La leggenda di Beatrice Cenci

Nell’ultimo giorno di Carnevale, i principi Borghese organizzarono una festa mascherata nel loro palazzo di Roma, illuminato a giorno. Alla mezzanotte, una carrozza si fermò davanti al cancello; uscì una figura misteriosa avvolta in un lungo mantello nero, diretta nella sala centrale, dove regnavano il re e la regina del carnevale, davanti ai quali si liberò del mantello, scoprendo il volto di una giovane donna col turbante ed il drappo di seta azzurra, con un segno al collo sottile ed una maschera sul volto. Appena si smascherò, i convenuti apparvero spaventati, riconoscendo il fantasma di Beatrice Cenci, il cui ritratto era stato eseguito da Guido Reni.

Il fantasma chiese che l’orchestra l’accompagnasse al canto e nella danza, quando si avvide di aver smarrito le sue pietre preziose. La regina della festa, Olimpia Borghese, aveva il collo adornato di splendidi gioielli; così l’ombra iniziò, nel silenzio generale, a lamentarsi della sorte, che l’era toccata, raccontando la sua storia.

Ricordò quando, appena nata, la gallina – augurio infausto – cantò da gallo. Appena dodicenne, buona parte del rione Monti fu occupato da un gruppo di zingari, i quali offrivano spettacoli circensi ai romani, incuriosendo anche la giovane. Un nomade, leggendole la mano, le vaticinò che sarebbe stata aggredita da un verro, Beatrice per difendersi si sarebbe alzata come colomba in volo, fin quando una freccia le avrebbe trafitto il collo. Le regalò un amuleto di corallo di forma cilindrica, circondato di palline d’oro, per difendersi dagli attacchi del male.

Il fantasma invitò i presenti a ballare ed a ridere, così come ridevano, qualche giorno prima, davanti a dei pescivendoli ubriachi, che imitavano un funerale israelitico. Chiese al principe Sobieski di divertirsi, come quando invitò il corteo funebre a passare sotto le finestre del suo palazzo.

Quindi divenne nuovamente minacciosa, ricordando la bellezza, che Iddio le aveva donato, sfregiata dall’animalesco comportamento del babbo, Francesco, il quale la privò anche del pane. Un giorno recò Beatrice e la di lei mamma presso la rocca di Petrella, dove tentò più volte di approfittare carnalmente della figlia, la quale inviò inascoltata delle suppliche al papa, dimostrando la sua tristissima condizione. Quando tentò d’informare lo zio, costui rese le lettere a Francesco, che trovò nuovi spunti per i suoi bestiali istinti. Solo un signore (di cui non rivelò il nome) sentì pietà per la miserevole condizione di Beatrice; e così, quando il babbo si allontanava dalla rocca, le inviava il fidato Olimpio, perché la rincuorasse. Una volta l’uomo assistette, nascosto, all’ennesimo stupro; impugnata la spada trafisse Francesco, il cui cadavere fu avvolto in un lenzuolo e gettato sotto un sambuco, che cresceva solitario in un orto. Nacque un basilisco, un animale mitologico mettà gatto e metà serpente, capace di pietrificare ogni sguardo incrociato. Fu per Beatrice l’ultima notte d’orrore della sua vita.

Nel silenzio più assoluto, si avvicinò alla regina del Carnevale, per fissare i gioielli, con cui s’era abbigliata, quindi dopo qualche istante d’esitazione, riprese a raccontare la sua storia, allontanandosi dalla donna e riprendendo a camminare nella grande sala.

Il papa, saputo il sacrilego fatto, ordinò delle indagini, e così, al fine di non essere arrestato, il salvatore scappò, travestito da carbonaio, e figendo di vendere carbone per le strade di Roma, pur rimanendo in contatto con Farinacci, avvocato difensore di Beatrice. Quindi uscì da Roma, e finì a Marsiglia, da dove scrisse una lettera alla donna, giurando che l’avrebbe salvata.

La prigioniera Beatrice fu sottoposta a più atroci ed inutili torture, perché parlasse, fin quando fu condannata a morte per squartamento insieme a tutti i membri della famiglia. La grazia sarebbe stata concessa solo al dodicenne Bernardo, se avesse accettato di vedere l’esecuzione dei fratelli e di essere sottoposto all’evirazione; a Beatrice fu concessa invece di morire per decapitazione. La sua testa fu oggetto di amorevoli cure da parte delle matrone romane, che la inghirlandarono di fiori, mentre il corpo trovò requie in una piccola chiesa.

Era condannata a vagare nelle noti lunari, perché trovasse pace nel raccontare la sua vita.

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