Michelangelo Buonarroti: gli inizi

Ascanio Condivi (1525 – 1574)

Ascanio Condivi fu un allievo di Michelangelo Buonarroti, a cui dedicò una «Vita», autorizzata dal suo Maestro e pubblicata nel 1553 e dedicata a papa Giulio III.

Michelangelo Buonarroti nacque il 6 marzo 1475 da Lodovico di Leonardo Buonarroti Simoni, «uomo religioso e buono, e piuttosto d’antichi costumi».

Fu «a balia in una villa detta Settignano – dalla – figliuola d’uno scarpellino. Per questo Michelagnolo suol dire, non esser maraviglia che cotanto dello scarpello dilettato si sia».

Francesco Granacci (1469 – 1543)

Appena giovinetto, fu «alla scuola d’un maestro Francesco da Urbino, che in quel tempo insegnava Grammatica in Firenze»; attirato immediatamente dalla pittura, fu incoraggiato da Francesco Granacci, allievo del Ghirlandaio, «il quale si deliberò d’aiutarlo: e di continuo lo esortava alla impresa, or accomodandolo di disegni, or seco menandolo alla bottega del maestro, o dove fosse qualche opera, donde ne potesse trar frutto». Si dedicò completamente all’arte, dimenticando presto gli studi letterari, tantoché fu spesso rimproverato dal babbo «e bene spesso stranamente battuto».

Domenico Ghirlandaio (1478 – 1494)

Nel 1478, frequentò la bottega del Ghirlandaio ed «un giorno fu dal Granacci menato al giardin de’ Medici a S. Marco; il qual giardino il Magnifico Lorenzo, padre di Papa Leone, uomo in tutte l’eccellenze singolare, avea di varie statue antiche e di figure adornato».

Lorenzo De Medici (1449 – 1492)

Il Magnifico sapeva che il ragazzo fosse allievo del Ghirlandaio e così gli permise di studiare le belle statue, che abbellivano il suo famoso giardino.

Michelangelo volle riprodurre in marmo la testa d’un fauno «che in pochi giorni lo condusse a perfezione», immediatamente lodato da Lorenzo, che «si deliberò d’aiutare e favorire tanto ingegno, e pigliarselo in casa», e «dandogli tutte quelle comodità, ch’egli desiderava, né altrimenti trattandolo sì in altro, sì nella sua mensa, che da figliuolo; alla quale sedeano ogni giorno personaggi nobilissimi, e di grande affare».

Michelangelo aveva quindici anni.

Rimasto vacante un ufficio alla Dogana, il babbo del giovane, Lodovico, si propose quale impiegato, così si portò dal De Medici, che gli accordò la richiesta.

«Era nella medesima casa il Poliziano, uomo, come ognun sa, e piena testimonianza ne fanno i suoi scritti, dottissimo ed acutissimo. Costui conoscendo Michelagnolo di spirito elevatissimo, molto lo amava, e di continuo lo spronava, benché non bisognasse, allo studio; dichiarandogli sempre, e dandogli da far qualche cosa».

La battaglia dei Centauri (Casa Buonarroti, Firenze)

Agnolo propose «il ratto di Deianira, e la zuffa de’ Centauri; dichiarandogli a parte per parte tutta la favola» (oggi in Casa Buonarroti), che il giovane realizzò «in marmo di mezzo rilievo».  

Nello stesso anno della realizzazione, morì Lorenzo (l’8 aprile 1492); quindi Michelangelo tornò a casa, e «comperato un gran pezzo di marmo, qual molti anni s’era giaciuto all’acqua e al vento, di quello cavò un Ercole (oggi smarrita), alto braccia quattro, qual poi fu mandato in Francia».

Piero il Fatuo (1472 – 1503)

Al Magnifico successe il figlio, Piero il Fatuo, di appena vent’anni, il quale rinnovò le condizioni a Michelangelo, che «se ne stette con Piero alquanti mesi, e da lui fu molto accarezzato».

Nel 1493, l’Artista volle ringraziare il Priore della Basilica di S. Spirito con un Crocifisso ligneo (che si trova nella cappella Barbadori della Sacrestia di Giuliano da Sangallo), poiché aveva ricevuto «da lui molte cortesie, sì per essere accomodato e di stanza e di corpi da poter far notomia, del che maggior piacere far non se gli poteva».

Crocifisso ligneo (Basilica di Santo Spirito, Firenze)

Nel mese di gennaio del 1494, Firenze fu innevata e così Piero il Fatuo, ch’era successo al Magnifico, chiese all’Artista di provarsi con una statua di neve, da collocare nel cortile dei Medici. Michelangelo soddisfece il nuovo governante con una riproduzione di Ercole, che durò circa dieci giorni. Purtroppo le scarse qualità del giovane De Medici (aveva appena vent’anni) provocarono gravi malumori tra la popolazione fiorentina, e così, a seguito della calata in Italia dell’esercito francese, guidato da Carlo VIII, Piero tenne una politica piuttosto incline alla Francia, così, appena il monarca lasciò la Penisola, gravi subbugli scoppiarono in Firenze, anche grazie alle violente prediche del domenicano Girolamo Savonarola, che sfociarono nella cacciata della famiglia De Medici.

Michelangelo riparò in Bologna ospite di «Messer Gianfrancesco Aldovrandi»; visitò l’Arca di S. Domenico «nella chiesa dedicata al detto Santo: dove mancando due figure di marmo, cioè un San Petronio, ed un Angelo in ginocchioni, con un candelliere in mano», furono affidati all’Artista per «ducati sessanta. Erano le figure d’altezza di tre palmi». Essendo stato accusato da uno scultore bolognese di avergli tolto la commissione, «se ne tornò a Firenze, massimamente essendo acquietate le cose, e potendo in casa sua sicuramente vivere».

Angelo reggi -candelabro (Basilica di S. Domenico, Bologna)

Michelangelo nel 1495, rimpatriò in una repubblica ispirata dal Savonarola, trovando alcuni rappresentanti del ramo cadetto dei Medici, e «si pose a far di marmo un Dio d’Amore, d’età di sei anni in sette, a giacere in guisa d’uom che dorma; il qual vedendo Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici (Lorenzo il popolano, cugino del Magnifico) e giudicandolo bellissimo, gli disse: Se tu l’acconciassi che paresse stato sotto terra, io lo manderei a Roma, e passerebbe per antico , e molto meglio lo venderesti». Michelangelo seguì il consiglio del Medici ed il lavoro fu inviato a Roma. Il Cardinale di San Giorgio «lo comprò per antico, ducati dugento». Quando il Porporato seppe la verità, inviò a Firenze un suo messo, che avrebbe dovuto trovare uno scultore, per realizzare alcune opere. Gli fu consigliato di recarsi in casa di Michelangelo, il quale rivelò la sua arte, disegnando una mano. Quindi gli fu chiesto se mai avesse realizzato opere in scultura e l’Artista rispose che di recente aveva realizzato un Cupido. Fu invitato a Roma, ospite del messo del Cardinale, che lo ricevette poco dopo, per mostrargli tutto lo sdegno, per essere stato turlupinato, dimostrandosi così poco avvezzo alle cose d’arte, perché gli restituì il capolavoro.

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