Gabriele D’Annunzio alla prova generale della «Messa da Requiem» di Luigi Cherubini presso il Pantheon.

Il 25 gennaio 1885, Gabriele D’Annunzio pubblicò l’articolo «La messa e il ballo» sul Capitan Fracassa.

«Ieri, alle quattro del pomeriggio, nel Pantheon fu eseguita in prova generale la gran messa di Requiem di Maria Luigi Cherubini.

Il bellissimo tempio pagano era irreverentemente deturpato da pesanti panneggiamenti funebri; un enorme catafalco sorgeva nel centro; la luce scendeva dall’alto, come un’acqua torbida, frangendosi alle ornamentazioni della cupola; e una fredda umidità di sotterraneo spirava per entro a quella penombra sepolcrale.

L’uditorio era precisamente quello ai tutti i concerti romani: molte signore straniere e moltissime signore borghesi e qualche maschio in paletot e cappello basso. Un comune brivido scuoteva tutte le schiene; e un frequente soffiar di naso risuonava nella cavità profonda.

Del resto, la messa fu ascoltata con una certa religiosità di attenzione. I cori erano eccellenti, perfettamente fusi ed intonati, se bene talvolta apparisse il contrario per la soverchia sonorità dell’ambiente e per la diversità delle condizioni acustiche nei diversi punti della rotonda.

Nell’orchestra li archi erano un po’ deboli ed incerti talvolta; ma la bacchetta del maestro Pinelli fece miracoli dissipando con molto vigore ogni debolezza, specialmente in quel solenne Dies irae che è senza dubbio uno dei più bei pezzi di musica sacra italiana.

Maria Luigi Cherubini nacque in Firenze nel 1760, e visse ottantadue anni. Ebbe a maestri i due Felici, e più tardi Pietro Bizzarri e Giuseppe Castrucci. La sua precocità fu meravigliosa. A tredici anni egli fece eseguire una messa e un intermezzo di qualche valore; e n’ebbe dai concittadini molte laudazioni. Subito dopo questo primo trionfo, egli per opera del granduca andò a Bologna e dal celebre Sarti apprese quella profonda scienza del contrappunto e quella divina purità di stile, che risplendono in ogni sua composizione sacra o profana.

Aiutò il Sarti nell’Achille in Sciro, nel Giulio Sabino, e in qualche altro melodramma. Poi, d’un tratto, produsse in Alessandria il Quinto Fabio. Rifece il Quinto Fabio per Roma nel 1783; scrisse l’Idalide, l’Alessandro nelle Indie, con una fecondità rapidissima. La sua fama cominciò a fiorire per tutta la penisola italiana; e i cittadini di Venezia lo soprannominarono il Cherubino.

Partì per Londra, dove una sua opera buffa, La finta principessa, piacque moltissimo e fu ripetuta per molte sere.

Da Londra passò a Parigi; e dopo l’insuccesso del Démophon, opera francese, ebbe l’immenso trionfo nella Lodoïska che fece una specie di rivoluzione nella musica gallica di quel tempo, sostituendo uno stile severo e puro e complesso alla gaia semplicità dei melodrammi comici.

Per questa austerità di arte, il gran Napoleone, amatore delle dolci ariette galanti e proteggitore di Paisiello e di Paër, avversava e spregiava il maestro fiorentino. Il quale, per mancanza del favore imperiale, visse qualche tempo in angustia, ridotto ai soli emolumenti del suo ufficio d’ispettore al Conservatorio.

Pensò egli dunque di tentare Vienna. A Vienna la Lodoïska fu accolta con applausi e con acclamazioni. La Faniska meritò l’ammirazione caldissima di Haydn e di Beethoven. Il Pigmalione, rappresentato a Parigi di nuovo, sul teatro delle Tuileries, piacque a Napoleone ma non bastò a rompere la ingiusta indifferenza imperiale. Da tutti questi ostacoli rattristato, il Cherubini si ritirò in campagna accettando l’ospitalità del principe di Chimay; ed ivi si diede a studiar botanica ed a raccogliere fiori e a contemplare i cieli, non senza molta malinconia. Da questo stato di animo eruppe una nuova virtù. Nell’occasione della festa votiva di Santa Cecilia egli scrisse una messa, scrisse quello stupendo Kyrie a tre voci e quel Gloria inimitabile, che anche oggi sono famosi.

Al Gloria e al Kyrie egli aggiunse il Credo e altri pezzi. La gran messa in fa, così composta, fu eseguita a Parigi. L’impressione nell’uditorio fu profonda, religiosa, tanta parve la potenza del sentimento drammatico e tanta la sapienza della fattura. Una specie di terror sacro occupò li animi dei devoti.

Dopo la caduta dell’Impero, Cherubini scrisse marce militari, inni guerreschi, cantate orchestrali, sinfonie, e in ultimo un inno alla primavera per quattro voci con orchestra.

Quindi fece eseguire la messa di Requiem composta per l’anniversario della morte di Luigi XVI, e la messa per la sagra di Carlo X.

La messa di Requiem, adattata a voci maschili, fu la sua ultima opera e fu cantata ai suoi funerali.

Questa composizione è di una forza altissima, è veramente classica nella purezza, nella sobrietà, in certi effetti ottenuti con dei mezzi quasi direi misteriosi, in certi accompagnamenti così ricchi, così coloriti, così intimamente legati alla frase del canto e così originali e talvolta inaspettati nelle movenze e nei passaggi.

Il Requiem, con quelle note sincopate, con quelle sospensioni gravi e lente come d’una vitalità che sta per ispegnersi, è d’una potenza tragica.

Del Cherubini il maestro Ingres fece un ritratto che si conserva nel museo del Lussemburgo, un ritratto mezzo allegorico, con una figura di Musa e con molti simboli e con arabeschi d’ architettura pompeiana.

A proposito di questo ritratto, il defunto About, con la sua solita mordacità, scriveva: «M. Ingres, a entrepris la tàche difficile  de réconcilier le présent avec le passe; il a enfermé dans un méme cadre la canne, le faux toupet, la rosette de la Legion d’honneur, la lyre à sept cordes et la couronne de laurier. Le masque platré du bonhomme Cherubini contraste un peu beaucoup avec la jeunesse et la beauté de la Muse: on dirait un mariage disproportionné».

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