Pasolini moralista cercava lo scandalo

All’indomani dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini, Tuttolibri, settimanale de La Stampa, celebrò il Poeta delle Ceneri con una serie di articoli, pubblicati l’8 novembre 1975, che tentarono d’illustrare la complessa figura dell’Intellettuale friulano.

Alberto Cavallari lo definì un «personaggio ingombrante di poeta, di regista, di narratore, di traduttore, di scrittore teatrale, di critico, di polemista, di poligrafo», ricordando come «nelle storie letterarie – fosse stato già scritto – che, dopo D’Annunzio, non si era mia vista in Italia uno scrittore così onnipresente».

La critica osservò la sua «splendida capacità di bruciare tutto, saccheggiando, da ogni parte e da ogni angolo, il gran tesoro delle esperienze italiane – sommando – alla nota romantico – dionisiaca quella crepuscolare, e a questa la vena del poeta civile».

«Cosa è stato Pasolini? – si domanda l’articolista – Vi sono persino ritratti che lo dipingono col volto scavato, chiuso tra bozze ossute, come Dostoevskij».

Negli anni Sessanta, «finiti gli astratti furori di Vittorini, esaurita la disperazione esistenziale di Pavese, bisogna riconoscere che l’uomo che tiene la scena è Pasolini. Nel suo lavoro c’è di tutto. C’è la pedanteria del professore bolognese – friulano che cura antologie dialettali, subito dopo che il neorealismo del dopoguerra ha messo di moda la lingua popolare. C’è il suo debutto di poeta dialettale – elegiaco che si getta nella scia di Noventa, dei Marin, dei Giotti, per concorrere alla famosa “trasfusione di sangue” operata nella poesia del Novecento».

La venuta a Roma determinò la ricerca di una «fisicità esistenziale», che sarebbe diventata il so assoluto quello dei suoi «ragazzi di borgata»; il poeta marxista che ama dissacrare; il regista di «Teorema», che si dedica alla «sacralità dell’autentico»; l’esteta dotto provocatore del «Decameron».

Pasolini reca con sé una sua mistica, che rovescia Vittorini e Pavese ed al centro c’è la «ricerca dell’assoluto, di un altro senso religioso della vita, sia attraverso la formula un po’ dannunziana della straripante “fisicità del reale”, sia attraverso la predicazione libertaria che lo rende fustigatore, suscitatore di scandali, un po’ “piagnone”, ultramoralista. La vena pascoliana gli offre l’elegia, il dialetto, il pauperismo; la vena dannunziana la “voluttà del reale”, la fede nell’irrazionale come matrice di verità esistenziali “innocenti”, non adulterate, più vicine alle radici della vita, il senso del dionisiaco e dell’erotico come assoluto. In ultimo, la vena cattolica, fustigatrice, che lo portava a produrre film evangelici, che tutto traduceva in culto “dell’autentico».

Tra gli anni Cinquanta e Settanta, il personaggio, così emblematico e ricco di contraddizioni, spazia, attraverso la sua opera, in gesti poetici, in immoralità. La sua opera cinematografica è stata ben amministrata, mescolandosi alla predicazione di poeta maledetto. In lui viveva l’intellettuale sperimentale, venuto da «Officina» ed il fautore «dell’applicazione integrale di messaggi cristiani, cristiano – marxisti, in ogni caso, “totali”».

Poi, un ricordo personale.

«Oltre vent’anni fa, c’incontrammo per caso ad Urbino. Volle salire sul poggio dove Pascoli aveva visto volare l’aquilone. Disse che la giudicava tra le poesie più belle di tutti i tempi, e probabilmente era vero. Dietro la sua «squisita nevrosi» spesso limpidamente creativa, spesso frenata nell’estetismo, spesso affondata in confuse tensioni ideologiche, Pasolini aveva continuato per tutta la vita una sua richiesta d’«aquiloni», esercitata col gusto del frenetico, con i modi del nostro tempo, ma sempre sincera. Crepuscolare ma violento, astutamente cinematografico ma autenticamente “arrabbiato”. Pasolini si era, dopo tutto, trascinato dietro per anni un desiderio d’«innocenza» pascoliana. Così, facendo un primo bilancio, lo si scopre ovunque. Anche là dove, nella sua opera, si vedono solo le immagini di un ventennio fangoso e disperato, che ha cercato di esprimere e di provocare».

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