Giacomo Leopardi: il sodalizio con Antonio Ranieri

Antonio Ranieri (1806 – 1888)

Antonio Ranieri nacque a Napoli nel 1806 in una famiglia agiata. Sin dalla giovane età, iniziò a viaggiare, desideroso di conoscere il mondo, d’istruirsi e, nello stesso tempo, di godere la vita.

Carlo Troya (1784 – 1858)

Nel 1826, si recò a Roma, dove incontrò Carlo Troya, amico di famiglia, esiliatosi poiché coinvolto nella rivoluzione del 1820; quindi si spostò in diverse città della Toscana, per rintracciare e stabilire dei contatti coi concittadini esuli.

A Firenze, frequentò il Gabinetto Vieusseux, dove, il 29 giugno 1827, conobbe Giacomo Leopardi, col quale sarebbe entrato in grande intimità. L’anno appresso gli fu comunicato di essere stato anch’egli esiliato dal regno, perché sospettato di liberalismo. Quando la mamma si ammalò gravemente, richiese al Governo toscano un passaporto, onde rivederla, ma la genitrice spirò dopo pochi giorni.

Maddalena Pelzet (1801 – 1854)

Nell’autunno, Giacomo ritornò a Recanati, mentre Ranieri riprendeva i suoi viaggi, spostandosi nelle più importanti città europee. Solo nel 1830, rimpatriò a Genova, per incontrare Maddalena Pelzet, amica del Niccolini, colla quale iniziò una relazione. Tornato a Firenze, visitò Giacomo, nel suo quartierino in Via del fosso: il 10 settembre 1830. Lo trovò emaciato, stanco, deperito, preoccupato dal necessario ritorno a Recanati. Fu mosso a sincera commozione, cosicché gli offrì la sua amicizia. Desideroso di rivedere la Pelzet, che s’era trasferita a Roma, per partecipare ad alcune commedie, informò Giacomo dell’idea di raggiungerla. Il Poeta allora lo raccomandò all’amico Pietro Visconti:

«Antonio Ranieri, cavaliere napoletano, qui mores hominum multorum vidit et urbes, giovane d’ingegno raro, di ottime lettere italiane, latine e greche, di cuore bellissimo e grande. Desidera acquistar conoscenza massimamente di giovani e di belle donne, desidera cercar nelle biblioteche. Pochi possono soddisfarlo di queste cose come puoi tu; ed io, se lo farai, te ne sarò tenutissimo».

Paolina Leopardi (1800 – 1869)

Mentre Ranieri raggiungeva Roma, Luigi De Sinner, filologo svizzero, diventò un appassionato frequentatore del Gabinetto Vieusseux. Per il suo Tesoro dello Stefano, chiese la consulenza del Leopardi, avendo conosciuto i suoi lavori giovanili di filologia. L’incontro avvenne, con la benedizione dello stesso Vieusseux, il 23 ottobre in casa del Poeta. De Sinner rimase folgorato dalla preparazione dell’interlocutore, tanto che ne informò tutti gli amici fiorentini, che spronò ad una maggiore generosità verso lo sfortunato Letterato, il quale informò la sorella, Paolina:

«Egli, piacerà a Dio, redigerà i miei lavori e li completerà, facendoli pubblicare in Germania; e a me promette danari e un gran nome».

Monaldo Leopardi (1776 – 1847)

Monaldo pensò bene di avvisare l’illustre figlio degl’inganni, di cui sarebbe potuto esser vittima; purtroppo ebbe ragione, poiché nulla si realizzò. Leopardi assolse l’amico da ogni responsabilità, accusando il destino perfido ed avverso ai suoi desideri.

Il 10 novembre, Ranieri tornò dalla trasferta romana, e tre giorni più tardi, fu cacciato dalla polizia toscana, gettando in ansia il Recanatese.

Alla fine di novembre, Leopardi sottoscrisse col libraio Piatti la pubblicazione dei suoi Canti dietro il compenso di ottanta zecchini; Antonio Ranieri avrebbe provveduto alla correzione delle bozze. Fu motivo perché il Poeta non fosse mai lasciato solo, vivendo in condizioni pietose a causa dei tanti problemi di salute, che gl’impedivano di poter lavorare. Le condizioni generale sembra fossero migliorate all’inizio del nuovo anno, come si evince da una lettera dell’8 febbraio del 1831, inviata a Paolina:

«Della salute io soffro meno del solito, perché quest’inverno non è che un prolungamento dell’autunno e della primavera, sole stagioni nelle quali, quando vanno bene, io vivo tollerabilmente».

Nell’aprile del 1831, furono pubblicati i Canti, quando i paesi delle Marche elessero Giacomo deputato all’assemblea nazionale, che si sarebbe tenuta a Bologna, a seguito dei moti rivoluzionari, che – di fatto – avevano estromesso la Chiesa dalla gestione della Res publica. Monaldo informò il Figlio:

«Non ho potuto impedire tale elezione, sulla quale non si volle che aprissi bocca, e in fondo non mi è dispiaciuto che la città vi abbia dimostrata la sua fiducia. Sarei però molto dolente se vi vedessi accettare l’incarico in questi momenti di somma incertezza nei quali ogni uomo saggio pensa a non compromettere se stesso e la sua famiglia. La Gazzetta di Bologna, annunziando che gli Austriaci hanno occupato Cento, viene a dire ancora che il principio di non intervento potrebbe non impedire l’occupazione di tutto lo Stato romano. Trovarsi a Bologna con carattere pubblico al momento di una, ancorché passeggera, invasione, potrebbe essere di gran pericolo, e così potrebbe essere difficile e periglioso partirne nell’ora della confusione. Rispondendo alla Magistratura, potreste evitare un’aperta rinunzia e temporeggiare un poco con qualche mezzo termine. Così rendereste alla nostra città un altro servizio, procurandole qualche settimana di largo, e disimpegnandola da un’altra scelta, la quale in questi momenti, in cui gli uomini prudenti stanno in cautela, potrebbero cadere in qualche scarto».

Negli ultimi giorni del mese di marzo, gli austriaci soffocavano la rivoluzione.

In primavera, Giacomo si recò spesso in visita in casa di Fanny Targioni, la quale, informata dell’eccezionale preparazione del Poeta, lo trattò con estrema cortesia e benevolenza. Egli rimase colpito da tanta discrezione che, un poco alla volta, se ne innamorò. Aiutò la signora ad abbellire il suo album di autografi, mentre Paolina gl’inviava il suo protocollo di lettere letterarie, perché la signora scegliesse le più gradite.

L’amore per Fanny iniziò a diventare di dominio pubblico, e non pochi furono coloro che mostrarono intera la preoccupazione, tra cui il Vieusseux, per la tenuta del Leopardi.

Al fine di distoglierlo da quell’affetto impossibile a realizzarsi, Ranieri convinse il Poeta a seguirlo a Roma. Il 1 ottobre del 1831, i due amici partirono per la Capitale, ed il giorno 6 alloggiarono in Via delle carrozze 63. L’impatto per Giacomo fu devastante:

«Non è il minor dei dolori che provo in Roma, il vedermi quasi rimpatriato; tanta parte di canaglia recanatese, ignota in tutto il resto del globo, si trova in questa città».

Mostrò scontento per l’alloggio, e seccature perché spesso era riconosciuto dai compaesani, che avrebbe dovuto ospitare in casa, negandogli la possibilità di dedicarsi allo studio ed alla stesura degli articoli per l’Antologia del Vieusseux, per cui riceveva cinque lire.

Nel libro Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, pubblicato nel 1880, da Antonio Ranieri, è descritto un episodio, che narra esattamente l’atmosfera vissuta dal Poeta. Una mattina, Antonio convocò il barbiere in casa, perché gli tagliasse i capelli. Accomodatosi nel salottino, il professionista gli confessò di essere nato a Recanati. Quindi gli domandò come mai ospitasse il figlio del conte Monaldo, di cui erano noti i dissapori tra i componenti della famiglia e le discordanze. Appena uscito, si presentò Giacomo, avvilito da tanti, troppi pettegolezzi, che aveva ascoltato, riguardanti la sua famiglia.

A novembre, il Poeta si ammalò di reuma di petto, che lo costrinse a letto, dove ricevette la notizia della morte dell’amico Pietro Colletta. Essendo impossibilitato a rispondere, incaricò il Ranieri in sua vece.

La lontananza non spegneva il sentimento, che provava per Fanny, alla quale scrisse il 5 dicembre:

«Siete bella, e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare sul destino umano. So che anche voi siete inclinata alla malinconia, come sono state sempre, e come saranno in eterno, tutte le anime gentili e d’ingegno. Ma con tutta sincerità, e non ostante la mia filosofia vera e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga; cioè che quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. Almeno così vorrei che fosse».

Un’ulteriore preoccupazione si aggiunse: la rapida diminuzione dei risparmi fiorentini. Il 24 dicembre ne informò il De Sinner:

«Io tornerò certamente a Firenze alla fine dell’inverno, per restarvi tanto quanto mi permetteranno i miei piccoli mezzi, già vicini ad esaurirsi: mancati i quali, l’aborrito e inabitabile Recanati mi aspetta, se io non avrò il coraggio (che spero avere) di prendere il solo partito ragionevole e virile che mi rimane».

Ricevette un sussidio di 40 scudi da Monaldo, ma all’inizio del mese di marzo del 1832, fu costretto, suo malgrado, a ricorrere nuovamente all’aiuto paterno, mentre rientrava a Firenze, che sarebbe arrivato alla fine del mese.

Il 27 marzo, scrisse al segretario dell’Accademia della Crusca, ringraziando per la nomina a socio corrispondente:

«Nessun merito io conosco in me, se potesse in veruna parte farmi degno di questo premio, se non si volesse chiamar merito l’amore immenso e indicibile ch’io porto a questa cara e beata benedetta Toscana, patria d’ogni eleganza e d’ogni bel costume, e sede eterna di civiltà; la quale ardentemente desidero che mi sia conceduto di chiamare mia seconda patria, e dove piaccia al cielo che mi sia lecito di consumare il resto della mia vita, e di render l’ultimo respiro».

Iniziavano a circolare diverse copie dei Dialoghetti, scritti da Monaldo senza firmarsi. Ben presto, l’opera fu attribuita a Giacomo, il quale il 12 maggio del 1832, si vide costretto a scrivere al Vieusseux, per precisare come «non sono autore del libro, che alcuni mi attribuiscono, intitolato Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831. Vi prego a pubblicare nel vostro degno giornale dell’Antologia questa dichiarazione».

Al cugino, Giuseppe Melchiorri, confessò:

«Io non ne posso più, propriamente non ne posso più. Non voglio più comparire con questa macchia sul viso, d’aver fatto quell’infame, infamissimo, scelleratissimo libro».

Tornato a Firenze in compagnia del Ranieri, Giacomo ne approfittò, per riprendere le visite alla signora Fanny onde consegnarle la lista degli autografi, che aveva raccolto a Roma. Intanto Antonio era severamente richiamato dal babbo in patria, poiché era stato concesso il rientro agli esuli, ed, al fine di costringerlo gli comunicò la sospensione del mensile contributo economico. L’esule poté tirare avanti e disubbidire all’ordine paterno grazie ad una carta, concessagli dalla mamma, colla quale ottener credito dai banchieri europei. Quando le risorse iniziarono a scarseggiare, fu costretto al rimpatrio. Per salutare la sua amica, Maddalena Pelzet, la quale era intenzionata a lasciare il marito, sostò a Bologna; quindi si portò a Napoli, passando per Recanati, dove ebbe un fugace quanto cordiale incontro con Monaldo.

Intanto il 3 luglio Giacomo fu costretto a scrivere a Monaldo, essendo a corto di quattrini; gli rammentò gli sforzi compiuti negli ultimi sette anni, al fine di non pesare sul bilancio familiare, ed, allo stesso momento confessò che «se mai persona desiderò la morte così sinceramente e vivamente come la desidero io da gran tempo, certamente nessuna in ciò mi fu superiore. Chiamo Iddio in testimonio della verità di queste mie parole. Egli sa quante ardentissime preghiere io gli abbia fatto (sino a far tridui e novene) per ottenere questa grazia… Ma non piacendo ancora a Dio d’esaudirmi, io tornerei costà a finire i miei giorni, se il viver in Recanati soprattutto nella mia attuale impossibilità di occuparmi, non superasse le gigantesche forze ch’io ho di soffrire. Tornare costà senza la materiale certezza di avere il modo di riuscirne dopo uno o due mesi, questo è ciò sopra di cui il mio partito è preso, e spero ch’ella mi perdonerà se le mie forze e il mio coraggio non si estendono fino a tollerare una vita impossibile a tollerarsi […] Con dodici scudi al mese non si vive umanamente neppure in Firenze, che è la città d’Italia dove il vivere è più economico. Ma io non cerco di vivere umanamente. Farò tali privazioni che, a calcolo fatto, dodici scudi mi basteranno».

Adelaide Antici (1778 – 1857)

I mesi d’agosto e settembre, furono coperti dall’emissione di una cambiale di ventiquattro francesconi a firma di Monaldo Leopardi, il quale si procurò di avvisare il Poeta che per le successive rate avrebbe dovuto rivolgersi alla mamma, Adelaide.

Il 16 di agosto rispose ad unna graditissima lettera della Fargioni Tozzetti, la quale s’era recata a Livorno per i bagni: «sono sempre occupato in quell’amore che mi fa per più lati infelice. Eppure certamente l’amore e la morte sono le cose belle che ha il mondo e le sole, solissime degne di essere desiderate». Giacomo attendeva ardentemente il ritorno dalle vacanze di Aspasia, di cui avrebbe desiderato almeno uno sguardo, un sorriso, poiché il cuore della signora sembrava battere per Antonio.

Posa per sempre. Assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, né di sospiri è degna

La terra. Amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo1.

Giosuè Carducci (1835 – 1907)

L’infelicissimo affetto procurò al Recanatese l’ispirazione per Il pensiero dominante, Amore e morte e Consalvo, definite da Giosuè Carducci: «meditazioni perfette e sublimi».

La prima fu composta nel periodo dell’esaltazione amorosa. Sognò Fanny e per ciò evitò d’incontrarla nei giorni a seguire, per non degradare la di lei immagine onirica.  Quando tornò ad incontrarla, visse un profondo moto di gioia, poiché finalmente il suo ideale si era incarnato, sicché egli apparve il cantore della felicità umana, ricordando che

La vita della morte è più gentile.

Amore e morte fu concepita nel periodo della commozione profonda, quando il Poeta legò il pensiero amoroso a quello della morte.

Egli si chiese cosa avvenisse, quando l’esaltazione amorosa fosse giunta al culmine.

Forse gli occhi spaura

Allor questo deserto: a sé la terra

Forse il mortal inabitabil fatta

Vede omai senza quella

Nova, sola, infinita

Felicità che il suo pensier figura:

Ma per cagion di lei grave procella

Presentendo in suo cor, brama quiete,

Brama raccorsi in porto

Dinanzi al fier disio,

Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

Per ciò:

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte

Ingenerò la sorte. […]

Fin la negletta plebe,

L’uom della villa, ignaro

D’ogni virtù che da saper deriva,

Fin la donzella timidetta e schiva,

Che già di morte al nome

Sentì rizzar le chiome,

Osa alla tomba, alle funeree bende

Fermar lo sguardo di costanza pieno,

Osa ferro e veleno

Meditar lungamente,

E nell’indotta mente

La gentilezza del morir comprende.

Composta la morte delle forme di bellissima fanciulla, il Poeta dimentica la donna amata e chiude il suo canto invocando la morte, mentre attende il giorno, in cui potrà addormentarsi, piegando il volto sul suo seno verginale.

Consalvo, malato d’amore, è la prosecuzione di Amore e morte. Egli è giunto al suo ultimo giorno di vita, abbandonato da tutti, salvo che da Elvira, donna amatissima, a cui mai s’è dichiarato. Ella pietosamente lo assiste, ma quando la donna si allontana, sente l’ombra della morte avvicinarsi, allora prende la salvatrice per mano; il suo ultimo addio: un bacio.

[…] prima

Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio

Non vorrai tu donarmi? Un bacio solo

In tutto il viver mio?

Elvira si avvicina alle labbra dell’infelice:

Più baci e più, tutta benigna e in vista

D’alta pietà, su le convulse labbra

Del trepido, rapito amante impresse.

Il Poeta sembra rapito da quei baci vitali, tanto che dedica alla donna una dichiarazione d’amore dagli alti contenuti lirici.

Nella realtà, il bacio di Fanny sarebbe stato motivo di gioia suprema, ma ciò non avvenne, gettando il Poeta nella più singhiozzante disperazione, tanto da invocare la morte, poiché il mondo era governato da una potenza malvagia, Arimane:

«Concedimi ch’io non passi il settimo lustro. Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore, l’apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte (non ti chiedo ricchezze, non amore, sola causa degna di vivere). Non posso, non posso più della vita».

Il 21 agosto, stese una lettera per l’amico Ranieri, manifestandogli il desiderio di rivederlo presto:

«Non è impossibile che fra pochi giorni io parta di qua per Napoli. Ma ti prego a tener questa cosa secreta, massime se scrivi a Firenze. Pochissimo preme ad ognuno dei fatti miei, ma non tanto poco, che a me non piaccia meno di parteciparli agli altri. […] Io penso sempre a te, e ti adoro come il maggiore spirito ch’io conosca, e come il più caro ch’io abbia».

Francesco De Sanctis (1817 – 1883)

Al fine di provvedere a se stesso, in mancanza dell’autorizzazione materna, Giacomo metteva in atto un suo antico progetto: provvedere da solo ad un giornale letterario, che gli avrebbe fruttato cinquanta francesconi al mese dall’editore. Nel mese di settembre 1832, sarebbe stato steso il contratto, cui mancò l’approvazione governativa. Si consolò scrivendo il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, che Francesco De Sanctis avrebbe giudicato tra i più riusciti ed il Dialogo di Tristano e di un amico, a difesa delle sue dottrine filosofiche.

Dalla fine del mese di settembre fu allettato a causa di alcune febbri; il 17 novembre poté rivolgersi alla mamma, per chiederle dei sussidi economici. Fortunatamente Adelaide manifestò il suo consenso, con cui Giacomo si sentì rassicurato.

Ranieri sarebbe tornato a Firenze solo nel luglio del 1832, indeciso se portare l’amico a Napoli o continuare la convivenza fiorentina.

La coppia si sarebbe spostata verso la capitale partenopea nel mese di novembre, grazie all’arte diplomatica della diciassettenne, Paolina, la quale lo rassicurò:

«Va’ a riprenderlo, e menalo qui; ed io ti prometto di fargli da suora di carità».

Già nel mese di aprile, Antonio aveva ricevuto una drammatica lettera di Giacomo, il quale l’informava come fosse prossimo al trapasso. Immediatamente avvisava Monaldo; Paolina il 7 aprile scrisse una lettera al Vieusseux, per chiedere notizie certe del fratello, alla quale lo scrittore rispose:

«Il nostro carissimo Giacomo gode uno stato di salute tale ch’egli ha potuto ier l’altro sera trattenersi nel mio salone in uno scelto crocchio d’amici fin dopo la mezzanotte».

Intanto, Ranieri, preoccupato dalle parole del Poeta, si recò a Firenze, dove trovò «l’infermo che non stava bene». Lo stesso Giacomo si procurò di rasserenare i membri della sua famiglia:

«Care anime mie vede Iddio ch’io non posso scrivere; ma siate tranquillissimi, io non posso morire: la mia macchina (così dice anche il mio eccellete medico) non ha vita bastante a concepire una malattia mortale. Vi lascio per forza abbracciando tutti con immensa tenerezza».

Il rapporto con la Targioni subiva un brusco raffreddamento, di cui Ranieri fu assai contento, perché poté stringere rapporto più intimi colla signora, non inficiando il suo rapporto con Giacomo, che all’inizio di maggio cadde vittima di una brutta oftalmia.

Il 2 luglio avvisò Monaldo:

«Sono stato più di cinquanta giorni combattendo con una brutta e minacciosa malattia attorno agli occhi, uno dei quali era già semichiuso. Mediante una savia e semplice cura, il principio maligno ch’io ho nel sangue sembra neutralizzato in quella parte».

Ranieri assisteva il caro amico, prestandosi come infermiere, organizzando il viaggio per Napoli, che si sarebbe tenuto in autunno, coadiuvato dalla sorella, Enrichetta, dal cognato Giuseppe Ferrigni, Carlo Troya e Costantino Margaris, precettore di Paolina, la quale aveva avvisato il fratello come il babbo fosse contrario ad ospitare il Poeta, mal sopportando un ateo squattrinato. Antonio si rivolse all’affitto di un quartierino, grazie ai buoni uffici del Margaris, che trovò un secondo piano alla cantonata di Via San Mattia.

Il 2 settembre la coppia d’amici partì alla volta di Napoli, sostando a Roma, dove Giacomo ricevette un sussidio straordinario di venti scudi da parte di Monaldo.

 Il giorno precedente la partenza il Recanatese aveva informato il babbo:
«Alla mia salute, che non fu mai così rovinata come ora, avendomi i medici consigliato come sommo rimedio l’aria di Napoli, un mio amicissimo che parte a quella volta ha tanto insistito per condurmi seco nel suo legno, ch’io non ho potuto resistere, e parto con lui domani. Provo un grandissimo dolore nell’allontanarmi maggiormente da lei; ed era mia intenzione di venire a passare questo inverno a Recanati. Avrei voluto almeno, allungando la strada, passare per Recanati. Ma ciò non era compatibile col profittare della bellissima occasione che mi si è presentata. Passato qualche mese a Napoli, se ne ritrarrò quel miglioramento che ne spero, avrò finalmente l’incredibile piacere di rivederla».

Giunti a Napoli, la padrona del quartierino pretese che la coppa lasciasse immediatamente l’abitazione, temendo che Giacomo fosse malato di tisi. Ranieri la assicurò che avrebbe provveduto al più presto a presentare la documentazione medica, che attestasse come il suo sventurato amico non fosse contagioso. Il certificato avrebbe ottenuto l’effetto desiderato da Antonio.

Il quartierino fu abbandonato nel mese di dicembre, quando Paolina terminò di arredare con cura tutta femminile il nuovo alloggio, predisposto sempre dal Margaris, in Via Nuova Santa Maria Ognibene. L’affitto durò fino al mese di maggio, prima dell’ultimo trasferimento in Via Capodimonte.

La vita del Poeta scorreva tranquilla, tanto da migliorare le condizioni generali di salute. Rassicurava il babbo in una lettera del 5 ottobre 1833: «La dolcezza del clima, la bellezza della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli».

Riceveva sovente la visita del Margaris, trattenendosi a lunghi e dotti colloqui; Carlo Troya divenne intimo del Poeta, mostrando vivo apprezzamento per il suo alto ingegno. Altri amici del Ranieri ottennero udienza, per ammirare la sapienza del Recanatese, di cui note erano alcune canzoni ristampate da Carlo Mele, forse mal comprese, poiché basate su una filosofia materialista, poco incline al clima letterario napoletano.

Nonostante la vita condotta fosse gradita al Leopardi, cadde presto in depressione a causa degli annosi problemi di salute. Non rinunciava al lavoro e ad accarezzare progetti irrealizzabili, come quello di trasferirsi a Parigi, dove avrebbe desiderato dirigere una collana di classici italiani e terminare poi i suoi giorni.

Tornò alla sua mente la disavventura provata colla Targioni, che gli favorì l’Aspasia, in cui ribadì la teoria di Teofrasto, secondo cui la bellezza è una tacita menzogna. Egli, malforme, è quindi esonerato dalla partecipazione al gioco dell’amore, ed allora nutre una forte sete di vendetta verso tutte le donne, che lo hanno turlupinato. I suoi strali si riverseranno sull’ultima delle disgraziate: Fanny. Dopo averla illustrata colle forme tondeggianti e seducenti, la deprime intellettualmente. Ella in fondo è stata sempre indegna dell’amore del Poeta, incapace d’immaginare gli alti pensieri, di cui era stata fatta degna. Giacomo non la amò, ma sentì amore per la sua figura, che ormai era morta nel suo cuore.

Il soggiorno napoletano iniziò a venirgli a noia, tantoché, nel mese di giugno, scrisse ad De Sinner d’indirizzare le eventuali missive alla nuova residenza romana. Il progetto fu stroncato dal Ranieri, il quale ricordò al caro amico che  le ristrettezze finanziarie, in cui versavano, non avrebbero potuto consentire una tranquilla trasferta romana.

Nonostante, i giusti motivi addotti dal Ranieri, Giacomo meditava, in una lettera del 22 novembre indirizzata al babbo, di andarsene da Napoli, «risolutissimo di mettermi in viaggio malgrado il freddo; perché oltre all’impazienza di rivederla, non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiafricano, nel quale io vivo in un perfettissimo isolamento da tutti».

Il nuovo anno s’inaugurò ancora con freddo pungente, che tanto disturbava la precaria salute di Giacomo, impossibilitato ad affrontare un viaggio. A Monaldo, il 3 febbraio 1835 assicurava che sarebbe rientrato in Recanati, «essendo nel fondo dell’anima impazientissimo di rivederla, oltre il bisogno che ho di fuggire da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e degnissimi di Spagnuoli e di forche».

Ad aprile era ancora a Napoli, impossibilitato a partire a causa della mancanza di denari; erano ormai cinque anni, che viveva lontano da Recanati.

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(1) G. LEOPARDI. A se stesso.

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