Gabriele D’Annunzio: l’impresa di Fiume

La firma della pace destò in D’Annunzio delusione, tantoché scrisse al Tenente di vascello, Ernesto Pacchiarotti:

«La pace improvvisa mi dà uno scontento che non so vincere».

Luigi Albertini (1871 – 1941)

Non dimentico della sua attività di scrittore, compose un «Cantico per l’ottava della Vittoria» per il Corriere della sera, in cui affermava il diritto dell’Italia a tutto l’Adriatico fino a Valona. Con la pubblicazione dell’ultima creazione, iniziarono le divergenze col direttore, Luigi Albertini, che sarebbero sfociate in un’irreparabile rottura coll’avventura di Fiume.

Gabriele visse un periodo di profonda crisi, dovendosi astenersi dall’azione, tantoché pensò di farsi frate, salvo tornare poi alla bella vita di sempre. Non desiderava riprendere punto l’attività letteraria; fortunatamente gli fu assegnata la medaglia d’oro al valore, che lo rincuorò, seppur non allietandolo.

Thomas Woodrow Wilson (1856 – 1924)

Intanto, in campo europeo, iniziavano le trattative per la pace; l’Italia aveva occupato il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, l’Istria, la Dalmazia e quasi tutta l’Albania, trascurando Fiume, anche se la città, fin dal 30 ottobre 1918, aveva manifestato la volontà di unirsi all’Italia. L’annessione si scontrava coi desiderata del Presidente degli Stati Uniti, Thomas Woodrow Wilson, il quale proponeva che la linea di confine fosse stabilita secondo nazionalità facilmente riconoscibili. Il Governo italiano inviò alcuni reparti armati a Fiume, dove si erano infiltrate alcune truppe serbe e gruppi di croati.

Giovanni Host Venturi (1892 – 1980)

L’Intesa propose che i serbi si ritirassero, mentre la città sarebbe stata posta sotto il controllo di una guarnigione interalleata al comando del generale Francesco Saverio Grazioli, il quale appoggiò l’azione sobillatrice dell’irredentista Giovanni Host – Venturi, capo delle organizzazione filo italiane dell’Istria e della Dalmazia.

Benito Mussolini (1883 – 1945)

D’Annunzio intuì che Fiume poteva essere ancora considerata teatro di guerra. Preparò un’infuocata «Lettera ai Dalmati», che il 15 gennaio 1919 fu pubblicata sul Popolo d’Italia, diretto da Benito Mussolini.

Alla Conferenza di pace di Parigi, intanto l’Italia non riusciva ad imporsi, mentre gli ultranazionalisti si stringevano attorno a Poeta, il quale aveva scritto quattro violenti articoli contro la Francia, biasimando anche il comportamento di Wilson, incline alla soddisfazione degli appetiti croati a danno di quelli italiani. Non ottenendo alcunché, alle parole seguì l’azione: pensò ad un’azione su Spalato, appoggiato dal generale Ottavio Zoppi, il quale si dichiarò d’accordo a condizione che Pietro Badoglio accordasse l’operazione. Nell’incontro tra il Poeta ed il Senatore, D’Annunzio scoprì che Pietro era pronto a marciar su Lubiana, qualora gli accordi parigini fossero stati davvero lesivi per l’Italia.

Olga Brunner Levi (1885 – 1961)

Alla fine, lo Scrittore riprese la sua vita veneziana, consolandosi la sua amante, Olga Brunner Levi.

Il 23 marzo 1919, Benito Mussolini fondò i Fasci di Combattimento.

Il 27 marzo, Gabriele partecipò ai funerali del suo pilota, Natale Palli, dove improvvisò un discorso, nel quale ribadì i propositi di un intervento in Dalmazia, unitamente ad un risveglio patriottico, che avrebbe dovuto investire l’intero Paese.

Il 7 aprile, ricevette un messaggio, per tramite del capitano Arturo Marpicati, dal Consiglio Nazionale di Fiume, col quale si ribadiva il sacro legame coll’Italia; tre giorni dopo era a Trieste, per ricevere la medaglia d’oro dalle mani del Duca d’Aosta.

Vittorio Emanuele Orlando (1860 -1952)

Da Parigi, non giungevano buone nuove, poiché il Presidente Wilson aveva accettato la proposta jugoslava di limitare i confini italiani tra il Monte Maggiore e l’Arsa, escludendo Fiume. La delegazione del nostro Paese, capeggiata dal Presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando e dal Ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, rifiutò l’accordo, provocando la reazione del Presidente statunitense, che si appellò, in un articolo apparso su Le Temps direttamente agl’italiani. Non si rivelò una buona mossa, poiché la delegazione italiana rientrò a Roma, perché il Parlamento approvasse il gesto, apprezzato lungamente da Gabriele, il quale fu invitato, dal sindaco Prospero Colonna, a tenere un discorso a Roma, il 5 maggio 1919. La delegazione italiana scese a più miti consigli e, nonostante i proclami dello Scrittore, riprese la via di Parigi. Per il quarto anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, a Gabriele fu impedito di parlare ed il Ministro della Guerra lo richiamò a Venezia il 28 maggio, in quanto ufficiale ancora in servizio; Egli avanzò la proposta di congedo.

L’indomani, ricevette un biglietto da Icilio Baccich, in cui dichiarava la solidarietà dell’interno popolo di Fiume; qualche giorno dopo, Benito Mussolini telegrafava che la famiglia del Popolo d’Italia lo appoggiava.

Il 10 giugno segnò il suo congedo, mentre un’agenzia di stampa annunciava un imminente colpo di stato ad opera di un gruppo militare, coordinato dal generale Gaetano Giardino e da Benito Mussolini, Luigi Federzoni, Ferruccio Vecchi e Gabriele D’Annunzio, responsabile il Duca d’Aosta. La notizia fu immediatamente smentita sul Nuovo Giornale di Firenze da Gabriele e da Mussolini.

La trattativa di pace sembrava sempre più piegarsi in posizioni anti italiane, cosicché nel Paese, a causa della crescente sfiducia popolare nei riguardi delle Istituzioni, scoppiarono violenti scioperi, che determinarono le dimissioni da parte di Vittorio Emanuele Orlando il 21 giugno 1919.

Francesco Saverio Nitti (1868 – 1953)

Nella Capitale, arrivò Gabriele, per essere ricevuto dal Re a Villa Savoia, il quale informava il Poeta che avrebbe dato incarico a Francesco Saverio Nitti di formare il nuovo Esecutivo.

D’Annunzio continuò la sua propaganda bellica, sicuro che il popolo si sarebbe rivoltato davanti alle spente ed inutili liturgie politiche, dal Grand Hotel, dove riceveva una gran quantità di persone, tra cui Benito Mussolini. Il 28 giugno, il Governo proibì un suo discorso presso il Teatro Augusteo ed Egli pubblicò il testo del discorso, che avrebbe dovuto tenere, «Disobbedisco» sull’Idea Nazionale.

Il Trattato di Versailles aveva sancito il riconoscimento dello stato jugoslavo ed a Fiume scoppiarono aspri incidenti tra la popolazione italiana e le truppe francesi, simpatizzanti per gli slavi; così la contesa si allargò tra i soldati transalpini ed i marinai italiani. Nitti, al fine di disinnescare i propositi violenti di D’Annunzio, offrì al Poeta un sottosegretariato o l’alto commissariato per l’aviazione.

Emanuele Filiberto duca d’Aosta (1869 – 1931)

Tornò a Venezia, dove assistette il 17 luglio al conferimento della cittadinanza onoraria al Duca d’Aosta, Emanuele Filiberto, da parte del sindaco. Il neo cittadino, l’indomani, si recò a casa di D’Annunzio, trattenendosi a cordiale colloquio. Il 4 agosto il Poeta iniziò lo sgombero da Arcachon e la risoluzione dei debiti contratti. Il 20 agosto, ricevette il fiumano, Giovanni Host Venturi, al quale confermò il suo impegno per Fiume e l’inizio della collaborazione col giornale La Vedetta d’Italia.

Luisa Baccara (1892 – 1985)

La vita sentimentale vedeva la sostituzione della Levi con una pianista, Luisa Baccara, verso cui il Poeta inviò libri, fiori, monili, lettere, investendola col suo entusiasmo.

Host Venturi iniziò il reclutamento di uomini provenienti da tutta Italia. La Commissione interalleata aveva pronunciato lo sgombero delle truppe italiane da Fiume ed il ripristino dei fanti della Brigata Regina. Parte dei partenti furono allocati a Ronchi, a quattro chilometri da Monfalcone, dove alcuni graduati strinsero un patto, che li avrebbe visti quali liberatori di Fiume dalle truppe straniere e successiva annessione all’Italia. Inviarono un invito a Gabriele ad accettare il comando dell’operazione, assicurando che avrebbe raggiunto Ronchi il 7 settembre. Non tenne fede alla data e si trattenne fino al 9 a Venezia, ospitando Ida Rubinštejn e Luisa Baccara; così l’indomani giunsero alla Casetta rossa, sul Canal Grande, alcuni congiurati, per prelevarlo. Partirono il giorno 11; Gabriele indossò la divisa di tenente colonnello dei Lancieri di Novara, scrivendo a Mussolini che presto avrebbe preso Fiume con le armi. La squadra, formata da 26 autocarri, 15 Ter, involati nell’autoparco di Palmanova e 196 granatieri comandati dal D’Annunzio, partì per Fiume. Quattro autoblinde dei bersaglieri si unirono a Castelnuovo. La spedizione incontrò a Cantrida gli Arditi, che avevano ricevuto l’ordine di sbarrare la strada, ma il comandante dei reparti si unì agl’insorti. A un chilometro dal confine, il generale Vittorio Emanuele Pittaluga impose a D’Annunzio di fermarsi, ma tutto fu vano. Alle 11,45 del 12 settembre, senza sparare un colpo, la legione entrava in Fiume, acclamata dalla popolazione in festa. Il Poeta fu nominato Governatore della città e celebrò l’incarico, affacciandosi al balcone, con il celebre discorso: «Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile Fiume è oggi il segno della libertà…». Impose al popolo riunito di giurare fedeltà all’Italia sulla bandiera, che aveva usato nel discorso al Campidoglio, mentre la bandiera italiana era issata sul Palazzo del Governo.

La notizia di propagò in tutto il mondo.

Il Governo italiano aveva disposto precisi ordini al generale Diaz, perché impedisse colpi di mano, ma ciò non avvenne ed allora il Presidente del Consiglio, Nitti, si rivolse al popolo italiano, perché difendesse il Paese contro i pericoli incombenti. Wilson, convinto che il Governo italiano – in verità – appoggiasse l’iniziativa, mise in allarme la flotta americana, schierata nell’Adriatico.

Nonostante le coltivate speranze dannunziane, il fuoco fiumano non si propagò; Nitti non rassegnò le dimissioni, le popolazioni dalmate non insorsero, sicché Fiume non fu annessa all’Italia.

Gabriele Giurati (1876 – 1870)

Gabriele affidò il Gabinetto a Giovanni Giurati, mentre il Governo nazionale nominava Pietro Badoglio Commissario straordinario per la Venezia Giulia, il quale ordinò un volantinaggio sulla città coll’avviso che i militari italiani, passai coi legionari, sarebbero stati considerati disertori. D’Annunzio reagì con un violento proclama; scrisse una lettera violenta a Mussolini, accusandolo d’inerzia. Il 20 settembre, Luigi Keller conferiva a D’Annunzio anche i poteri civili oltre che quelli militari e, grazie alla presenza di un numero considerevole di armati, la situazione sarebbe potuta deflagrare nell’intero Paese. Mussolini, allora, saputo che altre truppe si univano al Comandante, propose di marciare su Trieste, dichiarare decaduta la monarchia, nominare un direttorio presieduto da D’Annunzio, preparare le elezioni di una Costituente, confermata l’annessione di Fiume, sbarcare delle truppe in Romagna, nelle Marche e negli Abruzzi, per dar vita ad un sollevamento repubblicano. Umberto Cagni raggiunse il Poeta, latore di una proposta del Governo nazionale. Il Poeta non accettò alcunché, mentre il Re scioglieva il Parlamento. Le elezioni furono fissate il 16 novembre.

Mussolini, il 7 ottobre, visitò il Poeta, al fine d’indurlo a rinunciare a qualsiasi atto di forza. Il 20 ottobre, il Comandante incontrò Badoglio, il quale si convinse che, in effetti, lo Scrittore non avrebbe rappresentato alcun pericolo per il Paese, consigliando le Istituzioni di proclamare l’annessione di Fiume, essendo impossibile convincere i Legionari a lasciare la città senza provocare disordini. Il 28 ottobre, i due s’incontrarono nuovamente, perché D’Annunzio accettasse la proposta di Tommaso Tittoni, Ministro degli Esteri, per la sistemazione di Fiume, presentata a Parigi, non accettata, infine, da Wilson.

Intanto l’avvicinarsi della stagione fredda, evidenziava la mancanza di sufficienti vettovaglie e d’indumenti invernali, così il Poeta, la notte tra il 13 e 14 novembre, s’imbarcò sul cacciatorpediniere Nullo, scortato dalla nave Cortellazzo con a bordo due battaglioni di legionari: meta Zara, al fine di metter fine alle voci di un imminente sgombero delle truppe italiane dalla Dalmazia.

Le elezioni politiche videro l’affermazione dei Socialisti e del Partito Popolare, che conquistarono 256 seggi su 508. Nitti inviò al D’Annunzio una proposta, che avrebbe salvato le apparenze, ma – ancora una volta – fu respinta; il Governo minacciò allora d’intraprendere azioni decise, come il blocco totale della città via terra e via mare. Badoglio fu destituito dall’incarico e nominato Capo di Stato maggiore; furono nominati Oscar Sinigaglia e Giovanni Preziosi, messi presso Fiume, perché imponessero al Comandante le volontà italiane e, finalmente, il 13 dicembre 1919, l’accordo fu siglato. Cinque giorni, il documento governativo fu sottoposto all’approvazione popolare, in un clima di scontri e violenze, che provocarono fratture pericolose tra i Legionari ed i cittadini. D’Annunzio intanto non aveva rinunciato alle pratiche amorose, raggiunto da Luisa Baccara, alla quale sarebbe stato legato per tutta la vita.

La situazione cittadina prometteva di sfuggire di mano; il Comandante allora tentò di ridiscutere l’accordo col Governo italiano, che non tornò, per mezzo dei suoi messi, al tavolo della trattativa. Non ottenendo ciò che richiedeva, il Poeta annunciò la resistenza fino alla morte.

L’ultimo giorno dell’anno, il Comandante si rivolse ai suoi Legionari:

« […] Contro l’Europa che paventa, barcolla e balbetta; contro l’America che non anche riesce a sbarazzarsi della metà d’un mentecatto sopravissuto alla malattia vendicatrice; contro l’Italia incaporettata che misura e riconosce la convenienza del suo Governo dal giro della rotondità più adatta a ricevere i calci dei nuovi padroni; contro tutti e contro tutto noi abbiamo la gloria di dare il nome a questo anno di fermento e di tormento. […] Questo è l’anno di Fiume, questo è il nostro anno. Questo anno porta la nostra impronta, porta il nostro marchio, che non si può cancellare. Come lo stampo del mattone romano, il nostro è uno stampo di costruttori. […] Come noi, i legionari di Roma erano combattitori e costruttori. […]

Colui che ha un solo occhio ha veduto per tutti gli altri occhi; e tutti gli altri occhi hanno veduto per quell’occhio solo.

E colui che è il fratello di tutti ha fatto a sua somiglianza fratelli innumerevoli. E il nome di fratello s’è rinnovellato come un virgulto che fiorisca e fogli; s’è candidato d’innocenza; è ridivenuto la più dolce e la più forte parola del linguaggio umano, una parola di comunione e una parola di coraggio, un legame dell’attimo e un suggello di eternità1».

Era il 31 dicembre 1919.

(1) GABRIELE D’ANNUNZIO Italia e vita. Presso La Fionda in Roma 1920, pp. 51 e segg.

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