Paolo IV: un papa inquisitore

Gian Pietro Carafa fu eletto il 23 maggio 1555 ed assunse il nome di Paolo IV. Era nato il 28 giugno 1476 in un paese dell’avellinese, Sant’Angelo della Scala, in una nobile famiglia napoletana. Sentì sin da giovinetto il desiderio di consacrarsi a Cristo, e così, a 14 anni, entrò nel convento napoletano di S. Domenico Maggiore, nonostante le resistenze della famiglia, contraria a simile scelta.

Alessandro VI (1431 – 1503)
Cardinale Oliviero Carafa (1430 – 1511)

Il giovane fu poi inviato a Roma, per completare gli studi teologici, sotto la guida dello zio cardinale, Oliviero Carafa, che lo avrebbe introdotto in curia, sotto il regno di Alessandro VI. Giulio II lo nominò protonotario e vescovo di Chieti. Nel 1518, gli fu affidata la diocesi di Brindisi, poi nunzio in Inghilterra e, successivamente, a Madrid, dove tentò di convincere Ferdinando I a rinunziare al regno di Napoli, per cederlo a Roma, dove avrebbe collaborato alla stesura della bolla Exurge Domine contro lo scismatico Martin Lutero.

Gaetano da Thiene (1480 – 1547)
Giulio II (1443 – 1513)

Essendo ormai decisa la via verso il cardinalato, rinunciò ai beni paterni, entrò nell’oratorio del Divino Amore, per poi fondare con Gaetano da Thiene l’ordine dei Teatini, che assai si prodigarono dopo il Sacco di Roma in aiuti ai colpiti, mentre Carafa riparava a Venezia, dove avrebbe continuato l’opera di assistenza per l’oratorio di San Nicolò da Tolentino.

Gasparo Contarini (1485 – 1552)
Ippolito d’Este (1479 – 1520)

Ebbe colloqui importanti con Gasparo Contarini nella riforma dei costumi del clero locale, quando fu richiamato a Roma da Paolo III, perché fosse creato cardinale e qual membro della commissione cardinalizia, che avrebbe scritto un memoriale per la riforma generale della Chiesa.

Nel 1542, fu chiamato a dirigere l’Inquisizione romana del Sant’Uffizio, al fine di perseguire gli eretici ed il malcostume regnante.

Paolo IV intese ravvivare la vita interna della Chiesa, ripristinando l’antica disciplina. Si volse verso il popolo, sgravandolo in parte dal peso fiscale e chiudendo gli Ebrei nel Ghetto.

Non esitò quando si trovò di fronte a collaboratori corrotti, bandì dallo Stato il cardinale Ippolito d’Este, accusato di simonia, per essere eletto papa. Pur condannando la pratica del nepotismo, non si rivelò esente, favorendo i nipoti Giovanni, conte di Montoro; Antonio, marchese di Montebello; e Carlo, che s’era dimostrato un ottimo armigero, al quale affidò il pesante incarico di ridurre l’Italia alle dipendenze dello Stato pontificio, per imporre la volontà cristiana. Fu nominato cardinale, nonostante i dubbi trascorsi bellici, e gli fu affidata la direzione degli Affari di stato. Si mise immediatamente al lavoro, radunando le persone più fide, tra cui Giovanni della Casa, per impostare un piano contro la Spagna.

Già nell’estate del 1555, i fratelli Sforza di Santafiora, di parte imperiale, dirottarono su Civitavecchia due galere francesi, che stavano rientrando in Francia, al fine d’impadronirsene. Quindi proseguirono per Napoli, per consegnarle al viceré. I francesi reclamarono per il grave sopruso, ed il Papa ordinò inascoltato la restituzione delle navi, senza concertare l’intervento con l’inviato imperiale. Fu l’occasione perché il cardinale Guido Ascanio Sforza di Santafiora riunisse l’inviato di Carlo V assieme ad alcuni nobili romani, per preparare una sommossa nello stato pontificio. Paolo IV ordinò la carcerazione dei congiurati ed intimò la consegna alle truppe pontificie di alcuni castelli in feudo alla Chiesa. I Colonna rifiutarono, riparando nel regno di Napoli, mentre il papa chiedeva un rafforzamento delle truppe, che furono ricevute e benedette in Piazza S. Pietro. Carlo continuò la sua politica antispagnola, convincendo il papa di azioni violente da parte della Toscana e di Napoli. Il 15 dicembre fu firmato un patto tra Francia e Vaticano contro gl’imperiali, con cui l’Italia sarebbe stata divisa tra i due alleati.

Il 10 gennaio 1556, Giovanni Carafa, nipote del pontefice, fu nominato capitano generale della Chiesa e ricevette dei castelli di proprietà dei Colonna. Mentre s’era sull’orlo del baratro, nel mese di febbraio fu sancita una tregua quinquennale tra Enrico II e Carlo V, costringendo Carlo Carafa a partire per la Francia, per convincere il re a stracciare il patto segnato. Roma si preparava alla guerra colla fortificazione delle mura cittadine. Napoli ordì un attacco preventivo con l’invio nella capitale di un esercito di 12.00 uomini, che non incontrò alcuna difficoltà. Col passar dei giorni, l’avanzata terrorizzò la popolazione, che sgombrò facilmente, e quando cadde Ostia, il cardinale Carafa fu costretto ad incontrare il duca d’Alba, inviato di Napoli, per ottenere un armistizio.

Alla fine del mese di gennaio 1557, Enrico II mosse a sorpresa guerra alla Spagna nelle Fiandre col contemporaneo invito in Italia di un esercito in aiuto alle forze pontificie, che, in aprile, invasero il Napoletano, respinte. Il 10 agosto si celebrò la vittoria di Napoli, mentre Enrico II richiamava l’esercito, per difendere la patria. Intanto a Roma, le truppe spagnole tentavano di scavalcare le mura, inducendo il papa a desistere dalla difesa. L’8 settembre a Cave fu firmata la pace, che stabilì la riconsegna alla Chiesa dei territori conquistati, così come ai baroni le loro proprietà. Il papa convocò per il 15 settembre il concistoro, onde procedere alla ratifica, ma il giorno innanzi straripò il Tevere. Purtuttavia, il 29 settembre, il duca d’Alba entrò solennemente in Roma, per essere ricevuto da Paolo IV.

Dopo la terribile disfatta, il papa lasciò i doveri temporali in mano al nipote, Carlo, per concentrarsi sull’aspetto spirituale del suo mandato, ponendo la massima attenzione sullo strumento dell’Inquisizione, di cui estese i poteri, nominando Michele Ghislieri, futuro Pio V, a capo dell’ufficio. Nel 1557, fu pubblicato l’Index librorum prohibitorum, che avrebbe suscitato polemiche e malumori nell’alveo della cultura dell’epoca.

Intanto montava lo scandalo attorno alle attività pubbliche e soprattutto private del cardinal nipote, Carlo, piuttosto propenso ad un uso scriteriato del denaro pubblico, tantoché il papa ordinò ad un teatino di svolgere indagini in merito. A seguito delle dichiarazioni rese, nel mese di gennaio 1559, Paolo IV convocò i cardinali, onde rivelare le cattive azioni dei membri della famiglia Carafa. Il nipote, Carlo, fu licenziato; il duca, Giovanni, fu congedato dalla direzione dell’esercito pontificio; il marchese, Antonio, fu dimesso dal governo della città. Ai rei fu ordinato di lasciare Roma nei primi giorni di febbraio, mentre il papa denunciava di esser stato ingannato ai rappresentanti delle provincie dello stato, e dichiarava che sarebbe intervenuto tempestivamente, al fine di ristabilire un contegno moralizzatore nell’ufficio della Cosa pubblica, e una marcata disciplina nella vita del clero.

Durante l’estate, il papa accusò un forte peggioramento dell’idropisia, di cui soffriva da tempo, spirando il 18 agosto 1559, mentre nella città di Roma scoppiavano tumulti contro la famiglia Carafa. Fu data alle fiamme la sede dell’Inquisizione, distruggendo gli atti processuali, in Campidoglio fu abbattuta la statua del pontefice, mentre il popolo si divertiva in satire e pasquinate rivolte contro il defunto papa.

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