Le lettere di Giuseppe Verdi a Maria Waldmann

Maria Waldmann (1845 – 1920)

Maria Waldmann nacque a Vienna il 19 novembre 1845. Studiò in Italia con il celebre Francesco Lamperti, maestro di molte dive, debuttando a Ferrara, nel 1869, nella parte di Fidès de Le prophète di Giacomo Meyerbeer. Fu scritturata, assai giovane, da Verdi, per ricoprire la parte di Amneris nell’Aida, nella prima italiana dell’8 febbraio 1872 presso il Teatro alla Scala.

Così il grande musicista si esprimeva con Tito Ricordi in una lettera del 22 maggio 1871:

«Da quanto so e da quanto dici Stagno e la Waldmann sarebbero forse stati eccellenti per l’Aida alla Scala. Saranno inesperti, ma sono giovani, e quando vi è voce e sentimento io son sempre per i giovani; se ne fa sempre quello che si vuole».

In questo scorcio di lettera, emerge un chiaro consiglio ai musicisti: affidarsi ai giovani, quando essi dimostrino di possedere «voce e sentimento»; uno sprone a riporre fiducia a chi s’affaccia per la prima volta nel sacro luogo dell’arte.

Alessandro Manzoni (1785 – 1873)

Il Maestro rimase assai soddisfatto dell’interpretazione milanese dell’Aida, tanto da proporre Maria anche per l’esecuzione napoletana. Due anni più tardi (il 22 maggio 1874) pretese per lei la parte del Mezzosoprano per la Messa da Requiem in onore di Alessandro Manzoni, che sarebbe stata eseguita nella Chiesa di S. Marco in Milano.

La carriera dell’artista, così tanto ammirata dal Maestro, si rivelò piuttosto breve: dal 1871 al 1874, cantò più volte alla Scala, congedandosi poi dal pubblico al Teatro Malibran di Venezia nel 1876, anno in cui sposò il duca Galeazzo Massari. Verdi, rimasto grande ammiratore, la invitò a non abbandonare comunque il canto, chiedendole più volte di rivederla, per udirla. Il 30 giugno 1879, tornò eccezionalmente, sempre al Teatro alla Scala, per cantare nuovamente il Requiem verdiano in occasione di una serata a vantaggio degli inondati. Morì nel il 6 novembre 1920 a Ferrara.

La preparazione della Messa da Requiem

Il Maestro ricevette una lettera dal mezzosoprano il 10 novembre 1873, durante la sua residenza a Genova, colla quale ringraziava l’artista, per aver accettato di cantare nel Requiem e, nel contempo, invitarla, al suo rientro, a Genova «per passare la vostra parte».

Nel marzo del 1874, il Maestro era, in compagnia della moglie, Giuseppina, ancora a Genova, da dove inviava una nuova lettera alla Waldmann, che si trovava al Cairo, in cui esprimeva le sue felicitazioni, perché l’artista avrebbe fatto visita presso S. Agata:

«Badate che ritengo la vostra parola come una promessa; e ritengo altresì che i galantuomini tanto feminini che mascolini debbano mantenere le promesse».

Si dimostrò assai interessato all’attività della cantante:

«Ditemi dei vostri successi, dell’andamento del Teatro, e ditemi anche del successo degli altri. – Quindi un’assicurazione -: Voi potete dirmi liberamente tutto, perché spero che mi conoscete abbastanza per sapere che non sono ragazzo (pur troppo!) e che so rispettare le confidenze degli amici e tacerle.

Ditemi se è vero che si fa il Don Carlos. Se è, scrivetemene il successo proprio… là…   largo e tondo. Ed avete fatta l’Aida? E come è andata? Ditemi anche quando sarà andata in scena la Messa… Insomma tutto, tutto, non vi rincresca, mia cara Maria, di rubare una mezz’ora ad altra lettera più piacevole; ma infine voi sapete che fate piacere ad un amico che vi vuol bene e vi stima come donna e come artista». La curiosità del Verdi è lampante, così come chiara è la dichiarazione di ammirazione.

Nel 1875, Verdi seppe dell’imminente abbandono delle scene da parte del Mezzosoprano, «deplorandolo»; quindi un ragguaglio per un’esecuzione della Messa a Parigi:

«Io v’ho scritto, come sapete, un solo nel Dies irae sulle parole Liber scriptus»; il Maestro quindi aveva composto un pezzo appositamente per le qualità della Waldmann.

Il 15 novembre 1874, Giuseppe Verdi fu nominato Senatore del Regno; tra i tanti telegrammi di congratulazioni, non poteva mancare quello del Mezzosoprano, al quale il Maestro rispose, il 9 gennaio 1875, con la solita modestia un poco rude, che tanto lo caratterizzava:

«Voi mi dite un monte di belle cose e graziose, come siete voi, sulla mia nomina di Senatore; ma voi sapete che una buona parola ed una stretta di mano da un amico, su cui possa contare, mi è più cara di qualunque titolo. Datemi dunque una buona stretta di mano e non ne parliamo più».

Poi il Maestro, informava la gentile amica della situazione di alcuni teatri italiani:

«In Italia i teatri vanno come al solito, un po’ bene, un po’ male. A Milano molto freddamente; a Genova così così; a Venezia poco bne; a Torino benissimo Aida; a Mantova pure idem; a Roma gli Ugonotti molto bene. Mi dicono orchestra e cori buonissimi, benché troppo forti. Ah, questi direttori, anche i migliori, non sanno mai farsi ubbidire! Ah, quando si hanno dei buoni elementi sotto le mani, si fa quello che si vuole, e si deve ottenere tutto!».

Verso l’Otello

Il 22 maggio 1878, saputo dello stato di dolce attesa della Waldmann, Verdi inviava immediatamente le sue congratulazioni:

«Sono felice sentirvi in ottimo stato di salute, e spero che le cure ed i riguardi moltissimi metteranno il colmo alla vostra felicità, dando un erede al vostro fortunato Conte».

Il Maestro – come sappiano – accarezzò appena le gioie della paternità, purtroppo recise violentemente dalla morte dei due figli, ancora in tenera età.

Ancora in una lettera del 25 agosto del 1878:

«Parliamo un po’ di voi, che spero, malgrado il vostro stato,starete bene; e starete bene anche in seguito, e prima, e dopo. Coraggio, coraggio! Non abbiate nessun timore, che questo completerà la vostra felicità, aggiungendo alle vostre molte gioie quella dolcissima di madre!»

Appena si compì il felice evento, Verdi partecipò, attraverso un telegramma del 3 dicembre 1878 alle congratulazioni generali:

«Non so dirvi come io sia di contento di sentire le vostre notizie così belle e liete; e mi pare di vedervi e leggervi in volto tutte le vostre gioie di moglie e di madre… madre!! Di un eroe di tre mesi!».

Quindi ancora il ricordo della felice collaborazione, che molto probabilmente lasciò un fortissimo ricordo nella memoria artistica del Maestro.

«Dunque andrete a Roma ed a Napoli: ma sapete che è molto probabile, anzi quasi sicuro, che c’incontreremo o nell’una o nell’altra di quelle città, e forse in tutte due? Che piacere per me, e credo anche per voi, ritornare ora en amateur in quelle città ove fummo sei o sette anni col Don Carlos e coll’Aida. Quante vicende dopo! E quanti allora momenti lietissimi… Ma tutto passa!».

Il 18 novembre del 1883, Verdi confessava una sua intima consuetudine:

«La musica è una gran bella cosa, soprattutto quando si fa en amateur; ed io stesso, che sono tanto vecchio, passo e ripasso del vecchio, del nuovo e tutto quello che mi capita fra le mani».

Le ultime lettere

Il primo gennaio del 1890, Verdi manifestò in una lettera tutto il suo entusiasmo per la signora Waldmann, ricordando «quei tempi lieti, felici, che voi, malgrado lo splendore della vostra attuale posizione, non avete dimenticati».

E quasi sul finir dell’anno (il 29 dicembre del 1890), il Maestro ricordava come non avesse dimenticato «Amneris, né le vostre tanto grate escursioni artistiche per la Messa. Bei tempi!… benché un po’ lontani!».

I ricordi sembrano riempire la testa dell’anziano, grande Maestro, come ribadiva in una lettera del 21 dicembre 1895:

«[…] le vostre lettere mi rammentano una grande Artista, una gentile Signora, ed un eccellente cuore. Le gioie artistiche sono passate (ahimè, tutto passa), ma resta sempre la ricordanza di questo passato tanto caro, che allieta la vita, e fa sopportare i malanni dell’età».

L’ultima lettera fu datata 22 dicembre 1900, la pubblichiamo integralmente:

«Carissima Duchessa; Grazie mille volte della vostra cordiale ed amichevole lettera.

Sento col più gran piacere le gioie vostre e della vostra famiglia. Siate felici sempre!

In quanto a me non saprei cosa dirvi; non sono ammalato, ma la vita e le forze diminuiscono di giorno in giorno. Tutto m’affatica! E’ naturale…

Scusate la brevità di questa lettera: scrivo a stento.

Vogliatemi bene come io ne voglio a voi. Salutate i vostri.

Tutte le volte che mi scrivete è gioia per me. Vi stringo la mano».

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