Carlo Goldoni: l’incontro con la Compagnia di Florindo de Maccheroni

La famiglia si trasferì da Perugia a Rimini presso il conte Rinalducci, dove il Commediografo fu allievo presso un tutore Padre Candini, (che lo «annoiava a morte») domenicano, mentre la mamma partiva per Chioggia ed il babbo si sarebbe trattenuto a Modena per affari. Goldoni fu vittima del vaiolo, quando superò la difficile prove, tornò agli studi, rilevando l’affabilità, la saviezza del suo tutore, il quale essendo dotto «aveva molto merito, ma era affatto Tomista, né poteva scostarsi dal suo metodo ordinario. Le sue digressioni, i suoi giri scolastici mi parevano inutili, e i suoi barbara e i suoi baralipton mi sembravano ridicoli. Io scrivevo sotto la sua dettatura, ma invece di badare ai miei quaderni pascevo lo spirito d’una filosofia molto più utile e dilettevole, leggendo Plauto, Terenzio, Aristofane e i frammenti di Menandro»; inizia così a manifestarsi la passione per il teatro. Goldoni rimproverava al Padre «la prolissità delle quali mi stancava e mi veniva a nausea. […[ Avevo gran bisogno, per alleviare la noia che mi opprimeva, di procurarmi qualche piacevole distrazione: mi se ne porse l’opportunità, e io ne approfittai; né dispiacerà forse di passar meco dai circoli filosofici a quelli di una compagnia di commedianti.

Ve n’era una a Rimini che mi parve deliziosa. Era la prima volta che vedevo le donne sul teatro, e trovai che ciò abbelliva la scena in una maniera più seducente. Rimini è nella legazione di Ravenna, si ammettono le donne sul teatro, né vi si veggono, come a Roma, uomini senza barba o con barbe ancor nascenti. Andai alla commedia molto modestamente in platea nei primi giorni, e vedevo alcuni giovani come me tra le scene; tentai di penetrarvi, né vi trovai difficoltà; davo furtive occhiate a quelle signorine, ed esse mi fissavano arditamente. A poco a poco mi addomesticai e di discorso in discorso, di domanda la domanda, intesero che ero veneziano. Erano tutte mie compatriote. Mi fecero carezze e mi usarono attenzioni senza fine. Il direttore medesimo mi colmò di gentilezze e mi pregò di pranzare da lui: vi andai, né vidi più il reverendo Padre Candini».

Un venerdì, il capocomico annunciò la partenza per Chioggia, dove la compagnia sarebbe stata impegnata per una ventina di giorni; Goldoni chiese allora di essere aggregato, al fine di rivedere l’amata madre. Appena comunicò la notizia in casa Battaglini, fu immediatamente rimproverato e quindi si convinse falsamente a desistere, tantoché il «giorno fissato per partire mi metto in tasca due camicie e un berretto da notte; vado al porto, entro per primo nella barca, mi nascondo sotto la prua, e avendo il mio calamaio da tasca scrivo al signor Battaglini. Mi scuso dicendo che la voglia di riveder mia madre mi rapisce, lo prego di dare in dono le mie robe alla governante, che mi aveva assistito nella malattia, e gli dichiaro che parto».

La compagnia era composta da dodici artisti, «ragazzi d’ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, uccelli, piccioni e un agnello: pareva l’arca di Noè».

Dopo aver consumato la prima colazione, per sconfiggere il tempo, organizzarono un torneo di «tressette, gioco favorito di mia madre da cui l’avevo imparato», che durò fino all’ora di pranzo, che «durò quattro ore; si suonarono diversi strumenti e si cantò molto».

Il viaggio durò tre giorni, «arrivammo a Chioggia il quarto giorno»; Goldoni si mise in cerca dell’indirizzo della mamma, che rintracciò celermente, essendo molto conosciuta in città. Incontrata la genitrice, si sentì in obbligo di raccontare l’improvvisa fuga da Rimini. La mamma gli consegnò una lettera del babbo, colla quale la informava dell’esperienza vissuta in quel di Pavia, dove chiese e fu ricevuto dal governatore, il marchese Goldoni Vidoni, senatore di Milano, al quale sarebbe riuscito a strappare un consistente aiuto per Carlo: un posto gratuito presso la locale Università.

Dopo il felice incontro con la mamma, Goldoni si ricongiunse ai Commedianti, che si sarebbero trattenuti «in Chioggia per venti recite ancora». Dovette reprimere la partecipazione agli spettacoli tra il pubblico per decisione della mamma, poiché «le commedie che si davano allora erano pericolose per la gioventù». Poté continuare a frequentare i membri della Compagnia, ed in special modo «la servetta più frequentemente che gli altri», preferenza che avrebbe continuato a coltivare per tutta la vita.

Arrivò quindi in Chioggia il babbo, il quale chiese alla consorte notizie di Carlo, certo che, in qualche parte della casa, si trovava nascosto. Finalmente, Goldoni sentì il coraggio necessario e si presentò al babbo, il quale congedò la moglie. Il clima diventò assai teso, poiché a Carlo è rimproverato di aver contravvenuto ai desideri del genitore, che lo avrebbe voluto in Rimini, intento allo studio della filosofia, mentre il Commediografo avrebbe desiderato «imparare la filosofia dell’uomo, la buona morale, la fisica sperimentale». Preso coraggio, Carlo confessò di essersi spostato da Rimini grazie ad una compagnia teatrale, il cui capocomico è Florindo de’ Maccheroni; nome che non sfugge alla memoria del genitore, il quale lo ricorda come bravo interprete del «Convitato di pietra». Alla fine, babbo e figlio si riconciliarono per la gioia dell’angosciata madre, che, nascosta, aveva udito l’intero colloquio. Intanto a Chioggia, s’era sparsa la notizia dell’arrivo del celebre dottor Goldoni e molti s’erano prenotati, per essere visitati: «ognuno voleva il dottor Goldoni; aveva i ricchi e i poveri, e i poveri pagavano meglio dei ricchi». Non avendo precettori, Carlo fu avviato, per volontà paterna, allo studio della medicina, introducendolo presso il suo gabinetto.

Un giorno, i Goldoni si recarono in casa di una giovane malata assai bella e, mentre il babbo attendeva alla visita, Carlo doveva aspettare pazientemente in anticamera in compagnia della «madre della giovane ammalata, cortesissima e assai garbata». Grazie alle continue visite, la giovane fu presto ristabilita e quando Carlo prese congedo, fu invitato dalla mamma a continuare le visite private, sicura che la figlia pretendesse stringere sincera amicizia.

La sera stessa, Goldoni tornò a far visita alla ragazza: «Entro; mi sono fatte mille convenienze, mille gentilezze; mi esibiscono rinfreschi, e non ricuso. Si cerca nella dispensa, ma non vi è più vino: bisogna andare a provvederlo e io metto mano alla tasca. Si picchia alla porta, aprono; è il servitore di mia madre, che mi aveva visto entrare e che conosceva quella canaglia; fu veramente un angelo che lo mandò: mi dice una parola all’orecchio; io ritorno in me ed esco subito».

Intanto i Comici erano partiti verso altri lidi. Goldoni sentiva sempre più tristezza nell’animo, perché ormai abbandonato all’esercizio della medicina, che non gradiva affatto, così un giorno prese coraggio e ne parlò in famiglia. Alle rimostranze del babbo, rispose la mamma, che lo avrebbe preferito avvocato, consigliando la dimora in Venezia «in casa di mio zio Indric, uno dei migliori procuratori della curia della capitale». Alla fine il cuor di mamma trionfò sui dubbi paterni e «quattro giorni dopo partiamo mia madre e io». furono ospiti del «signor Bertani, zio materno di mia madre, e il giorno appresso andammo in casa del signor Indric», dove furono «ricevuti gentilmente» e qualificato quale «quarto apprendista». 

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