Il mito di Giunone

Giunone nacque da Saturno e Rea. Sposò suo fratello, Giove, diventando regina degli dei, perché proteggeva i regni, l’imperi, le ricchezze, i matrimoni (nomata anche Matrona o Pronuba); partecipava ai parti, quale Lucina. Quando consigliava l’esercito romano nelle azioni militari, era riconosciuta come Moneta (da moneo, avvisare).

Fu madre di tre figli: Marte, generato per virtù d’un fiore o, secondo altri racconti, comparso già adulto ed in armi, quando Giunone, incollerita con Giove, batté un piede in terra, causando una feritoia da dove sarebbe uscito il dio della guerra.

Il deforme Vulcano, che Giove precipitò sulla terra; ed Ebe, dea della giovinezza, destinata a mescere il nettare degli dei, fin quando una volta cadde, nel mentre si svolgeva l’assemblea celeste e così, per la vergogna, rinunciò al servizio. Giove allora la sostituì con il bellissimo Ganimede, figlio di Tros, re di Troia, rapito da un’aquila, mentre era impegnato sul monte Ida per una caccia. Altri racconti narrano che Ganimede fu il primo coppiere degli dei, e quando compì malamente il suo ufficio Giove per punizione lo collocò nella costellazione dell’Acquario.

Giunone mostrò sin da subito un carattere fermo, diffidente, difficile e sofferente per la gelosia nei riguardi del fedifrago Giove, il quale la ripudiò, per unirsi alla giovane Io, figlia d’Inaco, re di Argo, ed, al fine di serbarla dalle vendette della dea, la tramutò in una vacca. Giunone si mostrò meravigliata dalla bellezza di quell’animale, chiedendolo in dono a Giove, il quale acconsentì, e così Io fu affidata in custodia all’inventore della nave degli Argonauti, Argo, che possedeva cento occhi e dormiva con cinquanta occhi chiusi. Giove allora chiese al fido Mercurio di chiudere per sonno tutti gli occhi del guardiano grazie alla capacità rilassante della musica ed all’intervento di Morfeo, che utilizzò un mazzo di papaveri, per poi ucciderlo. Giunone raccolse pietosamente i cento occhi di Argo, per fregiare la coda del pavone, nel quale tramutò il guardiano, eleggendolo a simbolo della sua vanità regale. Quindi, consegnò Io alle Furie, e la tormentò senza posa con un insetto, costringendo la sventurata ad attraversare a nuoto il mare e, dopo aver percorso tutta la terra, fermarsi sulle sponde del Nilo, dove Giove le restituì le sue antiche sembianze. Ella partorì Epaso e fu adorata quale Iside, sorella e moglie di Osiride.

Quando Paride scelse la bella Venere, Giunone provocò la guerra di Troia; la principessa fenicia, Europa, di cui Giove s’era innamorato, fu maledetta insieme ai suoi discendenti; Ercole fu esposto a grandissimi rischi.

Devastò l’isola di Egina, per vendicarsi della protezione, che Giove aveva accordato alla figlia della regina, colla quale avrebbe concepito Eaco. Al fine di ripopolare l’isola, l’Olimpico trasse da una vecchia quercia dodonea una quantità prodigiosa di formiche, le quali presero forma umana, i Mirmidoni, che avrebbero accompagnato Achille all’assedio di Troia.

Piga, regina dei Pigmei, ebbe ardire di paragonarsi alla dea, che la cangiò fulmineamente in gru. Le figlie di Preto, re d’Argo, si paragonarono anche loro per bellezza alla dea, la quale scatenò un incantesimo, perché si credessero dei vitelli e come tali si comportassero. Melampo avrebbe restituito loro la ragione con acqua mescolata all’elleboro (la rosa di Natale), in cambio della mano di una delle tre guarite, Ifianasse, ed un corposo assegnamento di territori del regno.

Iride, figlia di Taumante, «che di là cangia sovente contrade1», fu la messaggera, sinceramente amata, di Giunone, la quale, per i servigi ricevuti, le regalò una splendida veste di tre colori, per porla in cielo quale arcobaleno.

La dea fu rappresentata sopra un carro trainato da pavoni, con in mano lo scettro ed il capo coronato di gigli e rose.

S’innalzarono molti templi a lei dedicati in Grecia, in Italia ed a Cartagine, dove sorgeva una fonte, che avrebbe ridonato la gioventù, perché la dea vi si immergeva una volta ogni anno. Ad Argo, le si offrivano durante il rito cento buoi (un’ecatombe). A Roma, si celebravano in suo onore i Lupercali, nomandola Lucina o Illitia (protettrice dei parti), rappresentata impugnante nella mano destra una tazza, e nella sinistra una lancia, sulla fronte una corona di dittamo. I soli sacerdoti le offrivano dei papaveri e delle melegrane, immolandole un’agnella.

In altri racconti, Lucina è identificata con Diana o Luna

.

(1) DANTE ALIGHIERI. Purgatorio, Canto XXI, vv. 51.

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