Celestino V: «colui che fece per viltade il gran rifiuto»

Niccolò IV (1227 – 1292)

Nel 1292, morì papa Nicolò IV, il collegio cardinalizio si riunì, ma non riuscì ad eleggere il nuovo pontefice. La sopraggiunta peste determinò lo scioglimento dell’assemblea, e quando l’epidemia volse al termine i cardinali non riuscirono a trovare un accordo sulla sede, per procedere a nuove elezioni.

I Colonna restarono a Roma, altri si trasferirono a Rieti ed, al fine di evitare uno scisma, fu eletta la nuova sede in Perugia, dove il collegio, composto da undici cardinali, si riunì il 18 ottobre 1293. Nonostante le proteste provenienti dalla città di Roma, non si riusciva a trovare un accordo e così alla fine del mese di marzo del 1294 Carlo II d’Angiò e suo figlio, Carlo Martello, giunsero nel capoluogo umbro, perché l’assemblea finalmente decidesse. Il re desiderava un nuovo pontefice, pronto a ratificare un possibile accordo con Giacomo II d’Aragona, pronto a rinunciare alla Sicilia. I due nobili furono pregati di accomodarsi alla porta ed a nulla valsero le loro rimostranze.

Il cardinal decano, Latino Malabranca, informò il collegio della predicazione dell’eremita Pietro da Morrone, il quale minacciava gravi danni alla Chiesa, se non si fosse provveduto entro il primo novembre all’elezione del successore di Pietro. In breve, fu proposta la candidatura dell’asceta, che prevalse sulle perplessità espresse da alcuni elettori. Dopo ventisette mesi di sede vacante, il 5 luglio del 1294, il collegio cardinalizio elesse il frate Pietro Angeleri nuovo pontefice. Tre vescovi furono incaricati di comunicare all’eremita l’avvenuta elezione, che fu dapprima rifiutata, quindi accettata, anche se con estrema riluttanza.

Pietro Angeleri era nato nel 1215 ad Isernia da una famiglia contadina. Entrò giovanissimo nei benedettini, e ricevuta la consacrazione sacerdotale, si era ritirato sul monte Morrone presso Sulmona. Interruppe la vita eremitica, al fine di formare un gruppo di benedettini, i frati di Pietro da Morrone, coll’approvazione di papa Gregorio X. Quando il fondatore fu eletto al soglio petrino, grande fu la soddisfazione della congregazione, che mutò il titolo in celestini.

Jacopone da Todi (1230 ca. – 1306)

La perplessità per l’elezione del nuovo pontefice toccò le corde di Jacopone da Todi, il quale indirizzò al neoeletto la seguente Lauda:

Que farai Pier dal Morrone?

Ei venuto al paragone.

Continuando

L’ordene cardenalato

posto è en basso stato;

ciaschedun suo parentato

d’ariccar ha ententione.

Guàrdate dagl prebendate,

ché sempre i trouera’ afamate;

et tant’è la lor siccitate,

che non ne ua per potagione.

Guardate dagl barattere

che l ner per bianco fon uedere;

se non te sai ben schirmere,

canterai mala canzone1.

Il neo pontefice convocò il collegio, che lo aveva eletto a l’Aquila dietro suggerimento di Carlo II, verso il quale s’era legato in stretta amicizia. Il re ed il figlio, Carlo Martello, lo scortarono in groppa ad un asino, perché giungesse all’appuntamento, mentre il corteo cardinalizio procedeva solennemente. Il 29 agosto del 1294, la consacrazione si celebrava nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio, ed il pontefice assunse il nome di Celestino V.

Da subito, l’influenza di Carlo II fu enorme; egli pretese il ripristino della costituzione di Gregorio X sull’elezione pontificia, e l’intitolazione di maresciallo del futuro conclave. Il papa provvide alla nomina di dodici nuovi cardinali, tra cui sei francesi e due provenienti dai celestini. Quindi ratificò il trattato tra Carlo II e Giacomo II d’Aragona, grazie al quale la Sicilia si sarebbe riunita al regno angioino. Il sovrano poi convinse in autunno il papa a trasferirsi a Napoli, anziché a Roma, perché la sua presenza sarebbe stata utile, al fine di condurre in porto le trattative di pace con l’Aragona. Riservatosi una cameretta, onde pregare e ritirarsi in solitudine, Celestino V maturò l’idea di abbandonare la dignità pontificia, affidando il governo della Chiesa a tre cardinali, tra cui l’esperto di diritto canonico, Benedetto Caetani. Il futuro Bonifacio VIII sentenziò la liceità del provvedimento di dimissioni, che condusse Celestino V al gran passo, nonostante le resistenze di Carlo II.

Il 13 dicembre 1294, durante un concistoro, fu letta la bolla, appositamente preparata, nella quale comunicava l’abdicazione per gravi motivi. Egli si avvide immediatamente l’inconciliabilità dell’esercizio del potere con i dettami della morale cristiana. Desiderava sinceramente tornare al suo eremo, dismesse le insegne, ma l’opposizione di Benedetto Caetani, divenuto nel frattempo Bonifacio VIII, ebbe la meglio, preoccupato che i suoi avversari avrebbero potuto eleggerlo quale rappresentante di un possibile scisma. Il 16 maggio del 1295, Guglielmo l’Estendard procedette all’arresto del dimissionario, conducendolo presso la rocca di Fumone, presso Ferentino, dove avrebbe trovato la morte il 12 maggio del 1296.

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(1) JACOPONE DA TODI. Lauda LIV . Que farai, Pier dal Morrone?

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