Vita di Raffaello: «La Trasfigurazione»  nel racconto tratto dalla «Descrizione delle immagini dipinto da Raffaello da Urbino» di Giovanni Bellori

Pietro Perugino (1448 – 1523)

Raffaello apprese da Pietro Perugino l’arte della dipintura e quando si accorse di essere «troppo lontano dal vero, perciocché vedendo egli le opere di Leonardo da Vinci il quale nell’arte delle teste, così di maschi, come di femmine, non ebbe pari, e nel dar grazia alle figure e ne’ moti superò tutti gli altri Pittori, restò tutto stupefatto e maravigliato ed in somma piacendogli la maniera di Leonardo, più che qualunque altra avesse veduta mai, si mise a studiarne e lasciando, se bene con gran fatica a poco a poco la maniera di Pietro, cercò quanto seppe e poté il più d’imitare la maniera di esso Leonardo».

Non riuscì a superare il maestro toscano, pur essendo molto vicino nella dolce espressione dei ritratti e nell’uso del colore. La bellezza delle figure nude fu tratta da Michelangelo, per cui Raffaello sentì una profonda venerazione, tanto da dichiarare conclusa l’esperienza accumulata sotto la guida del Perugino. Ammise di non poter raggiungere il mito michelangiolesco, «considerò che la Pittura non consiste solamente in fare uomini nudi, ma ch’ella ha il campo largo, e che già i perfetti dipintori si possono anco coloro annoverare, che sanno esprimere bene e con facilità l’invenzioni delle storie ed i loro capricci con bel giudicio, e che nel fare i componimenti delle storie, chi sa non confonderle col troppo, ed anco farle non povere col poco, ma con bella invenzione e né accomodarle, si può chiamare valente e giudicioso artefice».

S’ispirò a Baccio della Porta nel perfezionare la coloratura, realizzando «di molte maniere una sola, che fu poi sempre tenuta sua propria, la quale fu e sarà sempre stimata dagli artefici infinitamente. E questo si vede perfetto poi nelle Sibille e ne’ Profeti dell’opera che fece – in Santa Maria della Pace a Roma -. Al far della quale opera gli fu di grande aiuto l’aver veduto nella cappella del Papa l’opera di Michelangelo».

Cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena (1470 – 1520)

Lavorò dal 1518 alla Trasfigurazione per la Chiesa di S. Pietro in Montorio. Raffaello godette dell’amicizia del cardinal Bernardo Dovizi, il quale per molti anni «aveva intestato per dargli moglie -, mentre l’Urbinate ricusava sposarsi, protestandosi innocentemente di attendere – che passassero tre o quattro anni, il quale termine venuto, quando Raffaello non se l’aspettava, gli fu dal cardinale ricordata la promessa ed egli, vedendosi obbligato, non volle mancare della parola di lui e così accettò una donna, nipote del cardinale. E fu per sempre malissimo per quel laccio, andò modo mettendo tempo in mezzo, che molti mesi passarono che il matrimonio non si consumò. E ciò faceva egli non senza onorato proposito» poiché continuava ad intrattenere rapporti amorosi colle sue modelle, e così fu colpito da una violenta febbre e «per poca prudenza, gli cavarono sangue di maniera che indebolito si sentiva mancare, la dove egli aveva bisogno di riposo. Fece testamento e prima come cristiano, mandò l’amata sua fuor di casa e la lasciò modo di vivere onestamente. Dopo divise le cose sue fra discepoli suoi: Giulio Romano, il quale sempre amò; Giovanni Francesco Penni detto il Fiorentino ed un non so che prete di Urbino, suo parente. Ordinò poi che per le sue facoltà in Santa Maria Rotonda si restaurasse un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove ed un altare si facesse con una statua di Nostra Donna di marmo, la quale per sua sepoltura e riposo, dopo la morte, si elesse e si lasciò ogni suo avere a Giulio, e Giovanni Francesco; esecutore del testamento Baldassarre da Pescia, allora Datario dei Papi. Si confessò e contrito finì il corso della sua vita il giorno medesimo 6 che nacque, che fu il Sabato santo del 1520, sì come di sue virtù abbellì il mondo così abbia di sé medesimo adornato il cielo.

Gli misero alla morte al capo della sala dove lavorava la tavola della Trasfigurazione, che aveva finita per il cardinale de’ Medici, la qual opera, nel vedere il corpo, e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno, che quivi guardava. La quale tavola, per la perdita di Raffaello, fu messa dal cardinale a S. Pietro in Montorio all’Altar maggiore, e fu poi sempre per la rarità d’ogni suo gesto in gran pregio tenuta.

Fu data al corpo quella onorata sepoltura, che tanto nobile spirito aveva meritato, perché non fu nessuno artefice, che dolendosi non piangesse ed insieme alla sepoltura non l’accompagnasse. Duolse ancora sommamente la morte sua a tutta la corte del papa, prima per aver egli avuto un ufficio di Cubicolario, ed appresso per essere stato sì caro al Papa, che la sua morte amaramente lo fece piangere. O felice e beata anima, da che ogni uomo volentieri ragiona di te e celebra i gesti tuoi ed ammira ogni tuo disegno lasciato. Ben poteva la Pittura, quando questo nobile artefice morì, morire anch’ella, che quando egli gli ocelli chiuse, ella quivi cieca rimase. Ora a noi che dopo lui siamo rimasti, resta imitare il buono, anzi l’ottimo modo da lui lasciatoci in esempio, e come merita la virtù sua e l’obligo nostro, tenerne nell’intimo gratissimo ricordo e farne con la lingua sempre onoratissima memoria».

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