La impresa di Fiume nell’analisi della stampa dell’epoca

 Il 13 settembre 1919, il quotidiano La Stampa di Torino titola: «Un colpo di mano di D’Annunzio a Fiume». L’articolista dell’organo piemontese riprende le diverse note dei quotidiani nazionali sull’impresa fiumana.

Una nota del Giornale d’Italia, pubblicata il giorno prima, secondo cui l’11 settembre Gabriele D’Annunzio aveva lasciato Venezia «per compiere il volo del suo cuore e di tutta Italia, per marciare su Fiume lungo la via di terra». Molti i volontari, «di fede giurata», che si sarebbero uniti al Comandante, il quale «a capo delle truppe liberatrici, è entrato oggi all’alba in Fiume». Si assicura che il «piano di azione […] sarà pacifico e cortese verso gli Alleati, che saranno invitati a lasciare libera la città e di quali si spera di ottenere il riconoscimento del diritto che Fiume ha di disporre di se stessa». I Legionari intanto, acquartierati nella città, attendevano l’arrivo dei reparti di bersaglieri ed il VI Reggimento di artiglieria. Nota trionfalmente il Giornale d’Italia: «La notizia è così grande che, contrapposta alle difficoltà che si dovevano superare, qualcuno potrà dubitare dell’esito».

L’Epoca, invece, pubblica un telegramma, ricevuto il 12 settembre alle ore 16: «Stamane, all’alba, mille volontari, capitanati da Gabriele D’Annunzio, dopo di aver marciato tutta la notte, sono entrati a Fiume. […] La città è attualmente sotto il controllo dei liberatori che dispongono di almeno duemila uomini. Grande entusiasmo regna tra i cittadini». Il giornale continua ragguagliando che, da alcuni giorni, era stata organizzata in Roma la raccolta dei volontari per la spedizione; lo stesso D’Annunzio non aveva nascosto le sue intenzioni: «Egli è partito ieri sera (l’11 settembre) in motoscafo da Ronchi, alla foce dell’Isonzo, ed è sbarcato nelle vicinanze di Fiume, dove i suoi volontari dovevano essere concentrati. […] Si sa che il proposito di D’Annunzio è quello d’impadronirsi della città e di proclamarne l’annessione al Regno».

L’Idea Nazionale, al contrario, registrava la mancata notizia «dell’avvenimento compiuto», ma il giorno 12 settembre, un telegramma del Comandante al direttore annunciava: «Il dado è tratto! Quando questa mia ti raggiungerà, io avrò occupato la città fedele. Mi levo febbricitante e parto perché è necessario. Vivere, star bene non è necessario. Quella di domani mattina sarà una bella alba! Ti abbraccio e abbraccio in te i compagni sinceri».

Francesco Saverio Nitti (1868 – 1953)

A Roma, la notizia suscitò clamore; alla Camera dei Deputati si svolse un colloquio, piuttosto animato, tra il generale Albricci, Ministro della Guerra, ed il Presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, collocati su posizioni contrapposte.

Al termine della seduta, i deputati, riversatisi nei corridoi, commentavano la notizia dell’impresa, chiedendo al Presidente del Consiglio – senza esito alcuno – dei particolari, limitandosi a sostenere che «D’Annunzio, con i suoi volontari, sarebbe partito da Ronchi, che si trova a poca distanza da Monfalcone, dirigendosi verso Fiume», aggiungendo di sperar possibile l’arresto della colonna, che si era posta in viaggio. Evidente la preoccupazione di Nitti, il quale avrebbe poi commentato: «Siamo alla vigilia della pace e con questo fatto vogliono affrettarla!».

Giovanni Sechi (1871 – 1948)

Alle 20, si tenne una riunione ristretta al Presidente del Consiglio, al Ministro della Marina, Giovanni Sechi ed al generale Albricci presso Palazzo Braschi; dopo una pausa veloce, per permettere ai tre uomini politici di rifocillarsi, la riunione sarebbe continuata sino alle prime luci dell’alba. «Evidentemente nella notte saranno prese deliberazioni importanti».

La Stampa registrò il forte nervosismo dell’ambiente politico per il gesto compiuto anche a causa della confusa attività comunicativa da parte dei giornali. Il Governo nel suo insieme valutava assai pericoloso il piano dannunziano, poiché gli Alleati mai avrebbero accettato l’occupazione armata di Fiume, chiedendo – magari – il ritiro immediato delle truppe. L’azione si sarebbe potuta rivelare assai ostativa all’accordo, siglato dai Ministri degli Esteri d’Italia, Inghilterra e Francia sulla questione adriatica. Probabile la ritorsione americana di bloccare ogni esportazione di genere alimentare verso il nostro Paese. Insomma, ci sarebbero tutte le condizioni, per ritenere formalmente gli esecutori della presa fiumana complotti contro gl’interessi dello Stato nazionale, poiché l’atto potrebbe scatenare delle ripercussioni sugli assetti definitivi degli accordi di pace.

Al generale Pittaluga, a capo delle truppe, sarebbe stato chiesto l’arresto di D’Annunzio; quale potrebbe essere la reazione degli «occupanti», che richiamerebbe l’attenzione delle Potenze dell’Intesa, le quali, al fine di ripristinare l’antico assetto, potrebbero inviare delle truppe a Fiume?

Il fronte ancor più preoccupante, che emergerebbe dalla situazione, riguarderebbe la mancata comunicazioni alle Istituzioni italiane preposte dell’imminente azione bellica su Fiume, poiché l’atto si sarebbe svolto nel più totale riserbo.

«A mezzanotte D’Annunzio è entrato in Fiume. Ormai non rimane che lasciare svolgere gli avvenimenti»

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