Lettera di Marsilio Ficino a Michele sul «Dialogo Theologico tra Iddio e l’anima»

Ficino accenna ad alcune dispute, ch’ebbe in passato con il suo amico a proposito della moralità, della naturalezza, ed infine, della divinità, che poteva essere acquisita grazie alle preghiere.

Platone invece scrisse che la divinità avrebbe elargito la sua sapienza a coloro che si sarebbero comportati con purità d’intenti.

Marsilio allora decise di scrivere un dialogo tra Dio e l’anima.

L’Altissimo, accortosi della sofferenza spirituale, in cui versa l’anima, decide di parlarle, al fine d’offrire salute e conforto.

L’anima lamenta l’assenza di Dio nella propria interiorità, poiché l’Infinito non può essere tratto dal Finito e ciò che è fuori non può essere ciò che è dentro.

La Trascendenza, in verità, è nell’immanenza, poiché essa è origine del tutto, perché se anche l’anima non fosse derivazione del Principio, non potrebbe esistere. L’essere deve comprendere che la modalità dell’Uno è totalmente diversa dalla modalità del Tutto, il quale concepisce il suo limite, trasmettendolo a qualsiasi azione. Dio è forza e potenza, e come tale è capace di essere percepito grande, poiché incorporeo. La finitezza non può intaccare la sanità dell’Uno, la quale, per sua natura, è incorruttibile ed inattaccabile dallo stato generato, che è mantenuto ontologicamente dal generatore nella sua ampiezza. La Trascendenza è causa di tutte le buone azioni compiute dall’uomo. Quindi l’ammonimento: il finito non può desiderare di vedere l’Infinito, poiché non è dotato dei giusti mezzi, perché ciò avvenga. Se l’uomo potesse vedere Dio, sarebbe nel Suo mondo.

L’Anima manifesta il suo smarrimento, poiché teme che l’Altissimo possa sparire ed interrompere un dialogo tanto desiderato. Quindi, si rivolge a Dio, perché le illustri cosa Egli non sia, per distinguere la vita dalla non vita.

La via, per seguire Dio, è la rinuncia delle esigenze del corpo, della fisicità, poiché esso è ciò che differenzia la creatura dal creatore; quindi s’ella vorrà essere dell’Unità, dovrà vivere dimenticando la sua realtà corporea. L’Anima non proviene da anima, né da intelletto, poiché, per suo naturale svolgimento, Ella mira a conoscere quell’essenza, che si dimostra superiore a qualsiasi anima ed intelletto. Dio allora indica il Sole, che dona luce all’universo, riconoscendolo anche nell’immanenza, di cui informa tutte le sostanze grazie alla sua volubilità. In quel lume, vi è lo spirito angelico, che spira la vita in ogni effetto fisico – corporale, svegliandone i sensi. Come il Sole illumina il mondo, e, a sua volta, ogni cosa è illuminata dal lume angelico, Dio si propone quale «Sole del sole», direttori degli spiriti angelici e chiede all’Anima di rivolgergli tutto il suo amore.

L’Anima si smarrisce per una inaspettata consapevolezza, poiché ora la sua visione è stata rischiarata dall’intervento divino. Ella ora è consapevole che, essendo informata da Dio, è Dio ella stessa nella celebrazione dell’incontro tra le due personalità.

Al mio carissimo Michele

Mercato da S. Miniato filosofo

Carissimo Michele, tu sai che spesse volte habbiamo insieme disputato e filosofato delle cose morali e naturali, e più spesso delle diurne. E mi ricordo che tu assai spesso dire che le cose morali si havevano ad acquistare con l’uso, la naturalità a cercare con la ragione. E le divine s’havevano a domandare a Iddio con preghi et orationi.

Platone (427 a. C. – 327 a. C.)

Oltra di questo io ho letto appresso il nostro Platone, che le cose divine più tosto sono agli huomini rivelate per la purità e bontà della vita, che insegnate per dottrina e parole altrui.

Nel pensare adunque meco stesso diligentemente a queste cose simili, cominciai l’altro giorno a rammaricarmi tra me nell’animo. Conciosia che io punto non mi fidassi né la ragione né intelletto mio, né ancora mi poteva fidare nella revelatione divina. Et di questo pensiero, nacque in me un certo Dialogo tra Iddio e l’anima, il quale ti piacerà in questa lettera ascoltare.

Quantunque io pensi che tu forse più dappresso che io non fo con Dio ragoni.

IDDIO: Anima mia cara, misera a te, a che ti lamenti sì lungamente? Poni homai fine figliuola mia alle lagrime. Ecco che io, tuo padre, ti son presente. Ecco, è qui la medicina e la salute tua.

ANIMA. Deh fusse pur vero, che hora il mio Padre Iddio mi ispirasse un poco della sua gratia. Oh, se io pensassi poter haver tanto dono, o come per allegrezza uscirei di me. Ma io per hora non veggio in che modo ciò possa intervenire. Percioché il gran Padre mio non può già esser colui che è a me solamente presente e in me stessa non si ritrova. Perché quel sommo artefice della natura (si come io penso) già mi generò sì che io sono sua prole, e Egli è dentro a me, e per questo più che per altro sua mi posso chiamare. Dell’altra parte colui che sola è dentro di me non può essere il Padre mio, percioché Egli è di me assai maggiore. E questo che è dentro a me senza dubio bisogna dire che fia di me minore. Et io non so in che modo in un medesimo tempo possa uno essere dentro e fuore di me. E questo è quello che gravemente mi offende percioché io non vorrei vivere senza mio Padre e mi dispero di poterlo ritrovare.

IDDIO. Pon fine, o figliuola, alle lacrime. O figliuola mia, non ti affliggere più che colui che teco parla, non è forestiero, ma dimestico tuo, e a te più famigliare e che tu non sei a te stessa propria, e voglio che sappi che io in un medesimo tempo mentre ti sono presente, sono fuore di te e dentro di te, e non per altro ti sono presente, se non perché io son dentro a te, e sono in te perché tu sei in me, e se tu non fusse in me, non saresti in te, anzi non saresti in modo alcuno. Pon fine figliuola mia alle lagrime, ecco il tuo Padre, e questo tuo Padre quanto di persona è minore d’ogn’altra cosa, tanto è per virtù e potenza maggiore di tutti. E perché Egli è picciolissimo, è dentro a tutte le cose, e perché Egli è larghissimo e grandissimo, è fuore di ciascuna cosa. Et ecco io che sono una grandissima angustia, et una picciolissima ampiezza, io sono presente a te, e dentro e fuore. Eccomi; non vedi che io empio il cielo e la terra e gli penetro e gli contengo in me medesimo? Ma avvertisci che io gli empio ma non son pieno da loro, perché io sono la pienezza stessa e gli penetro ma non sono penetrato, percioché io sono la vera forza e potere di penetrare ciascuna cosa gli contengo, ma non sono contenuto, percioché io sono il proprio modo di contenere altrui. Non sono ripieno per non diventare manco degno, essendo io la stessa copia, non son penetrato, acciocché io non manchi d’esser perciò che io sono la vera essentia, non son contento, per non mancare d’essere Iddio, perché io sono la infinità propria. Hor non vedi tu che io entro per tutto, non mi mescolo con altra cosa? Acciò che in questo modo io possa andare sopra ogni cosa? Percioché io sono la stessa eccellentia, e vo sopra ogni cosa e non mi disunisco acciò che tutto insieme possa entrare in ognuno, e non solamente entrare ma ancora unire insieme il tutto. Percioché io sono la vera unione, per la quale tutte le cose son fatte, per la quale ogni cosa ha l’essere, e la quel tutte le cose desiderano. Perché ti disperi tu, sciocca che sei di ritrovare tuo Padre? Non è difficile il trovare dove io sia. Conciosia che in me sieno, da me sien fatte e da me tutte le cose sien mantenute sempre in ogni luogo, e con infinita virtù mi vo ampliando, e con intervallo infinito, anzi ti voglio dire che non solo non è difficile a ritrovare dove io sia, ma non è possibile trovare, ma non è possibile trovare una cosa dove io non sia.

E che sia il vero per mia cagione solamente si dice che una cosa è, e per mia cagione si vive, e ciascuno è spinto a fare tutto quello che fa di bene solamente guidate da me. Non si desidera in luogo alcuno altro che il bene; non può mai ritrovarsi se non il vero. Io sono tutto il bene che si può desiderare, io sono tutto il vero che si può trovare e però se vuoi vivere felice cerca me e non altro. Ma non mi cercare per muovermi, perché io sono la propia fermezza; non voler per pigliarmi di vedermi, perché io sono la vera unità, e però in me ogni moto raccoglie ogni divisione et così mi piglierai allhora che io avrò prima preso te.

ANIMA. Ahimè, vuoimi tu sì presto lasciare, salute mia vera? Perché subito abbandoni la Tua figliuola in così gran sete di goderTi? Deh, seguiti il tuo dire. Seguita di gratia, venerabile Iddio, ti prego; per la Tua maestà e grandezza; e se ti piace (ma fa che ti piaccia), dichiarami, Padre mio caro, più chiaramente quel che Tu non sei accioché tu mi renda la vita. Dimmi ancora quel che tu sei, accioché per quello che io possa durare di stare in questa vita, che hora ricevo da nuovo da te.

IDDIO. Figliuola mia, io non son padre tuto per natura corporea, percioché tu sei tanto migliore quanto maggiormente al tuo Padre ubbidisci, e sei tanto più degna quanto più al corpo sei nemica. Et è il tuo bene l’esser col Padre, e il tuo male accordarti col corpo. Sappi, Anima, che non ti ha generato alcuna altra anima, percioché, se ciò fosse, tu non penseresti mai a cosa che sopra la tua natura si ritrovasse e così ti fermeresti nella tua mobilità, né haresti mai ferma o stabile natura. Non ti ho ancora creato intelletto alcuno, che sia partito o vario, percioché se questo fosse, tu non potresti mai conoscere cosa alcuna semplice, e ti bastarebbe intendere la varietà di quello intelletto. E pure tu vedi che tu ascendi con la cognitione e con l’amore alla vita stessa, alla vera essenza e al puto e assoluto essere, il quale è sopra ogni altro intelletto. E voglio dirti che a te non basta l’intelligenza tua, se con quella rettamente non intendi, e non conosci il vero bene, e quel bene, senza dubbio alcuno, a te bastevole. Percioché tu non cerchi mai cosa alcuna se non perché l’è bene. Adunque, lo stesso bene, o Anima, altro non è che ‘l tuo Creatore. Né puoi gli dire che il corpo sia buono, se non è buono l’animo, non è buono l’intelletto: ma solo quello è buono che in sé stesso consiste, e che è infinito senza essere da subietto alcuno terminato. E questo solo ti dona una vita infinita et eterna, e questa vita anderà seguitando di tempo in tempo il suo cammino, et ti sarà prolungata eternamente. Desideri vedere in faccia questo bene? Hor mira il mondo, che tutto è ripieno del bel lume del Sole, mira dipoi questo lume nella materia del mondo, pieno di tutte le forme e figure di ciascuna cosa, e considera che questo lume è volubile e instabile. Leva dipoi con la mente la materia e lascia nel pensiero altre cose, ti resta solo l’anima, che è un lume incorporeo, il quale può pigliare tutte le forme è similmente mutabile. Ma levagli quella mutazione, già tu vedrai che altro non è che l’intelletto angelico, il quale è un lume incorporeo, che può pigliare ogni forma, ma è immutabile, ma togli a questo intelletto quella diversità, la quale ogni figura è diversa dall’altra solo per cagione del lume, tale che la medesima è quella che illumina ed è la vera essentia di ciascuna cosa, e questo lume possiamo dire che si formi da se stesso, e così con le sue forme, forma ciascun’altra cosa. Questo lume luce infinitamente, percioché egli per natura propia, né per mescolamento d’altro lume, si macchia o corrompe e si diminuisce. Questo lume è in tutte le cose percioché non è in alcuna cosa. E per questa cagione non è in cosa alcuna. Acciocché possa egualmente per tutto rilucere, vive da sé e a tutte le cose dona la vita, conciosia che la sua ombra (che altro non è che questa luce del Sole) sola possa dare vita a tutte le cose corporali. Questo lume divino conosce ogni cosa. Et egli solo dona il senso e ‘l conoscimento e questo non i può negare percioché la sua ombra sveglia in ciascuna cosa gli sensi. Ama finalmente ogni cosa, perché il tutto è suo. Che è adunque il lume del Sole? L’ombra di Dio. Che è Iddio il Sole del Sole, Iddio il lume del Sole, che viene nel corpo di questo mondo. Iddio, il lume del Sole che viene nel corpo di questo mondo. Iddio quel lume del Sole che sopra gli intelletti angelici e è questa mia ombra tale, o Anima mia, che ella è assai più bella di tutte queste cose corporali. Hora se la mia ombra è tale, qual pensi tu, che sia la mia luce? Se tanto è la mia ombra splendente, quando sarà chiara la mia luce? Ami tu più che altra cosa la luce sola? Ama solo me che sono luce infinita; amami, dico, infinitamente.

ANIMA. O cosa meravigliosa, che vince la meraviglia stessa. Che insolito ardore mi raccende? Che nuovo Sole è questo che a’ miei occhi folgorare veggo? Et donde viene egli? Qual si grande et sì soave amore è quello, che hora mi distrugge si dolcemente? Mi stimola e mi punge? Che amara dolcezza è questa hora che mi consuma? Che ho io gustato perilché quelle cose che amare sono dolcissime giudichi? Qual dolce amarezza è quella che poi che tutta m’ha sbattuta et sconquassata cerca nel primo essere di ritornarmi? Per la quale ogni cosa qualunque amarissima dolce diviene? Che necessità volontaria m’è giunta non potendo non voler questo bene. Et ogn’altra cosa piuttosto possa fuggire che questa avidità del bene? Percioché se io vorrò schifare questo desiderio, non per altro cercherò schifarlo per non pensare che sia bene, o quanto è questa volontà necessaria, conciosia che niente possa più volere che il bene, per il quale io desidero ogni cosa, anzi pure ciò che in ogni cosa e in ogni luogo voglio, lo voglio per cagion sua. E di tal modo ho questo volere che io non correi non poter volere quel che io voglio. O che viva morte è questa. Chi pensarebbe mi che quella cosa che in me mi fa morire, mi facesse vivere in Iddio, per questa vivo una vera vita, et mi rallegro d’un vero contento. O piacere che vinci ogni senso, o allegrezza che speri ogn’animo, o contento che avanzi ogni alta mente. Io son pure hora fuor di mente et nondimeno non sono senza mente, precioché io sono sopra la mente e similmente sono furiosa, ma non per questo fo cose basse, perché sono da questo furore in lto levata, e hora tutta mi consumo et nondimeno non vengo manco, percioché colui che fa ch’io vivo seco, da sé mi raccoglie e questo è Iddio, unità di ogni unità. Rallegratevi adunque meco tutti voi che in Iddio vi rallegrate. Percioché al mio Iddio, m’è venuto incontro il Dio dell’universo. M’ha abbracciata lo Iddio degli Iddi. M’è hora penetrato dentro alle midolle. E mi ciba e mi nutrisce, e Colui che già m’ha creata hora mi rigenera. Mi generò anima, mi riforma in angelo, mi convertisce in Dio. Che gratie ti renderò io, o gratia delle gratie? Insegnami tu e concedimi ch’io ti possa ringratiare. Sia dunque ogni gratia in te solo. E tu solamente sia detto vero Iddio.

Marsilio Ficino

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