Il mito del mondo infero

Plutone fu il terzogenito di Saturno e Cibele. Si schierò con il fratello, Giove, nella guerra contro il padre, ottenendo il dominio sul regno infero. Spesso era rappresentato nell’atto di rapire Proserpina. Sedeva su un trono di bronzo, appoggiato su diversi gradini, rappresentazione dei flagelli, che incombono sull’umanità. Il capo era cinto da una corona d’ebano, narcisi e cipresso. Colla destra impugnava una forca, nell’altra stringeva la chiave, che apre le porte dell’eternità. Presso la sua corte, prendevano posto il Furore, l’Odio, l’Ipocrisia, la Vendetta ed il Tradimento, mentre la Morte si ergeva, agitando la falce insanguinata.

Le anime estinte, per mezzo dell’attraversamento del fiume Stige, penetravano nel regno plutonico, al fine di essere punite o ricompensate. Secondo altri commentatori, l’ingresso si sarebbe trovato presso il campano lago Averno, attraverso cui Enea sarebbe stato condotto dalla Sibilla Cumana:

Era un’atra spelonca la cui bocca

Fin nel baratro aperta, ampia vorago

Facea di rozza e di scheggiosa roccia:

Da negro lago era difesa intorno,

E da selve ricinta annose e folte.

Escia della sua bocca all’aura un fiato,

Anzi una peste, a cui volar di sopra

Con la vita agli uccelli era interdetto;

Onde dai Greci si poi si disse Averno1.

Nella mitologia greca, l’inferno era diviso in due regioni: il Tartaro:

[…] la valle d’abisso dolorosa

che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.

.

Oscura e profonda era e nebulosa

tanto che, per ficcar lo viso a fondo,

io non vi discernea alcuna cosa2.

ed i Campi Elisi.

Non avea pur natura ivi dipinto,

ma di soavità di mille odori

vi facea uno incognito e indistinto3.

Francisco Goya – Saturno che divora i figli (Museo del Prado, Madrid)

Vi scorreva il fiume Lete, le cui acque cancellavano il passato delle anime. Saturno, in compagnia della moglie Rea, vi regnava nel ricordo dell’Età dell’Oro.

L’Inferno era attraversato da quattro fiumi: l’Acheronte, figlio d’Apollo e della Terra condannato a trasformarsi in Acqua per aver somministrato la bevanda ai Giganti, quando mossero la battaglia contro Giove. I poeti lo immaginarono come un uomo d’età avanzata, mentre si riposa sopra un’urna nera.

Il Cocito, che circondava il Tartaro, era formato dalle lacrime dei dannati, sulle cui sponde vi era una porta, che permetteva l’accesso all’Averno.

Il Flegetonte, fiume infuocato, circondava il Tartaro. A causa delle fiamme perenni, non vi cresceva alcuna piantagione nei d’intorni. Dopo lungo corso, opposto al Cocito, si gettava com’esso nell’Acheronte.

Lo Stige esalava dei vapori mortiferi, mentre girava per nove volte intorno all’Inferno. Quando Giove raccolse gli dei contro i Giganti, Stige accorse con le figlie, Forza e Vittoria, e fu ricompensato dall’Olimpico, che elesse le sue acque atte a stringere sacri vincoli, che, se fossero stati contraddetti, avrebbe decretato pene severissime ai trasgressori.

L’Erebo, figlio del Caos e della Notte, fu anch’esso trasformato in un fiume e posto nell’Inferno, per essersi schierato dalla parte dei Titani in opposizione a Giove.

Il Lete, infine, o fiume dell’Oblio, era raffigurato come un vegliardo, che stringeva un’urna tra le mani, e la tazza dell’oblio nell’altra.

Gustavo Dorè – Caronte

La figura mitologica di Caronte, figlio dell’Erebo e della Notte, rappresentava il nocchiero dedicato al trasporto delle anime dannate dietro il pagamento di un obolo.

La porta dell’Inferno era difesa da Cerbero, cane a tre teste con un collo cinto di serpenti:

Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi è sommersa.

.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

e ’l ventre largo, e unghiate le mani;

graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra4.

Gustavo Dorè – Cerbero

Il personaggio mitologico del cane a tre teste era derivato dalla favola egiziana, che affidava la custodia dei sepolcri ai cani, per impedire che le belve potessero dissotterrare i cadaveri.

Gustavo Dorè – Minosse

Le colpe dei dannati, condotti da Ermes, erano esaminate da tre giudici, di cui il presidente era Minosse, figlio di Giove e d’Europa, che si distinse in terra quale saggio e giusto reale dell’isola di Creta. Ogni nove anni si ritirava presso una grotta, per ricevere da Giove le istruzioni necessarie, per conseguire il buon governo.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l’intrata;

giudica e manda secondo ch’avvinghia5.

Il giudice Eaco, figlio di Giove e d’Egina, esaminava le posizioni dei popoli europei. Fu un equilibrato e saggio re dell’isola di Egina, tantoché gli fu affidato il compito di reggere la bilancia del vizio e della virtù. Ebbe due figli: Telamone, esiliato dal padre, per aver ucciso il fratello minore Foco. Partecipò alla spedizione degli Argonauti ed alla presa della città di Troia, dove riuscì ad entrare per primo nelle sue mura. In premio si meritò in moglie la figlia di Laomedonte, Esione.

Il giudice Radamanto, figlio di Giove e d’Europa, fratello di Minosse, giudicava i popoli asiatici. Fu marito di Alcmena, rimasta vedova di Anfitrione. Regnò in Oecalia, nella Beozia, dove importò le leggi cretesi.

Gustavo Dorè – Le Furie

Le Furie, divinità infernali, Megera, Tesifone ed Aletto, erano figlie dell’Acheronte e della Notte. Erano rappresentate d’aspetto terribile, con le vesti insanguinate, ed erano dette Erinni; quando invece mostravano vesti candide erano chiamate Eumenidi. Avevano ali di pipistrello, ed attorno al capo vi erano attorcigliati dei serpenti. Erano state preposte dagli dei a tormentare le anime dei perversi, e castigare gli uomini sulla terra, scatenando ogni flagello, volere della collera celeste. Nella città di Acaia, fu eretto un tempio in loro onore e quando il colpevole vi si avvicinava cadeva vittima un delirio spaventoso, che lo avrebbe condotto da lì a poco alla morte. Gli uomini vi sacrificavano arieti e tortore, emblema dell’innocenza. Oreste, figlio di Agamennone, tentò di placarle innalzando in Arcadia un tempio, ordinando di incoronare le loro statue di zafferano e narcisi. Adornò gli altari con frutta e miele, quindi immolò una pecora nera, mangiandone le carni sopra un rogo di cipresso, biancospino e ginepro. Le Furie apparvero in veste bianca ed Oreste fece innalzare un secondo tempio in onore delle Eumenidi, incoronandole d’ulivo e sacrificando due tortore, mentre versava dell’acqua da alcuni vasi fasciati di lana d’agnello.

Ecate

Ecate rappresentò la più potente dea infernale, stabilitasi sulla soglia del Tartaro, minacciosa e terribilmente immaginata con tre teste d’uomo o di cane; una corona di querce le incorniciavano i capelli. Imbracciava una face e un pugnale colla mano destra; nell’altra una chiave e una tazza funebre. Dei cani minacciosi erano presso i suoi piedi. La divinità si presentava in triplice forma: Ecate quale signora dell’abisso infernale, dispensatrice di tesori per gli adoratori, assisteva ai consigli dei re. Spesso si recava sulle pendici e nelle valli, per accrescere o diminuire le greggi. Per ingraziarsene i favori, gli uomini imbandivano un banchetto in suo onore, a cui invitavano i poveri.

Febea regolava il regolare corso della luna; ed infine Diana, domina dei boschi.

Altre tre divinità presiedevano alla vita ed alla morte: le Parche (Cloto, Lachesi ed Atropo), figlie di Giove e Temi o della Notte, le quali, al contrario del significato etimologico, non erano inclini al perdono. Vivevano nel fondo di una grotta, appena illuminata da una lampada, assise in trono, vestite con una cappa filavano la vita dei mortali. Il nero avrebbe simboleggiato una vita corta e sventurata, il bianco un’esistenza appena più lunga; molto raramente l’oro, dedicata a coloro che avrebbe vissuto felicemente.

La Notte, dea delle Tenebre, era figlia del Cielo e della Terra; sposò Acheronte, da cui concepì le Furie, mentre per partenogenesi la Morte. Fu rappresentata con la testa svolazzante di teste, mentre indossava un manto azzurro. Scorreva per il cielo sopra un carro d’ebano appena posato il sole, seguita dal corteggio delle Costellazioni. Espero, fratello o figlio d’Atlante fu trasformato in astro della sera e del mattino sotto il nome di Lucifero, era il custode del prezioso mezzo di viaggio. Spesso recava in braccio due bambini: il nero, emblema della morte o della notte; il bianco, simbolo del sonno o del giorno.

Il Sonno, figlio dell’Erebo e della Notte, abitava in un antro impenetrabile ai raggi solari, impreziosito da piante soporifere. Da esso, nasceva il fiume dell’Oblio.

La Morte, figlia dell’Erebo e della Notte, si mostrava quale divinità inesorabile. Era rappresentata armata di falce e di un corno, il corpo malamente coperto da una gramaglia nerastra.

I Mani erano distribuiti in tre specie: le anime dei morti virtuosi, le larve o geni malefici degli scellerati, e quindi i custodi delle tombe, per cui le iniziali D – M (Diis Manibus) erano iscritte sui sepolcri.

I Giganti furono precipitati nel Tartaro, schiacciati sotto il peso del monte Etna.

Sisifo, figlio di Eolo, fu condannato all’infero mondo da Giove per aver devastato l’Attica. Avrebbe spinto eternamente sopra una montagna un sasso enorme, che sarebbe quindi rotolato a valle.

Tantalo, figlio di Giove, fu re della Lidia. Si dimostrò così terribilmente avaro che un giorno ebbe come ospite i Numi, i quali, dopo essersi accorti della sua taccagneria, rifiutarono il poco cibo offerto, meritandosi la condanna eterna da parte dell’Olimpico padre.

L’immaginosa fantasia dei poeti creò un’infinità di deità minori.

.

(1) PUBLIO VIRGILIO MARONE. Eneide, Canto VI, vv. 350, 359.

(2) DANTE ALIGHIERI. Inferno, Canto IV, vv. 8 – 12.

(3) DANTE ALIGHIERI. Purgatorio, Canto VII, vv. 79 – 81.

(4) DANTE ALIGHIERI. Inferno, Canto IV, vv. 13 – 18.

(5) DANTE ALIGHIERI. Inferno, Canto V, vv. 4 – 6.

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