Dante: la vita dell’esule

Quando Dante seppe della condanna, provò a rientrare in Toscana e, così, si unì presso il castello di Gargonza, di proprietà degli Ubertini, agli altri esuli, al fine di collegarsi con i Ghibellini toscani e romagnoli, segnando il passaggio alla fazione opposta e ponendosi sotto la guida del conte Alessandro Guidi di Romena. Dovendo egli nominare dodici consiglieri, scelse il Poeta:

«In Siena intesa più chiaramente la sua calamità, e non vedendo alcun riparo, deliberò accozzarsi con gli altri usciti, ed il primo accozzamento fu in una congregazione degli usciti, la quale si fe’ a Gargonza; dove tra tante molte cose, finalmente fermarono la sedia loro in Arezzo; e quivi ferono campo grosso, e crearono loro capitano il conte Alessandro da Romena; e fermi dodici Consiglieri, del numero de’ quali fu Dante1».

Filippo IV il Bello (1268 – 1314)
Papa Bonifacio VIII (1230 ca. – 1303)

L’11 ottobre del 1303, morì Bonifacio VIII, il quale nel mese di settembre, per ordine di Filippo il Bello, era stato assalito ed imprigionato in Anagni da Giacomo Colonna Sciarra e da Guglielmo da Nogaret. 

Cardinale Niccolò Albertini (1250 – 1321)

Probabilmente ciò fu la causa principale della  morte di papa Caetani. Gli successe il domenicano Benedetto XI, il quale inviò in Firenze fra Niccolò Albertini, immediatamente ben ricevuto, perché

«di far pace tra’ cittadini d’entro e loro usciti di fuori, e di fare i priori, gonfalonieri e Signorie della terra a sua volontà. E ciò fatto, intese a procedere e a far pace tra’ cittadini; e rinnovò l’ordine de’ diciannove gonfalonieri delle compagnie al modo dell’antico popolo vecchio, e chiamò i gonfalonieri, e dié loro i gonfaloni al modo che son oggi. Per la quale nuova riformagione del cardinale, il popolo si riscaldò e rafforzò molto, e i grandi n’abbassaro, e mai non finaro di cercare novitadi e opporre al cardinale per isturbare la pace; perché i Bianchi e i Ghibellini non avessono stato, né podere di tornare in Firenze, e per poter godere i beni loro, messi in comune per ribelli in città e in contado. Per tutto questo il cardinale non lasciò di procedere alla pace2».

Egli invitò i Ghibellini d’Arezzo a rinunciare a qualsiasi atto di violenza, al fine di rimpatriarli, riconsegnare in Firenze i loro antichi diritti e collaborare al riordino della città. La proposta fu immediatamente accolta con gioia.

«Attese il cardinale ad avacciare la pace, e a darvi esecuzione. E prese per consiglio, per concordare le differenzie, di far venire de’ capi degli usciti di fuori, ed elessene quattordici. I quali vennono in Firenze sotto licenzia e sicurtà, e stettono oltr’Arno in casa i Mozzi; e fecionvi chiuse di legname e posonvi guardie per non potere essere offesi3».

Purtroppo non prevalse la buona volontà delle parti, perché i Neri continuavano a vantare la prepotenza su Firenze e, temendo che il cardinale parteggiasse per i Bianchi, l’8 maggio lo invitarono a Prato e successivamente a Pistoia3, dove introdussero delle dicerie sul siglato accordo tra la Chiesa ed i Bianchi a svantaggio della Repubblica e con grave danno alla parte Guelfa. Quando il messo pontificio tornò a Firenze, dovette sdegnosamente ritrarsi in Roma, abbandonando il capoluogo nel giugno del 1304, non prima aver lanciato l’interdetto2.

I Bianchi si rassegnarono alla ratifica dell’accordo, appressandosi alla guerra. Dopo aver composto un discreto esercito, composto anche dai Ghibellini di Arezzo, della Romagna, di Bologna e di Pistoia, giunsero, la sera del 21 luglio, alla Lastra di Montughi, a soli due miglia da Firenze. Il giovane comandante Baschira Tosinghi commise, per inesperienza, due errori, che si rivelarono fatali per la riuscita dell’operazione: giunse due giorni prima del convento, tanto da determinare la mancata unione con le truppe di Tolosetto Paolo degli Uberti, capo dei pistoiesi; Tosinghi rimandò altresì l’attacco2. Il 22 luglio finalmente le truppe si mossero alla volta del suolo fiorentino, passando presso la Porta degli Spadai, per entrare in Piazza San Giovanni, dove trovarono dei cittadini pronti allo scontro e quindi si diedero alla fuga. 

Farinata degli Uberti (1212 – 1264)

Poco lontano Tolosetto non riuscì a far desistere i suoi uomini dalla ritirata, come avrebbe commentato Farinata:

Ma non cinquanta volte fia raccesa

La faccia de la donna, che qui regge,

Che tu saprai quanto quell’arte pesa4.

Benedetto XI (1240 – 1304)

Intanto il 7 luglio 1304, era morto Benedetto XI, cui sarebbe succeduto papa Clemente V per volontà di Filippo il Bello, il quale chiese all’eleggendo di riconciliare il regno di Francia «perfettamente colla Chiesa, e facci perdonare del misfatto, ch’io commisi della presura di papa Bonifazio. Il secondo, di ricomunicare me e’ miei seguaci. Il terzo articolo, che mi concedi tutte le decime del reame per cinque anni, per aiuto alle mie spese, c’ho fatte per la guerra di Fiandra. Il quarto, che tu mi prometti di disfare e annullare la memoria di papa Bonifazio. Il quinto, che tu renda l’onore del cardinalato a messer Jacopo e messer Piero della Colonna, e rimettigli in istato, e facci con loro insieme certi miei amici cardinali. La sesta grazia e promessa mi riservo a luogo e a tempo, ch’è segreta e grande2»: il trasferimento della sede papale ad Avignone.

Clemente V (1264 – 1314)

Per il Poeta iniziò la vita dell’esule. Fu ospite di diverse corti della Romagna, quindi Bologna nel 1305. Intanto Firenze si armava contro i Bianchi di Pistoia, capitanati da Roberto d’Angiò, figlio di re Carlo II di Napoli, stringendo la città d’assedio il 20 maggio per circa un anno, fin quando non giunse il legato pontificio, Napoleone degli Orsini, che, per ordine di Sua Santità, pregò le truppe d’interrompere l’accerchiamento, pena le censure ecclesiastiche. D’Angiò obbedì, pur lasciando i suoi uomini, fin quando la città nell’aprile del 1306 si arrese. I Ghibellini, allora, si concentrarono nel Mugello, sperando di essere aiutati dal Cardinale Orsini, ma furono immediatamente repressi dall’assedio del castello di Montaccianico. Nel giugno del 1306, fu firmato l’accordo, secondo il quale lo sconfitto Ugolino di Felicione Ubaldini avrebbe risarcito dei danni di guerra; e tra i contraenti risultava il nome di Dante Alighieri.

L’anno seguente Dante si trasferì a Padova, poi nella Marca Trevigiana ed il 6 ottobre fu inviato nella Lunigiana da Moroello Malaspina, dove, nella primavera del 1307, negoziò la missione diplomatica per una possibile opzione di pace tra i Malaspina ed Antonio Nuvolone da Camilla, vescovo e conte di Luni, che fu firmata il 6 ottobre dello stesso anno.

Nello stesso anno dell’accordo, il Poeta si trasferì nel Casentino, dove avrebbe iniziato a svolgere la cantica dell’«Inferno».

Le trame politiche fiorentine erano sempre piuttosto accese, tantoché la parte ferita, riunitasi attorno alla famiglia Ordelaffi di Forlì, pensò di prepararsi ad un nuovo attacco contro i Guelfi, che avevano a capo il Cardinale degli Orsini.

Tra il 1308 ed il 1310, Dante soggiornò a Lucca e poi forse a Parigi, nonostante quanto ebbe a scrivere il Boccaccio:

«Ma poiché vide da ogni parte chiudersi la via alla tornata, e più di dì in dì divenire vana la sua speranza, non solamente Toscana, ma tutta Italia abbandonata, passati i monti, se n’andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio della filosofia e della teologia. Ed essendo egli a Parigi, e quivi sostenendo in una disputazione de quolibet, che nelle scuole della teologia si faceva, quattordici quistioni di diversi valenti uomini e di diverse materie, cogli loro argomenti pro e contra, fatti dagli opponenti, senza mettere tempo in mezzo raccolse, e ordinatamente, come poste erano state, recitò quelle; poi quel medesimo ordine seguendo, sottilmente solvendo e rispondendo agli argomenti contrarii: la qual cosa quasi miracolo da tutti i circostanti fu riputata».

Certamente nella sua dimora di Forlì seppe della discesa in Italia di Arrigo VII, verso cui nutrì la beata ipotesi di un rientro in patria. La soddisfazione fu ampiamente circoscritta nell’Epistola scritta «A tutti e a ciascuno re d’Italia, ed a’ senatori di Roma, a’ duchi, marchesi e conti, ed a tutti i popoli, lo umile italiano Dante Alighieri di Fiorenza, e confinato non meritevolmente, prega pace6», in cui il Poeta chiede all’Italia di rallegrarsi «la quale incontanente parrai per tutto il mondo essere invidiata, eziandio da’ Saracini; perocché il tuo sposo, ch’è letizia del secolo e gloria della tua plebe, il pietosissimo Arrigo, chiaro Accrescitore e Cesare, alle tue nozze di venire s’affretta. Asciuga, o bellissima, le tue lagrime, e gli andamenti della tristizia disfà; imperocché egli è presso colui che ti libererà dalla carcere de’ malvagi, il quale percuotendo i perpetratori delle fellonie, gli dannerà nel taglio della spada, e la vigna sua allogherà ad altri lavoratori, i quali renderanno il frutto della giustizia nel tempo che si miete6».

Dino Compagni (1246 ca. – 1324)

Dino Compagni lasciò nelle sua «Cronica» ampia traccia della discesa del nuovo imperatore:

«Iddio onnipotente il quale è guardia e guida de’ principi, volle la sua venuta (d’Arrigo) fusse per abbattere e castigare i tiranni, ch’erano per Lombardia e per Toscana, infino a tanto che ogni tirannia fosse spenta. Era uomo savio, di nobile sangue, giusto e famoso, di gran lealtà, pro d’arme; uomo di grande ingegno e di gran temperanza, d’età d’anni quaranta, mezzano di persona, bel parlatore, e ben fazionato.

Parte guelfa e ghibellina non volea udir ricordare, e la falsa fama l’accusava a torto. I Ghibellini diceano: E’ non vuol vedere se non Guelfi; e i Guelfi diceano: E’ non accoglie se non Ghibellini3».

Dante rimpatriò e soggiornò in Milano, dove protestò la sua fedeltà all’imperatore, quindi nel mese di marzo 1311 si spostò nel Casentino. Intanto i Fiorentini si preparavano ad un’ostinata e vigorosa resistenza contro Arrigo VII:

«Fecero mille cavalieri cittadini di cavallate, e si cominciaro a guernire di soldati e di moneta; e a fare lega col re Roberto (il quale era succeduto a Carlo II padre suo nell’estate del 1309), e con più città di Toscana e di Lombardia;  per tema della venuta dello imperadore si ordinarono a chiudere la città di fuori della porta a san Gallo insino alla porta di santo Ambrogio, detta la Croce gorgo, e poi insino al fiume d’Arno; e le mura dal prato d’Ognissanti già fondate, si le feciono inalzare otto braccia. E questo lavoro fu fatto subito e in poco tempo; la qual cosa fermamente fu poi lo scampo della città».

La dura presa di posizione infastidì Dante, che inviò una lettera il 31 marzo 1311 assai contrariata dell’«esule immeritevole». Egli espresse la convinzione che l’umanità necessitasse della monarchia, il cui diritto sarebbe spettato al re dei Romani, al quale i Fiorentini disubbidirono senza tema alcuna, nonostante il grande pericolo, che stavano correndo. Forse, non avevano ancor ben capito l’immane disastro, a cui stavano andando incontro, quando la terribile aquila romana li avesse attaccati. L’appello restò inascoltato.

Dopo l’incoronazione di Arrigo VII, iniziò la politica di pacificazione tra le diverse fazioni, che dilaniavano l’Italia. Operò rapidamente in Lombardia, richiamando dall’esilio i Visconti, estromessi precedentemente da Milano, provocando il rigetto da parte di Guido della Torre, che li aveva cacciati, così da organizzare una rivolta contro la decisione imperiale, che fu repressa, mentre Matteo Visconti era nominato vicario imperiale di Milano, coadiuvato dal cognato, Amedeo di Savoia, vicario generale in Lombardia. Quest’azione provocò la ribellione delle città guelfe, che montò ancor più, quando Arrigo pretese i diritti imperiali sulle terre comunali e pensò di sostituire i regolamenti comunali con le leggi imperiali.

Si passò alla repressione bruta e violenta verso i Comuni ribelli: Cremona cadde il 26 aprile 1311, quindi assediò Brescia; allora, Firenze guelfa si alleò con Lucca, Siena e Bologna, chiedendo supporto a Clemente V.

Date scrisse all’imperatore una lettera datata 16 aprile 1311, invitandolo a combattere contro Firenze; restò, ancora una volta, completamente inascoltato, poiché le truppe imperiali si diressero verso Genova e poi Pisa ed infine Roma, dove fu incoronato il 29 giugno 1312. Risalendo verso il Nord Italia, si fermò ad Arezzo, al fine di organizzare le truppe contro Firenze. Dopo aver sbaragliato le truppe ad Incisa Val d’Arno ed il 19 settembre 1312, entrò in Firenze senza conquistarla, concedendo tempo agli avversari di riorganizzarsi, mentre il 1 novembre, le truppe imperiali sfilavano verso Pisa.

Arrigo finì la sua vita a Buonconvento il 24 agosto 1313.

.

(1) LEONARDO BRUNI. Le vite di Dante e del Petrarca. A cura di A. Lanza. Pagine d’Archivio, Archivio Izzi 1987

(2) GIOVANNI VILLANI. Nuova Cronica, Libro VIII. Fondazione Pietro Bembo. Guanda editore 1991.

(3) DINO COMPAGNI. Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi. Classici BUR 1995.

(4) DANTE ALIGHIERI. Inferno, Canto X, vv. 179 – 181

(5) GIOVANNI BOCCACCIO. Trattatello in laude di Dante. I Grandi Libri Garzanti, Garzanti 1995.

(6) DANTE ALIGHIERI. Epistole di Dante Alighieri. A cura di Alessandro Torri. In Livorno coi tipi di Paolo Vallini, 1842.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close