La «Rappresentazione di Anima et di Corpo» di Emilio de Cavalieri

La «Rappresentazione» si apre con un dialogo in prosa tra due «giovanetti», Prudenzio ed Avveduto, che chiede all’amico cosa possa significare l’esperienza terrena, a cui gl’uomini dimostrano notevole attaccamento. La risposta è piuttosto deludente, poiché, a causa della giovane età, non è certo facile poter esaudire i desiderata dell’interlocutore, ma dall’esperienza vissuta da «uomini savii», la vita si rivelerebbe «una mostra, ed apparenza di vanità: una bella veste, che ricopre le deformità del corpo infermo: ed un erboso prato, che con le verdi gramegne nasconde il velenoso serpe». Avveduto sembrerebbe confermare i propositi di Prudenzio, il quale in un impeto di rassegnazione, definisce la vita «una valle oscura di pianto: un fonte sterile di pensieri: un fiume torbido di lagrime: ed un mare procelloso di miserie». Essa durerebbe quanto la stagione d’un fiore, che «in un tratto languisce». Quindi, si susseguono le tante definizioni volte, sempre più a centrare la più alta significazione dell’esperienza vitale, fin quando Avveduto sembra cogliere, ancor di più, il mistero dell’esistenza, il quale si rivelerebbe «un velocissimo corso alla morte».

Essendo quindi, una folla corsa verso la non esistenza, perché gli uomini pretenderebbero di non morire? La colpa sarebbe del peccato, che indurrebbe l’uomo a scambiare «il falso per vero, e ‘l male per bene». Allora, si rivelerebbe necessario, svegliare gl’uomini da tanta infelicità, nel «considerare oltre la scorza, le miserie, ed imperfezioni di questa ingannevol vita!». Si dovrebbero abbandonare così i desideri fisici, per esaltare l’intellettualità, la quale mira al solo bene e l’uomo scoprirebbe la vanità del tutto, l’abisso dell’inferno e la gioia del paradiso, «luce sopra il capo».

Il Prologo si conclude con un lungo intervento di Prudenzio, il quale annuncia che si rappresenterà, sotto forma di persone, quanto sia stato detto, dimostrando come «queste terrene grandezze sono veramente polvere, fumo ed ombra», mentre «non ci è altro di fermo, né di grande che la virtù, la grazia di dio, e ‘l regno eterno del cielo».

L’eterna domanda, che l’uomo si pone, sul significato della vita e sull’indispensabile necessità di distaccarsi da ogni elemento gravitazionale, che infligge solo pene e rade, quanto fatue serenità. Per giungere ad uno stato di grazia, l’uomo dovrebbe vivere, servendo solo tutto ciò che si stacca dalla contemporaneità, dalla necessità, dalla quotidianità, per dirigersi verso la parte velata del fenomeno, che nasconde la vera ed eterna beatitudine.

Il Tempo annuncia il risveglio dei morti:

uscite da la fossa

ceneri sparse ed ossa;

sorgete anime ancora,

prendete i corpi or ora;

al fine di dichiarare cosa sia stato giusto:

servire al mondo vano,

o al re del ciel soprano?

perché ognuno dei presenti comprenda che la vita è un vento:

che vola in un momento;

oggi vien fore,

doman si more;

l’invito è lasciare tutto ciò del mondo, ben guardandosi solo dal ben operare.

Il Coro ribadisce quanto detto dal Tempo, rammentando quanto sia indispensabile ben spendere il piccolo ciclo vitale, che ci aprirà verso la vera esistenza iper uranica.

L’Intelletto ricorda come l’uomo ami solo il vero bene, che non è rappresentato dalla ricchezza, dall’onor, dal piacer, ma dall’

essere in ciel con dio sempre felice.

Nella scena quarta, si svolge il dialogo – soliloquio tra Corpo ed Anima, la quale confessa la sua amarezza; allora Corpo la invita ad impossessarsi dei suoi sensi, al fine di trovar soddisfazione, ma l’Anima – provvidenzialmente – rifiuta, poiché un simile attaccamento provocherebbe solo un aumento dell’insoddisfazione. Quindi Corpo suggerisce di appagarsi attraverso se stessa:

tu sei più bella e vaga

ma Anima gli ricorda di non essere stata creata da sé e quindi mai, attraverso se stessa e solo all’interno di sé, potrebbe trar beneficio e sollievo.

Come, allora risolvere?

Anima consiglia vivamente Corpo di mirare

a più alti desiri

staccandosi dalla forza gravitazionale e trovare quindi la pace, che solo in dio si può godere. Corpo è quindi diviso dalle proprie esigenze ed alle necessità opposte dell’Anima in cerca di pace e serenità. Egli teme i sensi, la carne e soprattutto ha terrore dell’eterno, per poi mirare ad abbandonare ogni desiderio fisico, per trovar rifugio in dio.

Nella Scena quinta, il Coro ricorda la clemenza del cielo pronta al perdono ed a distribuire grazie sugli uomini, i quali invita a far

 festa al signore organi e corde

timpano, cetre e trombe,

la terra quindi risuoni di celesti armonie.

Nel Secondo Atto, il Consiglio ribadisce che la vita sulla terra è solo guerra per la presenza di nemici pronti a farci cadere. Quindi l’esortazione finale:

ma felice chi strinse

il suo nemico e vinse,

che in premio se li dona

nel ciel scettro e corona.

Nella Scena quarta, si svolge un dialogo tra Piacere, Corpo ed Anima.

Piacere invita l’uomo al divertimento, a godere, non pensando agli affanni, immergendosi nella bellezza della natura. Il Corpo vorrebbe accettare questo piacevole invito, ma immediatamente è redarguito da Anima, che lo frena con decisione:

quest’è falso piacere.

Piacere invita, ancora una volta, a prender parte al gioco della gioia e del divertimento; l’intervento di Anima, che, con severità, rimprovera la falsa gioia, provoca l’allontanamento di Piacere.

Corpo si rammarica, per aver deciso di lasciare il Piacere del mondo; Anima propone di chiedere al Cielo la risposta al quesito.

La prima domanda riguarda la scelta, che dovrebbe compiere un uomo saggio nel gustare o nel fuggire dalla mondanità. Il Cielo risponde che l’uomo saggio fuggirà ogni piacere mondano.

L’uomo cosa cerca senza alcuna tregua? La vanità.

Cosa provoca dolore al cuore? Il piacere.

Come agire, per ottenere la vita? Amare.

 Chi? Dio.

L’uomo che si dedicherà al solo piacere? Troverà la morte.

Anima allora raggruppa le risposte, fornite dal Cielo: Fuggi vano piacer, ama dio vero.

L’Angelo custode dichiara di essere stato inviato da Dio, per rincuorare dalla battaglia spirituale sostenuta, ma la lotta è incessante e nulla avrà l’uomo a temere, confortato dal messo angelico.

Il Mondo offre tutte le sue tentacolari proposte all’uomo ed immediatamente il Corpo vorrebbe seguire le sue indicazioni; Anima confessa di riflettere se sia possibile servire Dio ed il mondo, ma l’Angelo Custode interviene recisamente, ammonendo che non si possiedono due cuori e dividerli per due pensieri opposti tra loro, esorta quindi:

servite solamente

a dio signor possente.

Il Mondo continua ad elencare i doni preziosi, di cui è composto, quando la Vita Mondana si aggiunge alla tentazione

vi darò con amore

de la mia vita il fiore;

ma l’Angelo Custode rammenta, nella battaglia spirituale, come ora sia il momento giusto, per servire Dio, poiché del domani non si ha alcuna certezza. Anima, consapevole di essere stata creata quale

imagine del re,

è finalmente consapevole che nulla possa immergerla nel profondo Mondo, il quale continua a tentare, come un  bravo mercante, che vorrebbe piazzare la sua mercanzia. L’Angelo Custode allora smaschera le miserie del Mondo, apprezzato dal Corpo e dall’Anima, che riconoscono la caducità delle cose terrene. Il Coro, allora, mostra commiserazione per coloro che si affidano solo alle cose del Mondo, alla temporalità, mentre gli astanti sono sempre più convinti della reale miseria della telluricità, a cui rinunciano decisamente.

Via via, mondo fallace,

via via, vita fugace,

ite a trovar gli sciocchi,

c’hanno abbagliati gli occhi:

o quanta nebbia e ombra

gli occhi mortali ingombra!

L’Angelo Custode allora scioglie un inno, in cui ricorda al Corpo ed all’Anima, che hanno vinto le tentazioni mondane, di guardare al cielo, dove è riservato il posto per i beati. Risponde il coro angelico, che invita in cielo a salire i vincitori.

Il terzo atto si apre con un dialogo tra Intelletto e Consiglio. L’Intelletto invita l’Anima ed il Corpo ad ascendere in cielo, per godere della gioia divina, mentre il Consiglio ammonisce sui pericoli della dimora infernale. Quindi, attraverso diverse allegorie tematiche, si completa la scena; indi il Coro, il quale paragona l’uomo savio a quel «nocchiero», che evita durante la navigazione di percorrere un tratto di mare agitato, così come si debba evitare la giusta ira del cielo.

L’Intelletto ricorda che il cielo è il regno della luce; l’inferno, tenebre, che coprono il paesaggio di spelonche e grotte sempre buie. In paradiso si gode di una primavera eterna, al contrario, nel mondo infero, l’aria è appestata dal fetore dell’immondizia.

Consiglio chiama le anime dannate, che rispondono in coro, lamentandosi per il fuoco eterno, causa della vita in peccato condotta sulla terra.

Quindi si rivolge alle anime beate, le quali confermano di vivere in un regno eterno colmo di bene.

L’Anima, il Consiglio, il Corpo e l’Intelletto mostrano il loro smarrimento nel non comprendere la condotta peccaminosa dell’uomo, che apre irrimediabilmente le porte della realtà infera.

Al fine di rendere ancor più chiara e precisa la collocazione inferiore per le anime sprezzanti le regole divine, il Consiglio interroga le anime dannate sulla condizione, che vivono nell’eternità:

morte, che mai non more

sepolta nel dolore.

Aspra, penosa e forte

eterna, eterna morte.

L’Intelletto si rivolge alle anime beate, per conoscere l’eterna condizione, ed esse rispondono:

Eterna, eterna vita:

vita che vive e regna,

dolce, celeste e degna,

sempre, sempre gradita.

Il Coro rammenta, ancora una volta, all’uomo di sfuggire da ogni tentazione, al fine di godere del plauso divino.

Si riapre, nell’impossibile dialogo, la bocca dell’inferno; il Consiglio pretende sapere quale sia la pena eterna:

O sempiterni guai,

che non finiscon mai!

L’Intelletto interroga le anime beate sul concetto di beatitudine eterna, ed esse rispondono che mai terminerà; quindi l’ammonimento perché ogni uomo compia il bene, poiché la morte arriva improvvisa, amando Dio e fuggendo dai deliri del mondo. Chi si trovi in condizione di peccato, chieda aiuto, ricorrendo alla fede, compiendo opere buone nei riguardi del prossimo.

L’Anima e Corpo insieme recitano l’incipit del salmo 42:

Come cervo assetato,

corre al fonte bramato

si desidera salire al cielo.

Tutti gli attori rendono gloria a Dio. Gli Angeli invitano il mondo a cantare le lodi all’Eterno. Quindi il coro finale canta un inno di lode, mentre l’Intelletto, rivolgendosi al pubblico, chiede di unirsi nel giubilo.

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