ordina ai suoi soldati di far buona guardia, impedendo ad alcuno di disturbare; egli, radunati i suoi più stretti collaboratori, con voce grave rivela che intende accusare il figlio, Carlo, d’ingratitudine. Addirittura

La destra

d’un parricida acciaro armarsi egli osa.

Il monarca, nel crescendo d’un insano delirio, racconta dello scampato attentato, la notte precedente, di cui sarebbe stato vittima, organizzato – suppone – da Carlo! Il consigliere Gomez prende la parola ed informa Filippo che la corte è al corrente dei ripetuti contatti tra Don Carlo e i ribelli Batavi, che, secondo il cortigiano, è ben poca cosa, rispetto alle trattative avviate

cogli abborriti Franchi:

per cui chiede, in un crescendo di tensione, la morte del reo.

Perez, che s’era legato ad un sacro patto coll’accusato, rifiuta sdegnato la condanna.

Leonardo accusa Don Carlo di disprezzare anche il cielo e di essersi pronunciato contro il regno e, quando sarà sul trono,

vedremo a terra

i sacri altari, e calpestar nel limo

dal sacrilego piè quanto or d’incensi,

e di voti onoriam

Perez prova una disperata difesa dell’amico in pericolo di vita: le accuse sarebbero troppo generiche. Se ordisse davvero un attentato alla vita del Re, perché – allora – patteggiare coi Batavi? A che pro le trattative coi Franchi? Perché dividerebbe quel regno, che, grazie all’uccisione di Filippo, dovrebbe governare? E poi nel luogo dell’attentato, il Re avrebbe visto aggirarsi il figlio? Consiglia quindi Filippo di convocare Don Carlo, per chiedergli delle spiegazioni, sicuro che troverà la risposta a tutti i quesiti, che gli affollano la testa.

Gomez sembra sia riuscito a convincere Filippo:

Ah! padre io sono; e ai moti

di padre io cedo

abbandonandosi nelle mani della Divina Provvidenza.

Leonardo gli ricorda che egli sia il padre di tutti i sudditi, i quali sono minacciati dalle idee e dalle azioni di Don Carlo; allora che prevalga la ragione del Re su quella del padre, per la salvezza di chi vive nel suo regno.

Filippo, esausto per la discussione e le contrapposte tesi, chiede a tutti di tacere. Ordina che il consiglio prosegua la discussione in sua assenza, declinando il giudizio finale.

Rimasto solo, in cuor suo sta maturando l’ipotesi che anche Perez lo stia tradendo, favorendo, per sue ignote ragioni, l’azione del figlio.

Le ombre della notte calano sulla scena; Carlo è in attesa di Elvira, confidente di Isabella, quando, inaspettatamente

Gente si appressa. Elvira

sarà;… ma no: qual odo fragor cupo?…

Qual gente vien? qual balenar di luce?

Armati a me? Via, traditori…

Dei soldati giungono, che accompagnano Filippo, il quale chiede a Don Carlo chi stia aspettando e perché abbia la spada sguainata. Il principe tenta una difficile ritirata, opponendo di aver ritratto l’arma alla vista del babbo, il quale gl’ingiunge di confessare il vero, le sue vere e nascoste ambizioni. L’alterco continua senza requie, in un crescendo di reciproche accuse, fin quando Carlo provoca destramente il Re:

non ti fai felice

col versar tu del proprio figlio il sangue?

Filippo lo disconosce quale figlio, poiché

il sol che senti,

del non compiuto parricidio il senti

L’accusa è gravissima: Filippo ha accusato Don Carlo di volontà parricide! Il principe è pronto ad affrontar la morte, mentre il re ne ordina alle guardie l’arresto; la sentenza è segnata:

Della qui annessa torre

entro al più nero carcere si chiuda.

Guai, se pietade alcun di voi ne sente.

La Regina manifesta la sua preoccupazione a Filippo, avendo assistito all’arresto del Principe. Il Re immediatamente coglie l’angoscia, che sembrerebbe ingombrare il volto della bella sposa, la quale assicura che, grazie alla prigionia di Carlo, egli non correrà alcun pericolo. Esterna anche, nel crescente stupore di Isabella, un altro presago: Carlo ha osato attentare alla vita del padre, avrebbe potuto quindi colpire anche la matrigna, alla quale intima:

Ma tu, in te stessa torna;… e lieta vivi;…

e a me sol fida la importante cura

di assicurar la tua con la mia pace.

Isabella, alle parole del Re, che abbandona la scena, confessa a se stessa tutte le sue paure: lo sguardo di Filippo sembrava penetrare nel suo cuore e leggere l’insano affetto per Carlo; ancora quegli occhi

d’ira avvampanti, ed in me fitti…

Ella avrebbe desiderato tacere, piuttosto che parlar di Carlo

Nomato ho il prence? Oh! di qual freddo orrore

sento agghiacciarmi!

Quali saranno le prossime azioni dell’imprevedibile e sanguinario Filippo?

Seguirlo

voglio;… ma il piè manca, e il vigor…

Gomez, l’amico intimo di Don Carlo, si avvicina alla Regina, per confessarle la delusione patita nell’accorgersi del comportamento scorretto di Filippo, il quale ha accusato Don Carlo di complotto nei suoi riguardi e quindi ne ha affidato al Consiglio la vita. Egli reca con sé il foglio, sul quale è scritta la condanna a morte per tentato parricidio, quindi spiega alla Regina che, grazie alla condanna a morte del Principe, i suoi figli potranno salire sul trono e ciò renderebbe felice anche Filippo; insomma una condanna a morte per ragion di Stato.

Quindi, rattristato, perché nel volto della Regina intravede tanta mestizia, confessa il vero: Carlo avrebbe l’unica colpa

d’esser figlio di un orribil padre.

Isabella è sgomenta! Filippo nutrirebbe per il figlio un’insana invidia, poiché vedrebbe

virtù verace

tanta nel figlio,

sapendo consapevolmente che in lui non vi sarebbe spazio per alcun pregio. Tutti sono al corrente – riprendendo un tono meno cordiale e più ossequioso – che l’accusa sia falsa, ma alcun si sognerebbe di porsi contro il suo Re. La responsabilità della morte di Carlo è su chi tace, sapendo la verità, poiché sarebbe vittima dell’implacabile ira di Filippo.

La Regina, sempre più smarrita, chiede cosa possa accadere, perché la pena sia sospesa. Gomez, con frasi ben studiate, con tono severo, assaporando quasi le parole, narra che il Re si mostrerà dispiaciuto per la cattiva sorte del figlio, sarà falsamente colpito dal dispiacere. Isabella, in un vano scatto, chiede che Gomez interceda, ma egli rassicura tristemente la donna:

Di vano pianto, e ben celato, io posso

onorar la memoria di quel giusto:

null’altro io posso.

La Regina tenta un’ultima preghiera: Gomez è nelle grazie del Re, il quale non sospetta affatto, quindi potrebbe avvicinarsi alla prigione di Carlo, al fine di aiutarlo a fuggire e – magari – grazie a quella coraggiosa azione, provocare sentimenti di sincero pentimento nel cuore e nelle azioni del Re, il quale potrebbe addirittura compensarlo per un’azione altamente meritoria. Gomez sembra per un attimo pensare alla possibilità di trovare una via di fuga, ma Carlo rifiuterebbe simil aiuto, preferendo la via della morte, perché ormai non si fiderebbe più di alcuno. Isabella, allora, risoluta chiede a Gomez di accompagnarla in visita al prigione, affinché lo convinca dell’inevitabile fuga; egli provvederà a procurare i mezzi e di rimandare la sentenza. Gomez è colpito dalle parole della Regina e quindi si presta all’impresa:

Il cielo

perir non lasci chi perir non merta.

Carlo, nel buio della prigione, affida alla sua solitudine i pensieri di un condannato a morte:

Ch’altro a temer, ch’altro a sperar mi resta,

che morte omai? Scevra d’infamia almeno

l’avessi!… Ah! deggio dal crudel Filippo

piena d’infamia attenderla.

Un dubbio atroce l’assale: che il Re abbia scoperto l’insano affetto? E se così fosse, quale sarà la fine della Regina? Poi, rincuorandosi, ammette che alcuno sia al corrente di quel segreto amor

Ma, se a tutti

il nostro amor, ed a noi quasi, è ignoto,

donde il sapria?…

Ed il dubbio torna ad attanagliargli il cuore, quando immagina che, forse gli sguardi verso la matrigna, incrociati dal Re possano averlo tradito, quando si apre la porta della prigione.

la ferrea porta si disserra!

Che mi s’arreca? udiam… Chi fia?

E’ lei: Isabella, la quale, in tono disperato, lo informa che presto sarà ucciso coll’accusa di esser un parricida. Don Carlo si dichiara pronto ad affrontare l’estremo sacrificio, quando il Re vergherà la sua condanna. In fondo, egli è ormai rassegnato all’infame destino, tantoché

ch’io di morir sol bramo.

Improvvisamente un insano sospetto balena nella mente di Carlo:

Ma, come or dunque [Filippo] venirne in questo

carcer ti lascia?

Isabella prontamente si difende, dichiarando che il Re nulla sa, ma Carlo ribatte che nulla sia segreto a Filippo; allora Isabella, credendo di rassicurare il Principe, gli confessa come sia stata condotta da Gomez. Repentinamente Carlo manifesta tutto il suo disappunto:

Che ascolto? Oh! quale,

qual profferisti abbominevol nome,

terribile, funesto!…

Carlo, infatti, è convinto che Perez l’abbia tradito, favorendo il Re, nonostante Isabella, con tono rassicurante, lo inviti a pensarlo come sincero amico.

Ed ei pur solo

sente or di te pietà. L’atroce trama

ei del padre svelommi.

Isabella protesta con veemenza che Perez, oltre che ad averla condotta, ha preparato anche una via di fuga, ma Don Carlo la invita eroicamente ad allontanarsi, poiché ella sarebbe vittima della trama tirata dal Gomez. Quindi la frase terribile:

Filippo appien giá penetrò l’arcano

dell’amor nostro…

Isabella prontamente rassicura il Principe che il Re nulla sospetti, ma Don Carlo si mostra sempre più convinto ch’egli sia alla ricerca di prove del tradimento della donna. Isabella tace per un attimo, poi prende a fatica fiato:

E fia pur ver, ch’infra tal gente io tragga

gl’infelici miei dí?

Carlo non le risponde, la invita, sempre più, ad allontanarsi, ma la donna non desidererebbe abbandonarlo nel pericolo e così dicendo tocca le corde più intime e segrete del figliastro

fa’ ch’io non pianga,… a brano a brano

deh non squarciarmi il cuore! ultimo addio

prendi,… e mi lascia;… va: tutta or m’è d’uopo

la mia virtude; or, che fatal si appressa

l’ora di morte…

Filippo reca il foglio della condanna a morte a Don Carlo, il quale dovrà ascoltare la dura reprimenda del padre. Egli ammette di sapere della terribile tresca e per troppo tempo ha dovuto reprimere la sua rabbia, ma, finalmente, è giunto il giorno della sua personale vendetta.

Quindi si rivolge ad Isabella, confidandole che non sentì mai amore e – con un ghigno terribile – ammette di aver goduto nell’immaginare quale paura ella provasse nei suoi riguardi.

Don Carlo scagiona da ogni responsabilità Isabella, la quale non ebbe sentimenti per Filippo, che – ravvolto nell’ira – ricorda al figlio come

dalla impura tua

bocca ne uscì d’orrido amor parola;

essa l’udia; ciò basta.

Carlo ammette l’infedele comportamento e ribadisce l’azione pura della Regina, che mai accolse il suo affetto, nonostante molto tempo prima fosse a lui stata promessa. Quando Isabella, per ragioni politiche, fu costretta a sposare Filippo, il principe non poté distogliere dal petto il grande amore, che provava e per ciò è pronto a pagare colla vita

ma lei risparmia; ella innocente appieno

Il silenzio d’Isabella è motivo di condanna da parte di Filippo, il quale le rammenta quegli sguardi pieni di affetto per il figlio. Finalmente la Regina si accusa di aver accettato un matrimonio senza amore, mentre il suo cuore, fin dai più teneri anni, batteva per Don Carlo, col quale avrebbe volentieri trascorso la vita. Poi, intervenne Filippo a dissacrare il vero amore, mentr’ella continuava ad amare segretamente il suo primiero affetto. Filippo allora, con voce tonante:

si, nel tuo sangue infido

io spegnerò la impura fiamma…

Isabella si dichiara pronta ad affrontar la morte.

Gomez reca la nuova che Perez è stato ucciso; Carlo impazzisce dal dolore, saputa la morte del suo fedele amico e chiede di esser trafitto collo stesso pugnale, che ha dato la morte a Perez, mentre consiglia ad Isabella di assumere del veleno, poiché sarebbe la strada meno dolorosa. Don Carlo si ferisce e chiede alla donna di avvelenarsi; Filippo interviene repentinamente dichiarando salva la vita della Regina, per slegarla dal morituro:

giorni vivrai di pianto:

mi fia sollievo il tuo lungo dolore.

Quando poi, scevra dell’amor tuo infame,

viver vorrai, darotti allora io morte.

Isabella con un gesto improvviso ed inaspettato riesce ad impossessarsi del pugnale di Filippo, per trafiggersi.

Il Re allora, alla vista di quel sangue innocente, si chiede se davvero ora sia felice.

2 pensieri riguardo “«Filippo» di Vittorio Alfieri

  1. Ce le ho lì da leggere da un pezzo le tragedie di Alfieri. Mi hai quasi fatto venire voglia di iniziare

    1. Secondo me, fu l’arcadico forse più interessante. I suoi versi sono vibranti, altisonanti, pienamente teatralo. Buona lettura!

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